Negli ultimi anni il fenomeno del body shaming ha assunto dimensioni sempre più preoccupanti all’interno della nostra società. Con la diffusione dei social network e delle piattaforme digitali, il giudizio sull’aspetto fisico delle persone è diventato costante, immediato e spesso spietato. Basta una fotografia, un video o un commento per trasformare il corpo di qualcuno in un bersaglio di critiche, derisioni e umiliazioni pubbliche.
Viviamo in un tempo in cui l’immagine sembra avere più valore della persona. I social alimentano modelli estetici irrealistici, costruiti su filtri, perfezione e apparenze, generando una pressione continua soprattutto sui più giovani. In questo contesto molte persone finiscono per sentirsi sbagliate, inadeguate o escluse semplicemente perché non corrispondono agli standard imposti dalla società.
A pagare le conseguenze di questo fenomeno sono molto spesso le persone considerate più fragili, tra cui le persone con disabilità, che ogni giorno si trovano a confrontarsi non soltanto con barriere fisiche e sociali, ma anche con pregiudizi, stereotipi e insulti diffusi online e nella vita quotidiana. Commenti offensivi, battute di cattivo gusto, sguardi giudicanti o contenuti condivisi sui social possono trasformarsi in ferite profonde che incidono sulla dignità e sul benessere psicologico delle persone. È importante però chiarire un punto fondamentale: la vulnerabilità non è una caratteristica intrinseca della disabilità o del corpo, ma il risultato dei contesti sociali in cui le persone vivono. Nessuno è fragile per la propria condizione fisica. La fragilità nasce quando la società non è inclusiva, quando prevalgono pregiudizi, indifferenza e mancanza di rispetto. In altre parole, è lo sguardo sociale a creare esclusione, non la diversità in sé.
La vera barriera, quindi, non è il corpo, ma il modo in cui la società lo osserva e lo giudica. Quando una persona viene ridicolizzata, isolata o trattata come “diversa”, il problema non risiede in lei, ma nella difficoltà collettiva di riconoscere pari dignità e umanità a ogni individuo.
Quante volte le persone con disabilità sono state etichettate con termini offensivi e disumanizzanti come “handicappato”, “portatore di handicap”, “menomato”,mutilato”, “storpio” o altri ancora, utilizzati per ridurre l’identità della persona alla sua condizione. Oggi, anche grazie all’evoluzione normativa, si è affermata con forza la necessità di un linguaggio più rispettoso e corretto, che metta al centro la persona prima della sua condizione. Per questo si parla di “persona con disabilità”, un’espressione che restituisce dignità, identità e complessità all’individuo.
Non va dimenticato, inoltre, che troppo spesso la disabilità viene ancora utilizzata in modo improprio come strumento di offesa. Espressioni come “autistico” o “mongoloide” vengono impiegate in senso dispregiativo, così come il riferimento alla “104” viene talvolta usato con sarcasmo o derisione per sminuire qualcuno. Questo uso distorto del linguaggio non è solo scorretto, ma contribuisce a rafforzare stereotipi e stigma, alimentando una cultura della discriminazione. Le parole non sono mai neutre: quando vengono usate per ferire diventano strumenti di esclusione e di violenza simbolica.
Già con l’approvazione, nel novembre 2023, del programma di attività della XI Consiliatura del CNEL, il tema del body shaming è stato individuato come ambito di particolare attenzione, alla luce della crescente diffusione di comportamenti offensivi, discriminatori e stigmatizzanti, sempre più amplificati dall’uso dei social media e delle piattaforme digitali. Questo riconoscimento istituzionale ha rappresentato un passaggio importante, poiché ha evidenziato come il fenomeno non possa più essere considerato marginale, ma debba essere affrontato come una questione sociale rilevante e urgente. Questo fenomeno, che produce conseguenze devastanti sul piano umano, sociale e culturale, è stato ulteriormente posto al centro dell’attenzione attraverso la scelta di promuovere un focus permanente sul body shaming all’interno dell’Osservatorio per l’Inclusione e l’Accessibilità incardinato presso la II Commissione del CNEL. Tale iniziativa nasce dalla consapevolezza che non si tratta di episodi isolati, ma di una dinamica diffusa e strutturale che trova anche nel digitale un potente amplificatore. La rapidità e la viralità dei contenuti online rendono infatti le offese più pervasive e durature, aumentando il loro impatto sulle vittime.
L’istituzione di un’attenzione continuativa su questo tema consente di sviluppare percorsi stabili di approfondimento, analisi e confronto tra istituzioni, esperti e società civile. L’obiettivo è quello di comprendere più a fondo le radici culturali del fenomeno e le sue conseguenze concrete, nonché di costruire strumenti efficaci di prevenzione e contrasto. In questo senso, il lavoro dell’Osservatorio CNEL non si limita alla sola osservazione, ma punta a trasformare la conoscenza in azione.
Si tratta di un impegno che rafforza la consapevolezza istituzionale e sociale, contribuendo a chiarire che il body shaming non può essere ridotto a semplice superficialità o maleducazione, ma deve essere riconosciuto come una forma di violenza psicologica e simbolica, capace di generare esclusione, sofferenza e marginalizzazione.
Il body shaming è violenza. Non si tratta di una semplice battuta o di un comportamento innocuo, ma di una forma di aggressione psicologica che può avere conseguenze profonde e durature. Può portare a perdita di autostima, isolamento sociale, disturbi alimentari, depressione e, nei casi più gravi, anche all’abbandono scolastico. È una sofferenza che non colpisce solo la vittima diretta, ma si riflette anche sulle famiglie e sulle relazioni più vicine.
Per troppo tempo questo fenomeno è stato minimizzato, considerato una consuetudine sociale o una semplice mancanza di sensibilità. Oggi, invece, cresce la consapevolezza che non può più essere tollerato o giustificato. Quante volte, davanti alla derisione di una persona, abbiamo sentito dire: “Lo abbiamo fatto tutti”, “Era solo uno scherzo”, “Non bisogna prendersela”? Questa normalizzazione è uno degli aspetti più pericolosi del fenomeno, perché contribuisce a renderlo accettabile. Ma ciò che viene normalizzato smette di essere percepito come sbagliato, anche quando provoca sofferenza.
È necessario interrompere questo meccanismo. Ridicolizzare il corpo di una persona o trasformare una sua caratteristica in motivo di scherno non può essere considerato accettabile né giustificabile. Le parole hanno un peso reale e possono lasciare ferite profonde.
Educare al rispetto significa insegnare il valore dell’empatia, della gentilezza e della responsabilità linguistica. Significa comprendere che ogni parola può costruire o distruggere, accogliere o ferire. Le parole non sono mai neutre: per questo devono essere pensate e consapevolmente scelte prima di essere pronunciate.
Per questo è fondamentale contrastare il body shaming attraverso un percorso educativo e culturale ampio. È necessario trasmettere alle nuove generazioni che il valore di una persona non dipende dall’aspetto fisico, ma dalla sua umanità, dalla sua sensibilità e dal suo contributo alla società.
Le scuole, le famiglie, i media e le istituzioni hanno la responsabilità di promuovere una cultura dell’inclusione, capace di valorizzare le differenze e di contrastare ogni forma di discriminazione. Dietro ogni immagine, ogni profilo social, ogni corpo, c’è una persona con una storia, emozioni e diritti.
In occasione della Giornata nazionale contro il body shaming, è fondamentale mantenere alta l’attenzione su questo fenomeno. Non si tratta solo di ricordare, ma di agire: accendere un faro, alimentare il dibattito e assumersi una responsabilità collettiva. È il momento di scardinare una cultura che per troppo tempo ha normalizzato la derisione e l’esclusione, trasformando la fragilità in intrattenimento o in motivo di scherno. Non possiamo più permettere che questo accada.
Servono posizioni chiare, ferme e condivise, capaci di coinvolgere l’intera società. Combattere il body shaming significa proteggere la dignità delle persone e, allo stesso tempo, la qualità umana della nostra convivenza civile.
Perché una società che umilia e deride è una società più fragile e meno giusta. Una società che invece educa al rispetto, all’ascolto e all’inclusione è una società più forte, più consapevole e più umana.