La disabilità entra in Costituzione. Ed è ben più di un esercizio linguistico
Non più “inabili” e “minorati”: in Costituzione ora si parla di disabilità. La Commissione Affari Costituzionali del Senato ha approvato all’unanimità del disegno di legge a prima firma Guidi. Non siamo di fronte a una semplice sostituzione di parole: una scelta che investe il sistema dei valori della Repubblica. È il segno di uno Stato che non guarda più alla persona attraverso la lente della sua condizione, ma che riconosce il valore della persona nella sua interezza. La Commissione Affari Costituzionali del Senato ha approvato la proposta di modifica dell’articolo 38 della Costituzione, introducendo il termine “disabilità” ed eliminando una terminologia che appartiene a una stagione storica e culturale ormai superata. Ora si attende l’esame e il voto dell’Aula del Senato, prima del successivo passaggio alla Camera dei Deputati. Si tratta di un passaggio che considero particolarmente importante e sul quale ritengo necessario intervenire, perché il dibattito che si è sviluppato nelle ultime ore rischia di non cogliere fino in fondo la reale portata di questa riforma. Non un esercizio linguistico Non siamo di fronte a una semplice sostituzione di parole. Non siamo di fronte a un esercizio linguistico o a un aggiornamento formale della Carta costituzionale. Siamo di fronte a una scelta che investe il sistema dei valori della Repubblica, il modo in cui il nostro ordinamento riconosce la persona e la sua dignità, e il significato stesso di uno Stato sociale che vuole essere pienamente coerente con i principi dei diritti umani del nostro tempo. Le Costituzioni non sono soltanto testi normativi. Esse rappresentano l’identità di una comunità nazionale, ne esprimono i valori fondamentali e indicano la direzione verso cui la società intende muoversi. Le parole contenute nella Carta costituzionale hanno una forza che va oltre il dato giuridico: contribuiscono a costruire cultura, orientano le politiche pubbliche e influenzano il modo in cui le persone vengono riconosciute dalla collettività. Per questa ragione, l’introduzione del termine “disabilità” nell’articolo 38 assume un significato che va ben oltre la dimensione formale. L’articolo 38 rappresenta una delle espressioni più significative dello Stato sociale immaginato dai Padri Costituenti. È l’articolo che richiama il dovere della Repubblica di garantire sostegno, protezione e inclusione alle persone che si trovano in condizioni di particolare vulnerabilità, affermando il principio secondo cui la dignità della persona deve essere sempre tutelata e promossa. Dalla visione assistenziale alla Convenzione Onu La Costituzione del 1948 fu una straordinaria opera di civiltà. Tuttavia, essa nacque in un contesto storico nel quale la disabilità veniva prevalentemente interpretata attraverso una prospettiva medico-sanitaria e assistenziale. Il linguaggio dell’epoca rifletteva quella cultura e quella visione della società. Negli ultimi decenni, però, il mondo è cambiato. È cambiato grazie al contributo delle persone con disabilità, delle loro famiglie, del movimento associativo e della comunità internazionale. Soprattutto, è cambiato grazie alla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, che ha introdotto una vera e propria rivoluzione culturale e giuridica. La Convenzione Onu ha superato il tradizionale modello sanitario della disabilità e ha affermato il cosiddetto modello sociale. Secondo questa prospettiva, la disabilità non è una caratteristica che definisce la persona né una conseguenza diretta della sua condizione individuale. La disabilità nasce dall’interazione tra la persona e le barriere fisiche, culturali, comunicative, organizzative e sociali che la società continua a produrre o non riesce ancora a rimuovere. La disabilità non è una caratteristica che definisce la persona né una conseguenza diretta della sua condizione individuale. La disabilità nasce dall’interazione tra la persona e le barriere fisiche, culturali, comunicative, organizzative e sociali che la società continua a produrre o non riesce ancora a rimuovere Questo cambio di paradigma è fondamentale. Significa che il problema non è la persona, ma il contesto che non consente alla persona di partecipare pienamente alla vita della comunità. Significa che la vera sfida non è correggere l’individuo, ma trasformare la società affinché sia accessibile, inclusiva e capace di valorizzare tutte le differenze. La persona, prima della sua condizione L’inserimento del termine “disabilità” nell’articolo 38 recepisce finalmente questa evoluzione culturale all’interno della nostra Carta costituzionale. Significa riconoscere che la Repubblica non è chiamata soltanto ad assistere, ma anche a promuovere condizioni effettive di partecipazione, autonomia e inclusione. Si tratta di una scelta profondamente coerente con il principio personalista che attraversa l’intera Costituzione italiana. La persona viene prima della sua condizione. Viene prima della sua limitazione. Viene prima di qualsiasi definizione o etichetta. È la persona, con la sua dignità e il suo progetto di vita, il valore che la Repubblica è chiamata a riconoscere e promuovere. Per questo motivo considero questa modifica un passaggio di grande valore costituzionale e culturale. Eppure, anziché assistere a una soddisfazione diffusa e a una condivisione trasversale, abbiamo registrato fin dalle prime ore successive alla notizia critiche, prese di posizione contrarie e persino commenti ironici. Naturalmente ogni opinione è legittima e il confronto democratico rappresenta sempre una ricchezza. Tuttavia, appare difficile comprendere una contrarietà così netta rispetto a un intervento che mira a rafforzare il riconoscimento delle persone con disabilità all’interno della Costituzione. Ancora più difficile da comprendere è il fatto che alcune delle critiche siano arrivate proprio da persone che da anni animano il dibattito pubblico sulla disabilità, sui diritti e sull’inclusione. Pur nel pieno rispetto delle diverse sensibilità, sorprende che si possa guardare con sospetto a una modifica che rende finalmente esplicita nella Carta fondamentale della Repubblica una realtà che coinvolge milioni di cittadini e cittadine. La sensazione è che in alcuni casi le reazioni abbiano preceduto l’analisi del contenuto della riforma. Viviamo in un tempo nel quale il dibattito pubblico è sempre più condizionato dalla velocità dei social network. Si prende posizione immediatamente, spesso prima di approfondire davvero il merito delle questioni. Le dinamiche digitali tendono a privilegiare il conflitto e la polarizzazione, amplificando voci che, pur essendo minoritarie, riescono a occupare uno spazio mediatico molto più ampio rispetto alla loro effettiva rappresentatività. Il rischio è che temi complessi e delicati vengano ridotti a slogan o a contrapposizioni precostituite, perdendo quella profondità che invece sarebbe necessaria quando si parla di Costituzione e di