Paolo Cendon e il diritto della fragilità: una lezione che resta.

Ci sono notizie che non dovrebbero mai arrivare, perché colpiscono non solo sul piano personale, ma anche su quello collettivo e culturale. La scomparsa del professor Paolo Cendon rappresenta una perdita profonda per il mondo giuridico italiano, per chi si occupa di diritti delle persone in condizione di fragilità e, più in generale, per tutti coloro che credono in un diritto capace di farsi carico della complessità della vita. Ho avuto il privilegio di conoscere il professor Paolo Cendon in diverse circostanze e di confrontarmi con lui a lungo, non solo nei contesti accademici o istituzionali, ma anche in momenti più informali, spesso attraverso lunghe conversazioni telefoniche e nei pranzi condivisi a Trieste, la sua città, dove in più occasioni mi ha voluto ospite. In quegli incontri emergeva con chiarezza la sua cifra più autentica: un giurista di straordinario rigore teorico, ma al tempo stesso profondamente radicato nella realtà concreta delle persone. Il dialogo non si esauriva mai nella disamina tecnica delle norme, ma si apriva costantemente a una riflessione più ampia sul senso del diritto, sulla sua funzione sociale e sulla responsabilità che esso assume quando incontra la fragilità umana. Quei momenti di confronto, segnati da ascolto reciproco e libertà intellettuale, hanno rappresentato per me un’occasione preziosa di crescita e di approfondimento, rafforzando la consapevolezza che il diritto, per essere davvero giusto, deve saper tenere insieme competenza, umanità e visione etica. Quegli incontri non furono soltanto occasioni di confronto giuridico, ma divennero nel tempo uno spazio di conoscenza reciproca più profonda. Attraverso il dialogo costante, il rispetto delle differenze e la condivisione di valori comuni, il rapporto professionale lasciò gradualmente il posto a una relazione umana autentica. Per questo, con naturalezza, il Professore cessò di essere soltanto “il professor Cendon” e divenne Paolo: l’amico con cui confrontarsi liberamente, anche dissentendo, accomunati dalla stessa tensione verso il bene comune e dalla convinzione che la dignità della persona fragile dovesse restare il punto fermo di ogni riflessione e di ogni scelta. In quella dimensione di amicizia sobria e leale si coglie forse uno degli insegnamenti più preziosi che Paolo ha lasciato: la capacità di tenere insieme il rigore del pensiero e la profondità delle relazioni umane. Nonostante il nostro rapporto amicale non sono mancati momenti di confronto aspro. Ci siamo spesso scontrati sul piano delle idee, talvolta con posizioni differenti e letture non coincidenti degli strumenti giuridici di tutela. Tuttavia, quello scontro è sempre avvenuto nel segno della coerenza intellettuale e del rispetto reciproco, mai come contrapposizione personale. Era un conflitto fecondo, animato dalla comune consapevolezza che il diritto non è fine a se stesso, ma deve tendere al bene comune. In quelle divergenze emergeva con chiarezza un punto di incontro non negoziabile: la dignità della persona fragile, che per entrambi costituiva il criterio ultimo di valutazione di ogni istituto giuridico, di ogni riforma, di ogni scelta interpretativa. Anche quando le strade argomentative erano diverse, la meta restava la stessa: garantire protezione senza annullamento, tutela senza esclusione, riconoscimento pieno della persona nella sua irriducibile umanità. Paolo Cendon è stato il principale artefice teorico e culturale dell’istituto dell’amministrazione di sostegno, introdotto con la legge n. 6 del 2004, una delle riforme più significative del diritto civile contemporaneo. Con essa ha contribuito a segnare una discontinuità profonda rispetto alla tradizione dell’interdizione e dell’inabilitazione, fondata su modelli di sostituzione totale della persona. L’amministrazione di sostegno ha introdotto nel nostro ordinamento un principio di portata innovativa: la protezione non può mai coincidere con la negazione della soggettività giuridica. A distanza di oltre vent’anni dall’entrata in vigore della norma, lo stesso Cendon aveva maturato una consapevolezza ulteriore, frutto dell’osservazione attenta delle prassi applicative e dell’evoluzione sociale. Egli riteneva che l’amministrazione di sostegno, pur nella sua carica innovativa, dovesse essere ripensata e adattata alle esigenze concrete delle persone, per evitare il rischio di una sua riduzione a strumento prevalentemente patrimoniale. Gli istituti giuridici di protezione, nella sua visione, non potevano limitarsi a garantire l’ordinata gestione dei beni, ma dovevano anzitutto tutelare la persona nella sua globalità, assicurando dignità, autodeterminazione, partecipazione e rispetto della volontà individuale. In questo continuo confronto tra norma e realtà si esprimeva la sua idea di un diritto vivo, capace di evolvere per restare fedele alla sua funzione più alta. La riflessione di Cendon ha inciso profondamente sull’interpretazione degli articoli 2 e 3 della Costituzione, riaffermando che la dignità della persona non è graduabile e che l’uguaglianza sostanziale richiede strumenti flessibili, proporzionati e individualizzati. L’amministrazione di sostegno nasce infatti come istituto “a misura di persona”, modulabile nel tempo, reversibile, rispettoso delle capacità residue e, soprattutto, della volontà dell’interessato. Nel pensiero di Cendon, l’interdizione non era semplicemente un istituto da applicare con maggiore cautela, ma un paradigma da superare. Egli ha denunciato con lucidità il rischio che il diritto, nel nome della tutela, producesse esclusione, silenziamento e marginalizzazione. In questo senso, il suo contributo dialoga pienamente con i principi affermati dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, in particolare con l’articolo 12 sul riconoscimento della capacità giuridica, anticipandone lo spirito e la portata culturale. Come Presidente della FISH e Consigliere CNEL, sento il dovere di sottolineare quanto il lavoro di Paolo Cendon abbia inciso concretamente sulla vita quotidiana di migliaia di persone con disabilità e delle loro famiglie. Le sue elaborazioni non sono rimaste confinate nella dimensione accademica, ma hanno orientato la giurisprudenza, la prassi dei tribunali, l’operato degli amministratori di sostegno, degli operatori sociali e sanitari. Hanno contribuito a costruire un diritto più giusto perché più umano. Accanto al giurista rigoroso, resta il ricordo di una persona profondamente coinvolta, mai distante, capace di ascolto. In lui il sapere giuridico non era esercizio astratto, ma assunzione di responsabilità verso l’altro, in particolare verso chi rischia di essere privato della parola, della scelta, del riconoscimento. La sua scomparsa ci addolora, ma ci affida anche un compito preciso: non arretrare rispetto alla visione che ci ha consegnato. Difendere e sviluppare gli istituti di protezione nella loro funzione emancipante, vigilare affinché non tornino pratiche sostitutive

Le Paralimpiadi e il valore dello sport come motore di inclusione

Ci siamo! Siamo prossimi all’apertura dei Giochi Olimpici e Paralimpici, un appuntamento che va ben oltre lo sport e assume un valore profondamente simbolico per il nostro Paese. Non è soltanto l’inizio di una grande competizione internazionale, ma un momento di verità in cui l’Italia è chiamata a misurare se stessa: nella capacità organizzativa, certo, ma soprattutto nella forza della visione che intende offrire. In questi Giochi si riflettono le nostre scelte come comunità nazionale, il valore che attribuiamo all’inclusione, all’accessibilità, alla sostenibilità e alla dignità di ogni persona. Un evento globale che diventa così un’occasione concreta per definire chi siamo oggi e quale futuro vogliamo costruire. Le Paralimpiadi non sono quindi, solo un racconto di nicchia, ma una pagina centrale della storia e del presente del nostro Paese. Parlare di Paralimpiadi significa riconoscere che lo sport è uno dei più potenti motori di inclusione di cui disponiamo: un linguaggio universale capace di abbattere barriere culturali, scardinare stereotipi radicati e trasformare lo sguardo sulla disabilità. Raccontarle vuol dire dare spazio a un’eccellenza troppo spesso marginalizzata e, al tempo stesso, affermare un principio fondamentale: l’inclusione non è un atto di concessione, ma una responsabilità collettiva. Attraverso lo sport si costruisce una società più giusta, più accessibile e più consapevole, in cui il valore della persona, il talento e i diritti non conoscono gerarchie né esclusioni. In questo contesto rappresentano una delle espressioni più alte e autentiche dello sport contemporaneo. Non solo per l’eccellenza tecnica e l’intensità agonistica delle competizioni, ma per il loro straordinario significato umano, culturale e sociale. Esse affermano con forza che la disabilità non è sinonimo di limite, fragilità o eccezione, ma una delle tante condizioni attraverso cui si manifesta il talento, la determinazione e la capacità di superare l’impossibile. Le Paralimpiadi non chiedono di essere comprese con indulgenza, ma riconosciute con rispetto: come sport di altissimo livello e, al tempo stesso, come potente motore di cambiamento culturale. Attraverso di esse, il Paese è chiamato a rivedere sguardi, linguaggi e modelli, e a scegliere se trasformare questo evento in un’eredità duratura di inclusione, consapevolezza e progresso civile. Le discipline paralimpiche sulla neve, dallo sci alpino allo snowboard, dallo sci di fondo al biathlon, per citarne alcune, raccontano una nuova idea di sport e di società. Un’idea in cui la disabilità non è un ostacolo da aggirare o un deficit da compensare, ma una delle molteplici condizioni dell’esperienza umana. Gli atleti paralimpici non competono nonostante la disabilità: competono con la loro disabilità, integrandola nella tecnica, nella preparazione atletica e nella propria identità sportiva. È proprio questa integrazione a rendere le loro prestazioni straordinarie. Dietro ogni medaglia paralimpica non c’è soltanto il talento. C’è un percorso fatto di sacrificio quotidiano, disciplina rigorosa, forza interiore, costanza e resilienza. C’è la capacità di sostenere allenamenti durissimi, di attraversare il dolore, di superare infortuni e battute d’arresto, di convivere ogni giorno con la fatica fisica e mentale senza mai smarrire l’obiettivo. È la stessa dedizione che anima lo sport olimpico, ma spesso moltiplicata da difficoltà ulteriori e meno visibili. Gli atleti paralimpici, infatti, si confrontano ancora con barriere ambientali, carenze strutturali, minori opportunità di accesso agli impianti, risorse economiche più limitate e una visibilità mediatica che non riflette il valore delle loro imprese. Nonostante questo, continuano a competere ai massimi livelli, dimostrando che l’eccellenza non nasce dall’assenza di ostacoli, ma dalla capacità di affrontarli e superarli. Ogni successo paralimpico è quindi molto più di una vittoria sportiva: è il risultato di una determinazione fuori dal comune, di un impegno silenzioso e tenace che merita pieno riconoscimento, rispetto e sostegno. È la prova concreta che lo sport, quando è davvero inclusivo, diventa uno strumento potentissimo di affermazione della dignità, del merito e del valore umano che va ben oltre la dimensione competitiva. È un valore culturale, educativo e sociale profondo. Lo sport, in questo contesto, diventa un potente volano di inclusione, capace di cambiare sguardi, abbattere pregiudizi e ridefinire il concetto stesso di limite. In montagna, forse più che altrove, l’inclusione richiede progettazione attenta, innovazione tecnologica, formazione professionale e, soprattutto, un autentico cambio di mentalità. Impianti accessibili, attrezzature adattate, guide e maestri formati non sono concessioni speciali, ma strumenti di equità: rendono possibile ciò che dovrebbe essere un diritto di tutti, ovvero vivere lo sport, la natura e la montagna in condizioni di pari opportunità. E, quest’anno, con l’Italia chiamata a ospitare i Giochi Olimpici e Paralimpici, questa responsabilità diventa ancora più evidente. Non si tratta solo di organizzare un grande evento sportivo, ma di cogliere un’occasione storica per cambiare in modo concreto l’approccio alla disabilità. Ospitare i Giochi significa assumersi una responsabilità collettiva: dimostrare che il nostro Paese è capace di inclusione reale, di accessibilità diffusa e di politiche coerenti. Questi Giochi devono andare oltre la competizione e lasciare un’eredità duratura, trasferendo a tutta la società e al sistema Paese una visione nuova della disabilità, non più fondata sull’assistenza o sull’eccezionalità, ma sul riconoscimento del valore, delle competenze e della piena partecipazione di ogni persona. Le Paralimpiadi ci insegnano anche che il limite è un concetto relativo. In ambienti considerati “ostili”, come quelli montani, gli atleti paralimpici ridefiniscono ogni giorno ciò che è possibile. Questo messaggio ha un impatto potente, soprattutto sulle giovani generazioni, perché sposta lo sguardo dalla compassione all’ammirazione, dalla pietà al rispetto. Mostra che il valore di una persona non risiede nelle sue condizioni fisiche, ma nella sua determinazione, nel suo impegno e nella capacità di perseguire i propri obiettivi. Per questo le Paralimpiadi non possono e non devono essere considerate un evento “parallelo”. Sono parte integrante del movimento sportivo e del racconto collettivo che una società fa di sé stessa. Rappresentano un modello di uguaglianza reale, non formale, basato sull’accesso alle opportunità e sul riconoscimento del merito. Concludendo, le Paralimpiadi tracciano una direzione chiara e non più rinviabile: una strada costruita sull’impegno, sul coraggio, sull’innovazione e sulla giustizia sociale. Nelle storie, nelle sfide e nei risultati degli atleti paralimpici prende forma un messaggio potente, rivolto alle istituzioni, alle