La decisione di Roma Capitale sulle targhe associate al CUDE (Contrassegno Unico Disabili Europeo) rappresenta un evidente passo indietro sul terreno della mobilità e dell’autonomia delle persone con disabilità. Le nuove disposizioni, infatti, riconducibili alla Deliberazione di Giunta Capitolina n. 196/2025, hanno ridotto da tre a due le targhe associabili al CUDE, distinguendole tra una targa “principale” e una “secondaria”. Ma dal 22 agosto scorso, nonostante entrambe risultino associate al contrassegno, soltanto la targa principale può accedere alle ZTL (Zone a Traffico Limitato) e transitare sulle corsie preferenziali con la persona con disabilità a bordo.
Si tratta di una scelta da contestare con estrema fermezza, a partire da un punto che dovrebbe essere elementare: il CUDE è legato alla persona e non all’automobile. Una persona con disabilità può essere accompagnata dal proprio familiare, dall’assistente personale, da un caregiver, da un amico. Può utilizzare automobili diverse a seconda delle esigenze della giornata, della disponibilità dei familiari, di un guasto, di una necessità improvvisa o semplicemente dell’organizzazione della propria vita. Consentire dunque l’associazione di due targhe e stabilire poi che solo una possa effettivamente entrare nella ZTL significa, nei fatti, svuotare di significato la seconda possibilità.
Roma Capitale sostiene che la targa principale possa essere modificata attraverso lo sportello online. Ed è proprio qui che emerge il paradosso: per esercitare un diritto fondamentale come quello alla mobilità, la persona con disabilità dovrebbe ricordarsi preventivamente quale automobile utilizzerà, collegarsi con SPID o CIE (Carta d’Identità Elettronica), accedere alla piattaforma, modificare la targa e soltanto dopo potersi spostare. In alternativa rimane lo sportello fisico, con tutte le difficoltà che questo può comportare.
Questa non è semplificazione, ma è burocrazia applicata alla libertà personale. Significa trasformare una normale esigenza quotidiana in un adempimento amministrativo. Significa chiedere ancora una volta alle persone con disabilità di adattarsi all’organizzazione della Pubblica Amministrazione, quando dovrebbe essere esattamente il contrario. Ed è ancora più grave che una scelta simile venga adottata proprio a Roma, una città nella quale l’accessibilità del trasporto pubblico continua a presentare criticità significative e nella quale, per moltissime persone con disabilità, l’automobile rappresenta non un privilegio ma uno strumento indispensabile per lavorare, studiare, curarsi, partecipare alla vita sociale e vivere con autonomia.
Non stiamo parlando infatti di un beneficio accessorio, ma stiamo parlando del diritto alla mobilità.
Se una persona oggi viene accompagnata dal figlio e domani dal coniuge, se utilizza l’auto dell’assistente personale invece di quella familiare, se l’automobile abituale è indisponibile o semplicemente cambia chi può accompagnarla, non dovrebbe essere costretta ad aprire una piattaforma informatica prima di poter attraversare la città. È una concezione burocratica della disabilità che pensavamo di esserci lasciati alle spalle.
La Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità ci indica una direzione completamente diversa: rimuovere gli ostacoli alla partecipazione e garantire alle persone la massima autonomia possibile. Le amministrazioni dovrebbero quindi domandarsi come rendere più semplice la mobilità delle persone con disabilità, non come aggiungere nuovi passaggi, nuovi obblighi e nuove complicazioni.
Naturalmente comprendiamo la necessità di contrastare l’utilizzo improprio dei contrassegni. Ma gli abusi si combattono con controlli seri, strumenti tecnologici interoperabili e sanzioni efficaci verso chi utilizza illegittimamente il CUDE. Non restringendo le possibilità di movimento di chi il contrassegno ha pieno diritto di utilizzarlo. Colpire indistintamente tutti per contrastare eventuali comportamenti scorretti significa scegliere la strada amministrativamente più semplice, scaricandone però il peso sulle persone con disabilità. E questo non è accettabile.
Roma Capitale dovrebbe quindi rivedere immediatamente questa disciplina, consentendo almeno alle due targhe regolarmente associate al CUDE di accedere alle ZTL quando trasportano la persona titolare del contrassegno, senza obbligare ogni volta il cittadino/cittadina a modificare preventivamente la cosiddetta targa principale.
La tecnologia deve servire a semplificare la vita delle persone, non a complicarla e la mobilità delle persone con disabilità non può dipendere da un accesso allo SPID, da una modifica su un portale o dalla necessità di prevedere in anticipo quale automobile sarà disponibile. I diritti non si mettono in pausa mentre si aggiorna una targa.
Chiediamo quindi al Campidoglio di aprire immediatamente un confronto con le organizzazioni rappresentative delle persone con disabilità e di correggere una scelta che, invece di aumentare autonomia e libertà, introduce una nuova barriera. Perché una città davvero accessibile non è quella che concede eccezioni, ma è quella che organizza la propria mobilità partendo anche dai diritti e dalla vita reale delle persone con disabilità.