Dalla connessione alla compulsione. Quando il confronto sulla disabilità diventa rancore sui social
Mi preoccupa il rancore che attraversa alcune discussioni sui social ogni volta che si affrontano i temi della disabilità. Basta una proposta, un incontro istituzionale, l’annuncio di una misura o di un risultato perché il confronto venga investito da livore, insinuazioni e, talvolta, autentica cattiveria. Si finisce per giudicare le persone prima ancora di esaminare i contenuti, attribuendo secondi fini a chiunque provi a intervenire. È una deriva che merita una riflessione seria, perché impoverisce il dibattito e rischia di indebolire proprio le ragioni che diciamo di voler difendere. Parliamo di scuola, lavoro, assistenza, vita indipendente. Parliamo della possibilità di scegliere dove e con chi vivere, di partecipare alla propria comunità, di costruire il proprio futuro. Ogni discussione dovrebbe mantenere un legame riconoscibile con queste esigenze. Quando diventa una sequenza di attacchi personali, le persone con disabilità e le loro famiglie rischiano di essere ridotte a uno sfondo sul quale consumare contrapposizioni. La rabbia di chi vede negati i propri diritti merita ascolto. Chi incontra ostacoli, attende un servizio o deve rivendicare continuamente ciò che gli spetta può esprimere indignazione, esasperazione, persino sfiducia. A queste persone abbiamo il dovere di dare risposte. Sarebbe profondamente sbagliato usare il richiamo al rispetto per rendere più comode da ascoltare le loro proteste o per sottrarre le istituzioni e le organizzazioni alle proprie responsabilità. Il punto riguarda il modo in cui si affrontano le idee e si trattano le persone. Una critica può essere durissima, mettere in discussione una scelta, denunciare un errore, chiedere conto di un risultato mancato. Il confronto si deteriora quando l’offesa prende il posto dell’argomento, il sospetto diventa una verità indiscutibile e la malafede viene attribuita a prescindere. La parola “diritti” non può diventare un lasciapassare per umiliare chi sostiene una posizione diversa. È questo il senso del passaggio dalla connessione alla compulsione: il rischio che la partecipazione si riduca a una sequenza di reazioni automatiche, nella quale ogni notizia diventa un’occasione per condannare. Il giudizio precede la lettura, la replica arriva prima della comprensione, nelle parole altrui si cerca soltanto la conferma di una convinzione già formulata. Quando accade, la connessione perde la sua capacità di mettere in relazione esperienze e idee. Se il valore di un intervento viene misurato soltanto dalle reazioni che suscita, anche la polemica può diventare un fine. Si può finire per ripetere un’accusa perché suscita approvazione o per alzare il tono pur di tenere viva una polemica. Il rischio è che l’attenzione si sposti dal problema alla visibilità di chi lo racconta. E che il tempo dedicato a rispondere all’ennesima provocazione venga sottratto all’ascolto delle persone e all’esame delle questioni concrete. Nel dibattito sulla disabilità questa dinamica diventa particolarmente dannosa quando ogni iniziativa viene respinta in partenza. Una proposta è considerata inutile prima di essere letta; un risultato parziale viene trattato come un tradimento; il confronto con un’istituzione diventa, da solo, motivo di sospetto. Se qualunque cosa venga fatta conduce alla stessa condanna, diventa impossibile riconoscere le differenze tra un errore, un miglioramento e una promessa rimasta senza seguito. E senza queste differenze anche la critica perde precisione e forza. Una misura può produrre un avanzamento e contenere limiti che vanno corretti. Riconoscerne l’utilità permette di individuare con maggiore chiarezza ciò che resta da ottenere. La responsabilità del movimento associativo consiste anche nel tenere insieme questi due compiti: dare conto dei cambiamenti e continuare a chiedere quanto ancora manca. Considerare insufficiente un risultato è legittimo; cancellarne per principio ogni effetto utile rende più difficile valutarlo nell’interesse delle persone. Anche il confronto con la politica deve essere giudicato nel merito. Chi rappresenta un’organizzazione ha il compito di portare le istanze delle persone nei luoghi in cui si assumono decisioni, mantenendo autonomia di giudizio e libertà di critica. Sedersi a un tavolo comporta la responsabilità di avanzare richieste precise, sostenere le proprie ragioni e verificare gli impegni assunti. Sono questi gli elementi sui quali chiedere conto a chi esercita una funzione di rappresentanza. La responsabilità vale anzitutto per noi. Dobbiamo spiegare quali proposte abbiamo presentato, quali risposte abbiamo ricevuto, quali obiettivi sono stati raggiunti e quali restano aperti. Dobbiamo riconoscere gli errori e accogliere le domande scomode. L’autorevolezza si costruisce anche così. E nessuna organizzazione, nessuna singola persona, nessuna pagina social può pretendere di esaurire la pluralità delle esperienze della disabilità o di parlare al posto di tutte e tutti. Per lo stesso motivo, il diritto di denunciare un’ingiustizia appartiene anche a chi non ha una proposta tecnica da presentare o un’appartenenza associativa da esibire. Una testimonianza può far emergere una conseguenza trascurata, un’esclusione, una difficoltà concreta. Il nostro compito è darle ascolto e assumerla nel confronto. Chiedere rispetto significa rendere possibile questa partecipazione, proteggendo anche chi rischia di allontanarsi da una discussione diventata ostile. Serve allora una responsabilità condivisa nell’uso delle parole. Leggere i contenuti prima di commentarli, distinguere i fatti dalle interpretazioni, correggere un’informazione sbagliata, evitare insinuazioni sulle intenzioni altrui: sono scelte che rendono più credibile la nostra presenza pubblica. Anche chi amministra una pagina o rappresenta un’associazione deve favorire un confronto aperto nel quale il dissenso possa esprimersi senza che la derisione e l’aggressione personale diventino la regola. Vorrei che tornassimo a discutere con maggiore attenzione di che cosa cambia nella vita delle persone, di chi resta escluso e di quali impegni siano effettivamente verificabili. Sono queste le domande che dovrebbero guidare il confronto. I social possono offrire uno spazio prezioso per farle emergere, raccogliere testimonianze e costruire partecipazione. Sta anche a noi usare questo spazio con la cura che i temi della disabilità richiedono. Per parte mia, considero il confronto, anche aspro, parte essenziale di un impegno pubblico. A chi interviene nel dibattito chiedo la stessa disponibilità a misurarsi con i fatti: discutiamo le scelte, chiediamo conto degli impegni, pretendiamo risultati. Il rancore, il livore e la cattiveria non rendono più forte una rivendicazione. La dignità delle persone deve valere anche nelle parole che scegliamo, soprattutto quando siamo in disaccordo.