Trasformare la partecipazione da evento a processo. Riflessioni a margine di ExpoAid

Nei tre giorni della manifestazione voluta a Rimini dalla ministra Alessandra Locatelli, c’è stato un dibattito ricco e significativo. ExpoAid è stata un’esperienza collettiva che interroga direttamente il rapporto tra partecipazione, rappresentanza e reale attuazione dei diritti delle persone con disabilità. La sfida, ora, è trasformare ExpoAid da evento a processo, concretizzando questo patrimonio di idee in scelte pubbliche e superando le disuguaglianze che ancora limitano la partecipazione. Un percorso in cui il ruolo del movimento associativo sarà più forte se riuscirà a costruire unità attorno ai diritti fondamentali. I tre giorni di ExpoAid si sono appena conclusi e il primo elemento che emerge non riguarda tanto il bilancio immediato dell’evento, quanto la necessità di interrogarsi sul suo lascito. Più che sulla riuscita della manifestazione in sé, l’attenzione si concentra su ciò che resta e su come il patrimonio di idee, esperienze e confronto possa tradursi in una maggiore capacità di incidere sulle politiche pubbliche del nostro Paese. La sfida della continuità: dalla partecipazione a un evento alla costruzione dei diritti È su questo piano che si colloca la riflessione più rilevante. La questione non è soltanto se ExpoAid sia stato un evento ben riuscito, ma se e in che misura possa rappresentare un tassello di un processo più ampio e continuativo. In altre parole, il punto decisivo riguarda la capacità di trasformare gli spunti emersi in azioni concrete, in grado di orientare in modo strutturale le scelte pubbliche. Quella che si è appena conclusa, infatti, è un’esperienza collettiva che interroga direttamente il rapporto tra partecipazione, rappresentanza e reale attuazione dei diritti delle persone con disabilità. In questi tre giorni si sono intrecciati linguaggi, esperienze e livelli istituzionali differenti, dando vita a un confronto articolato e ricco di contenuti. Proprio questa ricchezza, tuttavia, pone una domanda ulteriore: quanto di ciò che emerge nei grandi eventi pubblici riesce effettivamente a tradursi in cambiamenti strutturali nelle politiche nazionali e territoriali? È un interrogativo che non riguarda solo ExpoAid, ma più in generale il funzionamento dei processi di ascolto e decisione sui temi della disabilità nel nostro Paese. L’articolato e autorevole dibattito sviluppatosi nei numerosi panel di ExpoAid ha attraversato in modo trasversale i principali ambiti della vita delle persone con disabilità, restituendo la complessità di una condizione che non può essere letta per compartimenti separati. Il confronto ha infatti messo in relazione temi solo apparentemente distinti –  scuola, lavoro, autonomia personale, servizi territoriali, accessibilità, progettazione universale e ruolo dei caregiver –  evidenziando invece la loro profonda interdipendenza. Il problema non è la disabilità. Il problema è un mondo progettato come se le persone con disabilità non esistessero. Parte da qui l’inchiesta di VITA magazine di giugno, un numero che scardina il principio dell’inclusione alla ricerca di una convivenza possibile. Ne emerge un quadro unitario, in cui le diverse dimensioni della vita quotidiana si intrecciano e si condizionano reciprocamente: l’effettivo accesso all’istruzione incide sulle opportunità lavorative, la disponibilità di servizi territoriali adeguati determina i livelli di autonomia, l’accessibilità degli ambienti e dei contesti sociali rappresenta la condizione preliminare per la piena partecipazione. Proprio questa trasversalità ha reso il dibattito particolarmente significativo, perché ha consentito di superare una lettura frammentata dei bisogni, restituendo invece l’immagine di una realtà complessa che richiede politiche integrate, coerenti e capaci di tenere insieme le diverse dimensioni della vita delle persone. Un quadro complesso, che conferma come la disabilità non possa essere ricondotta a una dimensione unica, ma debba essere letta come intreccio di esperienze che richiedono risposte integrate e coerenti. Dall’inclusione alla piena cittadinanza Dentro questo percorso si inserisce una riflessione ormai consolidata. Per lungo tempo la disabilità è stata interpretata prevalentemente secondo il modello medico, centrato sulla condizione individuale. A partire dagli anni Novanta, anche grazie alla crescita del movimento associativo, si è progressivamente affermato il modello sociale della disabilità, che sposta l’attenzione sulle barriere ambientali, culturali e organizzative. Questo cambiamento ha trovato un riconoscimento fondamentale nella Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità del 2006, che ha sancito un principio decisivo: la disabilità è una questione di diritti umani e non una caratteristica individuale da correggere. Da quel momento, la sfida non riguarda più soltanto l’inclusione, ma la piena cittadinanza. In questo quadro si colloca anche il ruolo della Fish, che da anni opera nei contesti istituzionali portando avanti una posizione chiara: i diritti non sono oggetto di negoziazione, ma di piena attuazione. Il confronto riguarda gli strumenti e le modalità di implementazione, non la loro sostanza. Partecipazione, un accesso disuguale Accanto alla ricchezza dei contenuti emersi, dalle osservazioni circolate anche sui social emerge tuttavia un nodo critico: la partecipazione non è stata pienamente accessibile a tutti. Le cause sono molteplici e strutturali. Barriere economiche, difficoltà organizzative, costi legati alla mobilità e ai supporti necessari, insieme a una disomogenea disponibilità dei servizi, hanno limitato l’accesso. Questo dato evidenzia una contraddizione ancora aperta: la partecipazione è formalmente riconosciuta come diritto, ma non sempre è garantita in modo sostanziale. In particolare per le persone con disabilità e le loro famiglie, la possibilità di partecipare non dipende solo dalla volontà, ma anche da condizioni materiali spesso sfavorevoli. Gli spostamenti, l’assistenza, la disponibilità di mezzi adeguati e la complessità logistica incidono in modo significativo. Ne deriva il rischio che il diritto alla partecipazione resti diseguale, riproducendo forme di esclusione proprio nei contesti che dovrebbero promuovere inclusione. Criticità che tuttavia non possono essere attribuite all’organizzazione di ExpoAid. Posso formulare queste considerazioni anche sulla base di un’esperienza diretta. Ho partecipato a ExpoAid non come semplice presenza istituzionale, ma contribuendo attivamente al dibattito in diversi panel e momenti di confronto. Questo mi ha consentito di seguire da vicino il lavoro dei tre giorni, ascoltando posizioni differenti e confrontandomi con rappresentanti delle istituzioni, del mondo associativo, con professionisti, persone con disabilità e loro familiari. Le riflessioni che propongo, pertanto, non sono il risultato di una lettura indiretta dell’evento né delle suggestioni, talvolta parziali, lette sui social, ma derivano da una conoscenza diretta dei contenuti affrontati, delle criticità emerse e delle prospettive che