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Piano casa e disabilità: l’abitare deve diventare un diritto di cittadinanza

Il cosiddetto “Piano Casa”, entrato in vigore con la Legge n. 116 del 2026, apre uno spazio importante di riflessione sul futuro delle politiche abitative nel nostro Paese. E, soprattutto, ci offre l’occasione per porre al centro del dibattito pubblico una questione che per troppo tempo è rimasta sullo sfondo: dove, come e con chi vivere non è soltanto una questione abitativa. È una questione di libertà, autonomia, autodeterminazione e cittadinanza.

Per le persone con disabilità, infatti, avere una casa non significa semplicemente disporre di quattro mura e di un tetto. Significa poter scegliere il proprio luogo di vita, vivere all’interno della comunità, costruire e mantenere relazioni, lavorare, studiare, muoversi, ricevere i sostegni necessari e, soprattutto, poter decidere della propria esistenza.

È da questa prospettiva che dobbiamo leggere le novità introdotte dal Piano Casa.

La scelta di orientare gli interventi ai princìpi dell’accessibilità e della progettazione universale rappresenta certamente un avanzamento culturale prima ancora che normativo. Significa iniziare a superare quella logica secondo la quale l’accessibilità viene affrontata soltanto dopo la costruzione di un edificio, quasi fosse un adattamento successivo destinato a una minoranza di cittadini.

Una casa progettata per essere utilizzabile da tutti non è una “casa per persone con disabilità”: è semplicemente una casa migliore.

Ed è questo il paradigma che deve progressivamente diventare ordinario nell’intera politica urbanistica ed edilizia del Paese.

Non possiamo continuare a costruire edifici, quartieri, servizi e città per poi spendere ulteriori risorse nel tentativo di correggere ciò che avrebbe potuto e dovuto essere progettato correttamente fin dall’inizio.

La progettazione universale deve entrare strutturalmente nei nuovi programmi di edilizia residenziale pubblica e sociale, negli interventi di rigenerazione urbana, nei programmi di recupero del patrimonio esistente e, progressivamente, nelle regole che governano l’intero settore delle costruzioni.

Il Piano Casa può dunque rappresentare un punto di partenza. Ma non può essere considerato un punto di arrivo.

Il vero cambiamento che dobbiamo costruire nei prossimi anni consiste nel passare dall’abbattimento delle barriere alla prevenzione delle barriere.

Dobbiamo arrivare a un Paese nel quale una persona che utilizza una carrozzina, una persona cieca o ipovedente, una persona sorda o una persona con disabilità intellettiva possa cercare una casa senza dover verificare preventivamente se riuscirà ad attraversarne la porta, utilizzare il bagno, raggiungere l’ascensore o muoversi autonomamente negli spazi comuni.

Questo significa parlare davvero di uguaglianza sostanziale.

Significa riconoscere che l’accessibilità non è una concessione e neppure un costo aggiuntivo, ma una componente essenziale della qualità dell’abitare.

Accanto agli aspetti legati alla qualità e alla fruibilità degli alloggi, il Piano Casa interviene anche sul tema dell’accesso all’abitazione e, in particolare, sull’accesso al credito per l’acquisto della prima casa.

L’estensione delle categorie prioritarie del Fondo di Garanzia per la prima casa alle persone con disabilità grave e, nelle condizioni previste dalla legge, ai familiari conviventi rappresenta un segnale significativo.

È una misura importante perché riconosce indirettamente una realtà che le persone con disabilità e le loro famiglie conoscono molto bene: la disabilità può determinare costi aggiuntivi rilevanti e incidere profondamente sulla capacità economica di un nucleo familiare.

Ma anche su questo terreno dobbiamo guardare più lontano.

L’accesso al credito è soltanto una parte del problema abitativo.

Ci sono persone con disabilità che non potranno acquistare una casa. Ci sono giovani con disabilità che vogliono uscire dal proprio nucleo familiare ma non dispongono delle condizioni economiche necessarie. Ci sono genitori anziani che continuano a domandarsi cosa accadrà ai propri figli quando loro non potranno più occuparsene. Ci sono persone che, ancora oggi, sono costrette a scegliere soluzioni residenziali che non avrebbero scelto liberamente semplicemente perché sul territorio mancano alternative abitative e adeguati servizi di supporto.

È soprattutto a loro che deve guardare la prossima stagione delle politiche pubbliche.

Il diritto alla casa deve incontrare il diritto alla vita indipendente.

E questo significa costruire una politica nazionale dell’abitare capace di dialogare concretamente con la riforma della disabilità, con il progetto di vita individuale, personalizzato e partecipato e con la costruzione di un welfare realmente fondato sulla persona.

Non basta realizzare appartamenti accessibili se poi mancano l’assistenza personale, i servizi territoriali, la mobilità accessibile, le tecnologie assistive, il sostegno alla domiciliarità e le risorse necessarie affinché una persona possa realmente vivere nella propria abitazione.

La casa deve essere uno dei luoghi nei quali si realizza il progetto di vita, non il contenitore nel quale una persona viene semplicemente collocata.

Ed è precisamente qui che dovrà avvenire il salto di qualità delle politiche pubbliche.

In questa prospettiva, uno dei prossimi grandi obiettivi che il nostro Paese deve assumere con maggiore determinazione è quello della deistituzionalizzazione delle persone con disabilità.

Non si tratta semplicemente di ridurre il ricorso alle strutture residenziali, né di trasferire le persone da luoghi più grandi a soluzioni apparentemente più piccole. Deistituzionalizzare significa prima di tutto cambiare radicalmente il paradigma con cui vengono costruite le politiche di sostegno: passare da un sistema che troppo spesso organizza la vita delle persone sulla base dei servizi disponibili a un sistema nel quale siano i servizi, le risorse e i sostegni ad adattarsi alle scelte, ai desideri e al progetto di vita della persona.

Per troppo tempo, infatti, l’assenza di alternative concrete sul territorio ha trasformato quella che dovrebbe essere una scelta libera in una soluzione obbligata. Quando mancano abitazioni accessibili, assistenza personale, servizi domiciliari adeguati, sostegni economici, tecnologie assistive, reti di prossimità e opportunità reali di vita nella comunità, l’ingresso in una struttura rischia di diventare non una scelta, ma l’unica possibilità disponibile.

È proprio questo meccanismo che dobbiamo progressivamente superare.

La deistituzionalizzazione deve quindi essere considerata una vera politica pubblica nazionale e non una somma di esperienze locali, spesso affidate alla capacità dei singoli territori o alla forza delle famiglie.

Servono programmazione, risorse stabili, obiettivi misurabili e una forte integrazione tra politiche abitative, sociali, sanitarie e sociosanitarie. Servono soprattutto soluzioni abitative diffuse nei normali contesti urbani, di piccole dimensioni, pienamente accessibili e inserite nella comunità, accompagnate dai sostegni necessari perché ogni persona possa vivere in condizioni di sicurezza senza rinunciare alla propria libertà.

Questo significa rafforzare l’assistenza personale, sostenere l’abitare autonomo e l’abitare supportato, favorire percorsi graduali di uscita dalle grandi strutture, investire nella domiciliarità e garantire che il progetto di vita individuale, personalizzato e partecipato possa disporre realmente delle risorse necessarie alla sua attuazione.

Significa anche accompagnare le famiglie, perché la deistituzionalizzazione non può tradursi nel trasferimento del carico assistenziale dalle strutture ai genitori, ai fratelli o ai caregiver.

La vita indipendente è tale soltanto quando la persona può contare su un sistema pubblico di sostegni adeguato, continuativo e personalizzato.

Dobbiamo inoltre impedire che si producano nuove forme di istituzionalizzazione sotto denominazioni differenti.

La dimensione ridotta di una struttura, da sola, non garantisce infatti autodeterminazione e inclusione.

Anche un piccolo gruppo appartamento può riprodurre logiche istituzionalizzanti se la persona non può scegliere con chi vivere, come organizzare la propria giornata, quando uscire, quali relazioni coltivare o quali attività svolgere.

Il parametro non deve essere semplicemente la dimensione fisica del luogo, ma il livello effettivo di libertà, partecipazione, autodeterminazione e controllo che la persona esercita sulla propria esistenza.

La sfida dei prossimi anni dovrà quindi essere quella di costruire una società nella quale nessuna persona con disabilità sia costretta a vivere in un luogo separato dalla comunità soltanto perché necessita di sostegni elevati.

Anche le persone con disabilità complesse devono poter disporre di soluzioni personalizzate che consentano loro di continuare a vivere nei territori, vicino alle proprie relazioni, ai propri affetti e alla propria comunità di riferimento.

Per questo la deistituzionalizzazione deve diventare uno degli obiettivi strategici del nostro Paese. Non un principio astratto, ma un processo concreto, progressivo e verificabile, capace di trasformare le risorse oggi destinate prevalentemente alla risposta residenziale in investimenti per l’autonomia, l’assistenza personale, l’abitare inclusivo e i servizi di comunità.

Solo così potremo passare realmente da un modello fondato sui luoghi della protezione a un modello fondato sui diritti, sulle scelte e sulla piena partecipazione.

Parlare di deistituzionalizzazione significa, in definitiva, affermare un principio molto semplice ma decisivo: una persona con disabilità non deve essere costretta a scegliere tra avere assistenza e avere libertà.

Il compito delle politiche pubbliche dei prossimi anni deve essere quello di rendere possibili entrambe.

In questa direzione dovremmo avere il coraggio di costruire una vera strategia nazionale per l’abitare inclusivo, capace di mettere insieme Stato, Regioni, Comuni, edilizia residenziale pubblica, Terzo Settore, cooperazione sociale e soggetti privati.

Una strategia che programmi una quota crescente di alloggi realmente accessibili; favorisca il recupero del patrimonio pubblico inutilizzato; sostenga forme innovative di abitare sociale; incentivi piccoli nuclei abitativi inseriti nei normali contesti urbani; rafforzi i contributi per l’adattamento delle abitazioni esistenti e permetta alle persone con disabilità di scegliere liberamente dove e con chi vivere.

Dovremo inoltre interrogarci sulla necessità di costruire strumenti economici e finanziari più ambiziosi.

Agevolazioni fiscali stabili per l’accessibilità delle abitazioni, fondi per gli adattamenti collegati al progetto di vita, incentivi per i proprietari che rendano accessibili gli immobili destinati alla locazione e programmi specificamente rivolti ai giovani con disabilità potrebbero costituire alcune delle prossime tappe.

Così come sarà indispensabile intervenire con maggiore decisione sull’edilizia residenziale pubblica.

Non è più accettabile che una persona alla quale viene assegnato un alloggio pubblico debba successivamente scoprire che quell’abitazione non è utilizzabile a causa delle proprie condizioni personali.

Occorre conoscere la reale accessibilità del patrimonio pubblico italiano, mapparlo e programmare gli interventi necessari.

Dobbiamo sapere quanti alloggi accessibili abbiamo, dove si trovano, quanti ne servono e quali territori presentano le maggiori criticità.

Perché senza dati non esiste programmazione.

E senza programmazione continueremo inevitabilmente a rispondere alle emergenze anziché costruire diritti.

La sfida, quindi, va ben oltre il Piano Casa.

Si tratta di decidere quale modello di società vogliamo costruire.

Per troppo tempo abbiamo pensato alle persone con disabilità come destinatarie di interventi speciali. Il futuro deve andare nella direzione opposta: politiche ordinarie capaci di includere la diversità delle persone fin dalla loro progettazione.

Vale per la scuola, per il lavoro, per i trasporti, per la salute. E deve valere finalmente anche per la casa.

L’abitare rappresenta una delle condizioni fondamentali attraverso le quali una persona esercita la propria libertà.

Per questo il principio che dovrebbe accompagnarci nei prossimi anni è semplice: nessuna persona dovrebbe essere costretta a rinunciare alla propria autonomia perché non trova una casa accessibile, perché non riesce economicamente a sostenerla o perché sul territorio non esistono i supporti necessari per viverci.

Il Piano Casa può contribuire ad aprire questa strada.

Adesso occorre percorrerla fino in fondo, trasformando l’accessibilità da requisito tecnico a scelta politica e il diritto all’abitare da misura sociale a vero diritto di cittadinanza.

Perché poter scegliere la propria casa significa, prima di tutto, poter scegliere la propria vita.

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