Modica, oltre l’indignazione: la responsabilità di costruire un vero cambio di paradigma
Ci risiamo. A poca distanza dai gravi fatti di cronaca che hanno riguardato la Campania, questa volta le notizie arrivano dalla Sicilia, da Modica. Cambiano il territorio, le persone coinvolte e le circostanze, così come saranno specifiche le responsabilità che spetterà alla magistratura accertare. Ma torna, ancora una volta, una domanda alla quale non possiamo più sottrarci: quanto siamo realmente capaci di garantire i diritti, la dignità e la libertà delle persone con disabilità, soprattutto di quelle che necessitano di maggiori sostegni? “Ci risiamo” è un’espressione amara. Eppure restituisce bene la sensazione che si prova quando, a poca distanza di tempo, siamo nuovamente chiamati a confrontarci con notizie che riguardano ipotesi di maltrattamenti ai danni di persone con disabilità. Sui fatti di Modica sarà naturalmente la magistratura a fare piena luce. Le responsabilità sono individuali e devono essere accertate nelle sedi competenti, senza processi sommari e senza anticipare sentenze. Ma la prudenza nell’accertamento dei fatti non può impedirci di porre domande sul sistema. Perché ogni volta che accadono episodi di questa natura assistiamo quasi allo stesso copione: ci indigniamo, ci chiediamo come sia stato possibile, invochiamo controlli più severi e poi, lentamente, i riflettori si spengono. Fino alla notizia successiva. È questo meccanismo che dobbiamo interrompere. Non soltanto ciò che emerge, ma ciò che rischia di rimanere invisibile Di fronte a fatti del genere, l’indignazione è inevitabile. Ma non può e non deve essere sufficiente. Se vogliamo davvero evitare che episodi simili possano ripetersi, dobbiamo trasformare l’emozione del momento in responsabilità concreta, capacità di prevenzione e volontà di cambiamento. E c’è un pensiero ancora più scomodo. Mentre scrivo queste parole, o, meglio ancora, mentre qualcuno sta leggendo questo articolo, è ragionevole temere che, in qualche altra parte d’Italia, possano esserci persone con disabilità che stanno vivendo situazioni di sofferenza, trascuratezza, abuso o mancato rispetto dei propri diritti senza che tutto questo sia ancora emerso. Non possiamo sapere se e dove ciò stia accadendo e sarebbe scorretto trasformare un timore in una certezza. Ma è proprio questa possibilità a doverci interrogare. Perché ciò che dovrebbe preoccuparci non è soltanto quello che viene scoperto. È anche quello che rischia di rimanere invisibile. Quante persone non riescono a raccontare ciò che vivono perché non dispongono degli strumenti comunicativi necessari? Quanti segnali di disagio non vengono riconosciuti? Quante famiglie non sanno a chi rivolgersi? Quanti operatori possono accorgersi che qualcosa non funziona senza disporre di canali sicuri attraverso i quali segnalarlo? Quanto sono capaci i nostri sistemi di controllo di osservare ciò che realmente accade nella quotidianità delle persone?La qualità di un sistema di tutela non si misura soltanto dalla capacità di intervenire quando un diritto è stato ormai violato. Si misura soprattutto dalla capacità di prevenire quella violazione, riconoscerne tempestivamente i segnali e intervenire prima che il danno diventi irreparabile. Vedere prima, ascoltare prima, intervenire prima. Accreditamenti e controlli: dalla conformità alla qualità della vita La prevenzione ci porta inevitabilmente a interrogarci sui sistemi di autorizzazione, accreditamento e controllo. I requisiti strutturali, organizzativi e professionali sono indispensabili. Ma non possono essere sufficienti. Una struttura può possedere tutte le autorizzazioni previste, rispettare formalmente gli standard e avere una documentazione perfettamente in ordine. Tutto questo, però, non ci dice necessariamente come vivano concretamente le persone al suo interno. Dobbiamo allora cambiare la domanda. Non verificare soltanto se il servizio è conforme, ma anche se la persona sta bene e se i suoi diritti sono effettivamente rispettati. È ascoltata? Può esprimere preferenze e dissenso? Ha possibilità di scelta nella propria quotidianità? Può mantenere relazioni con l’esterno? Dispone degli strumenti necessari per comunicare un disagio? Sa a chi rivolgersi se qualcosa non va? La qualità non può essere certificata esclusivamente attraverso carte, procedure e indicatori. Deve essere osservata nella vita concreta delle persone. E questo vale ancora di più quando parliamo di persone con elevate necessità di sostegno o che utilizzano modalità comunicative non convenzionali. Un sistema di tutela non può funzionare soltanto quando una persona è nelle condizioni di formulare autonomamente una denuncia. Dobbiamo imparare ad ascoltare anche quando non ci sono parole. Videosorveglianza: uno strumento, non una scorciatoia. Dentro questa riflessione si inserisce inevitabilmente anche il tema della videosorveglianza. È una questione complessa, perché coinvolge sicurezza, riservatezza, dignità delle persone e diritti dei lavoratori. Proprio per questo non può essere affrontata attraverso slogan o contrapposizioni ideologiche. Una telecamera non potrà mai sostituire la qualità professionale degli operatori, la formazione, la supervisione, una buona organizzazione e una cultura fondata sul rispetto. Ma sarebbe altrettanto sbagliato sottrarsi a una discussione seria sugli strumenti che, all’interno di un quadro rigoroso di garanzie, possano contribuire alla prevenzione e all’accertamento di eventuali condotte lesive. La videosorveglianza può essere uno strumento per l’immediato, non può essere la soluzione. Perché la vera prevenzione nasce da un sistema nel quale controlli efficaci, professionalità, ascolto, trasparenza e responsabilità organizzativa funzionano insieme. La qualità dei servizi passa anche dalla qualità del lavoro In questo quadro dobbiamo affrontare anche le condizioni nelle quali lavorano gli operatori. Parlarne non significa cercare giustificazioni per eventuali comportamenti violenti. Un abuso rimane tale e non può trovare attenuanti nella fatica, nella carenza di personale o nelle difficoltà organizzative. Ma prevenire significa anche costruire organizzazioni sane. Formazione continua, supervisione professionale, organici adeguati, condizioni di lavoro dignitose, sostegno alle équipe e prevenzione del burnout incidono direttamente sulla qualità dei servizi. Dobbiamo inoltre creare ambienti nei quali chi assiste a un comportamento scorretto possa segnalarlo senza paura, sapendo che verrà ascoltato e che qualcuno interverrà. La tutela dei diritti della persona con disabilità deve essere una responsabilità diffusa dell’intera organizzazione. La violenza non ha un indirizzo prestabilito A questo punto, però, dobbiamo evitare una semplificazione. Di fronte a episodi che si verificano all’interno di una struttura, la reazione più immediata può essere quella di identificare nel luogo stesso la causa del problema: la struttura diventa sinonimo di istituzionalizzazione e la casa, per contrapposizione, viene considerata automaticamente il luogo della libertà e della sicurezza. La realtà è più complessa. Una struttura non è