Continuità degli insegnanti di sostegno, il decreto resta.

Il Tar del Lazio ha respinto la richiesta di sospensione del decreto ministeriale 32/2025, che per la prima volta permetteva alle famiglie di chiedere conferma del docente di sostegno precario. I giudici dovranno comunque esprimersi sulla norma nel merito, ma per quest’anno si procede. Come più volte ribadito, la continuità non è un’opzione organizzativa, ma condizione indispensabile per percorsi di apprendimento coerenti e relazioni educative significative. Le famiglie degli alunni con disabilità potranno chiedere la riconferma per il prossimo anno del docente di sostegno già in servizio nell’anno scolastico 2024/2025. Per ora, almeno. Il Tribunale amministrativo regionale – Tar del Lazio (le cui decisioni, va sottolineato, fanno giurisprudenza, con un impatto rilevante sulle decisioni degli altri Tar regionali) non ha ritenuto sussistenti i presupposti per concedere una misura cautelare per sospendere l’efficacia (in attesa di un giudizio nel merito) del decreto ministeriale 32/2025, “Misure finalizzate a garantire la continuità dei docenti a tempo determinato su posto di sostegno per l’anno scolastico 2025/2026”. Nelle scorse settimane Flc Cgil e Gilda Unams, tra gli altri, avevano impugnato il decreto ministeriale 32/2005 perché, come si legge nel testo che respinge la richiesta di istanza cautelare, «violerebbe il principio del merito posto a fondamento della procedura di reclutamento dei docenti, impedendo a docenti collocati in posizione utile in graduatoria di essere destinatari di un contratto a tempo determinato nei posti di sostegno confermati». Costituitasi in giudizio a fianco del ministero dell’Istruzione e del Merito e dell’Autorità garante per i diritti delle persone con disabilità, la Federazione italiana per i diritti delle persone con disabilità e famiglie-Fish_Ets ha invece sostenuto con fermezza la legittimità e l’urgenza delle misure previste dal decreto. Con questa decisione, il Tar riconosce non solo la fondatezza giuridica della norma, ma soprattutto l’importanza cruciale della continuità educativa per garantire il diritto all’istruzione degli studenti con disabilità. Oggi, possiamo affermare con orgoglio che questa vittoria appartiene a tutti coloro che credono in una scuola capace di valorizzare le differenze e garantire a ciascuno il diritto di costruire il proprio progetto di vita. Una vittoria che dedichiamo agli studenti con disabilità, alle loro famiglie e agli insegnanti che, nonostante mille difficoltà, continuano ogni giorno a costruire ponti verso una società più giusta e inclusiva. La decisione del Tar, secondo l’associazione, segna un passaggio decisivo nel cammino verso una scuola realmente inclusiva. Sancisce infatti che la continuità «non è un’opzione organizzativa, ma una condizione indispensabile per percorsi di apprendimento coerenti e relazioni educative significative». È il superamento di una visione frammentaria dell’inclusione, in favore di un  approccio fondato sulla progettualità, sulla competenza e sulla stabilità. Non si tratta di creare corsie preferenziali per alcune categorie di docenti, si precisa, ma di «garantire il pieno esercizio di un diritto per migliaia di studenti con disabilità. Una scuola che cambia continuamente figure di riferimento indebolisce il percorso educativo, disperde competenze e relazioni, mina l’efficacia dell’inclusione. Questa vittoria giuridica rappresenta un passo avanti concreto. Ma molto resta da fare. Ora è necessario vigilare sull’applicazione omogenea della norma, rafforzare la formazione dei docenti, investire risorse adeguate affinché l’inclusione scolastica non resti un principio astratto ma si traduca in prassi quotidiane». Questa sentenza, afferma con chiarezza che la continuità educativa non è un optional o una semplice comodità organizzativa, bensì una condizione essenziale per garantire il diritto all’istruzione. Troppo spesso abbiamo assistito allo svilimento di percorsi educativi faticosamente costruiti, vanificati dal continuo avvicendarsi di figure di riferimento. Ora viene sancito un principio inequivocabile: la stabilità della relazione educativa costituisce parte integrante e imprescindibile del processo di apprendimento per gli studenti con disabilità.

I referendum sul lavoro e le persone con disabilità: un approfondimento

Davanti ai prossimi referendum di giugno crediamo sia necessario sottrarsi alla semplificazione dello scontro ideologico e conoscere bene cosa siamo chiamati davvero a decidere. Il nostro voto, infatti, avrà effetti concreti sulla vita di chi lavora in condizioni di maggiore fragilità. E la complessità, stavolta, non è un alibi: è responsabilità. Innanzitutto va ricordato dunque che l’8 e il 9 giugno i cittadini e le cittadine saranno chiamati a esprimersi su cinque quesiti referendari, quattro dei quali riguardanti il mondo del lavoro. Tra questi, assume particolare rilievo quello relativo all’abrogazione del Decreto Legislativo 23/15, noto come Jobs Act. In caso di vittoria del “Sì”, verrebbe cancellato il sistema delle tutele crescenti — applicato ai contratti di lavoro a tempo indeterminato stipulati a partire dal 7 marzo 2015 — e reintrodotto in modo generalizzato il vecchio articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (Legge 300/70) come unico meccanismo di tutela contro i licenziamenti illegittimi. Anche ammettendo – ipotesi non da tutti condivisa – che l’abrogazione del Decreto 23/15 comporti effettivamente un ripristino generalizzato dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, applicabile quindi anche alle assunzioni successive al 2015, è importante precisare che non si tornerebbe alla versione originaria del 1970, bensì a quella riformata dalla cosiddetta “Riforma Fornero” nel 2012 (Legge 92/12). Al di là dunque del dibattito “ideologico”, il ritorno all’articolo 18 potrebbe sembrare un rafforzamento delle garanzie per i lavoratori. E tuttavia, per alcune categorie particolarmente vulnerabili, come le persone con disabilità, la reintroduzione del vecchio sistema potrebbe determinare, anziché un ampliamento, una riduzione delle tutele. Il testo dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, infatti, nella sua formulazione attuale non garantisce una tutela ripristinatoria piena ai lavoratori con disabilità, salvo che il licenziamento non venga espressamente qualificato come discriminatorio. A meno che non si affronti esplicitamente questo nodo, dunque, il referendum potrebbe portare a reintrodurre un sistema non pienamente coerente con i princìpi del diritto antidiscriminatorio nazionale ed europeo. L’analisi Prima di affrontare il cuore del tema, pare necessario inquadrare il problema centrale posto dal testo del citato articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, così come novellato dalla cosiddetta “Riforma Fornero”, partendo da un presupposto teorico. Il licenziamento per sopravvenuta inidoneità psicofisica alla mansione è stato ed è tradizionalmente inquadrato nell’àmbito del giustificato motivo oggettivo, in quanto riconducibile ad una causa legittima di recesso non imputabile al comportamento del lavoratore, ma piuttosto ad una sopravvenienza oggettiva che incide sulla possibilità di utilizzare il lavoratore “proficuamente” nell’organizzazione aziendale. Tale sistemazione teorica è consolidata nella dottrina prevalente secondo la quale l’inidoneità – in particolare quando non temporanea o non superabile con adeguamenti ragionevoli – può determinare un’interruzione del sinallagma contrattuale [nesso di reciprocità, N.d.R.] tale da legittimare la cessazione del rapporto. Sulla scia di questi approfondimenti teorici, la giurisprudenza ha chiarito più volte come l’inidoneità, se accertata e persistente, integri una situazione obiettiva di impossibilità della prestazione lavorativa, idonea a giustificare il licenziamento ai sensi dell’articolo 3 della Legge 604/66, purché il datore di lavoro abbia previamente valutato – e dimostrato – l’impossibilità di adibire il lavoratore ad altre mansioni compatibili con il suo stato psicofisico. La legittimità del licenziamento, quindi, viene tradizionalmente subordinata alla verifica dell’impossibilità di adibire il lavoratore ad altre mansioni compatibili, secondo la regola giurisprudenziale del cosiddetto repêchage [ripescaggio]. Tuttavia, nelle fattispecie in cui la sopravvenuta inidoneità derivi da una condizione di disabilità — secondo la definizione data dalla Direttiva 2000/78/CE, dal Decreto Legislativo 216/03 e dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità— l’ordinamento impone obblighi ulteriori e più stringenti in capo al datore di lavoro. In base infatti all’articolo 5 della citata Direttiva 2000/78/CE e all’articolo 3, comma 3-bis del Decreto Legislativo 216/03, come pure all’articolo 2 della Legge 67/06 sulle discriminazioni, il datore di lavoro è tenuto a valutare e ad adottare accomodamenti ragionevoli, ovvero misure organizzative, tecniche o ambientali idonee a consentire al lavoratore di continuare a svolgere la propria attività, pur in presenza di limitazioni funzionali. In particolare, l’articolo 3, comma 3-bis del Decreto 216/03 impone l’adozione degli accomodamenti ragionevoli, intesi come «misure appropriate e necessarie, che non comportino un onere sproporzionato, per consentire alla persona disabile di conservare il posto di lavoro». Proprio il rispetto di questo disposto normativo si concretizzerebbe dunque in un obbligo che condiziona “a monte” l’esercizio del potere di recesso, atteggiandosi in modo del tutto peculiare. In tali casi, infatti, non si tratterebbe solo di “cercare” mansioni alternative – il cosiddetto repêchage – ma di modificare l’organizzazione aziendale, anche in senso adattivo, al fine di mantenere il rapporto (si confronti in M. Aimo, Licenziamento disciplinare per indebita fruizione dei permessi per l’assistenza a familiare disabile, nota a Cassazione 25 marzo 2019, n. 8310, GI, 2019, 1872). Il principio di intangibilità dell’assetto organizzativo, pertanto, che è tradizionalmente garantito, viene qui ridimensionato alla luce della logica solidaristica e inclusiva propria del diritto antidiscriminatorio. Un’impostazione che, se portata alle sue estreme conseguenze, implica che l’omessa adozione di accomodamenti ragionevoli configuri, secondo la citata Direttiva Comunitaria e la Convenzione ONU, una discriminazione indiretta, con conseguente nullità del licenziamento. In questo caso, quindi, il licenziamento non sarebbe soltanto e semplicemente ingiustificato, ma più propriamente illegittimo, in quanto fondato su una violazione di norme imperative a tutela delle persone con disabilità (si confronti qui A. Donini, L’applicazione indistinta del comporto è discriminatoria se la malattia è riconducibile a disabilità, nota a Cass. 31 marzo 2023, n. 9095 e App. Napoli 17 gennaio 2023, n. 168, RIDL, 2023, II, 254, relativamente ad una fattispecie che ruotava intorno al superamento del periodo di comporto). Accogliere questa prospettiva significa quindi ammettere che la disabilità “riduca” il perimetro del potere datoriale di licenziamento: non è sufficiente dimostrare che non esistono mansioni compatibili, ma occorre che il datore di lavoro provi altresì che le misure di adattamento organizzativo sono effettivamente irragionevoli o sproporzionate. Alla luce di quanto detto, si è ormai consolidato l’orientamento giurisprudenziale secondo cui il licenziamento di un lavoratore con disabilità divenuto inidoneo allo svolgimento delle proprie mansioni per ragioni psicofisiche non può essere qualificato come recesso legittimo, se prima non sia stata verificata – in modo serio, concreto e documentabile – la possibilità di adottare accomodamenti ragionevoli idonei a conservare il rapporto di lavoro. Secondo la Corte di Cassazione, infatti, il datore di lavoro ha l’onere di attivarsi per individuare soluzioni

Che sia un pontificato di pace, dialogo e diritti umani

Con l’elezione di Leone XIV, la Chiesa Cattolica si apre a una nuova fase del proprio cammino, orientata verso una visione profetica e inclusiva del mondo contemporaneo. In un tempo attraversato da guerre, ingiustizie sociali e profonde fratture culturali, il nuovo pontificato si presenta come un invito concreto alla riconciliazione, alla costruzione di legami di fraternità e all’impegno condiviso per la dignità di ogni persona. Il richiamo, inoltre, al papato di Leone XIII, figura emblematica per il proprio impegno a favore della giustizia sociale, suggerisce chiaramente che questo pontificato sarà segnato da una rinnovata attenzione per la dottrina sociale della Chiesa. Leone XIII, infatti, con la sua enciclica Rerum Novarum (“Delle cose nuove”) del 1891, aveva posto le basi per un intervento della Chiesa nelle questioni sociali, evidenziando la necessità di difendere i diritti dei lavoratori e di promuovere la giustizia nelle relazioni economiche e sociali. Il nome scelto, quindi – Leone XIV appunto – non solo richiama la figura di Leone XIII e la sua visione sociale, ma intende esprimere anche un impegno diretto e deciso nel fronteggiare le problematiche globali, come la povertà, le disuguaglianze e la tutela dei diritti umani. Un atto, questo, che indica la determinazione del nuovo Papa a promuovere una visione che non sarà solo teologica, ma anche profondamente concreta, mirata a proteggere la dignità umana e a garantire il bene comune per ogni individuo. Al centro dunque di questa visione si colloca la promozione della pace e del dialogo tra popoli, fedi e comunità, nella convinzione che solo attraverso l’ascolto reciproco e la collaborazione si possano costruire società giuste e solidali. Accanto a questi grandi temi globali, deve però anche emergere con forza anche l’attenzione per le persone con disabilità, spesso dimenticate nei processi decisionali, emarginate nei contesti civili e religiosi, e ostacolate nell’esercizio pieno dei loro diritti. Proprio in questo àmbito, il pontificato di Leone XIV potrebbe segnare un momento di svolta: si auspica infatti che il Vaticano possa finalmente avviare un processo formale di recepimento della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità. Si tratterebbe di un gesto di grande valore, non solo simbolico ma operativo, capace di orientare l’intera comunità ecclesiale verso una maggiore attenzione ai temi dell’inclusione, della partecipazione e dell’equità. Il recepimento della Convenzione ONU rappresenterebbe infatti per la Santa Sede l’opportunità di confermare il proprio impegno sui diritti umani, riconoscendo la piena cittadinanza delle persone con disabilità all’interno della Chiesa e della società. Significherebbe abbracciare con coerenza i principi evangelici di giustizia, accoglienza e rispetto della dignità umana, rendendo testimonianza di una Chiesa davvero universale, capace di prendersi cura delle fragilità non come limiti, ma come luoghi teologici da cui ripartire. In questo processo, la partecipazione della società civile, e in particolare delle organizzazioni che da anni lavorano per l’affermazione dei diritti delle persone con disabilità, sarà cruciale. La FISH (già Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap, oggi Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) esprime un forte auspicio affinché possa essere coinvolta attivamente in questo percorso, insieme alla propria rete associativa, tra cui il MAC (Movimento Apostolico Ciechi), che alla Federazione aderisce. L’esperienza maturata, il radicamento sui territori e la competenza nell’àmbito dei diritti umani rappresentano una risorsa imprescindibile per accompagnare un cambiamento autentico. Il nostro coinvolgimento non solo garantirebbe un approccio rispettoso delle esperienze vissute dalle persone con disabilità, ma offrirebbe anche un’occasione per costruire alleanze concrete tra il mondo ecclesiale e quello delle Associazioni. Un pontificato che mette al centro la pace, il dialogo e i diritti deve fondarsi sulla corresponsabilità. Ecco perché come FISH ribadiamo la nostra disponibilità a contribuire con spirito di servizio e collaborazione a questo nuovo cammino, perché nessuno venga lasciato indietro, e perché la voce delle persone con disabilità trovi ascolto e riconoscimento anche nel cuore della Chiesa.

Il ruolo del movimento associativo nell’era dei social

Come persona con disabilità e come leader di una delle più grandi organizzazioni italiane impegnate nella tutela dei diritti delle persone con disabilità, sento il dovere di intervenire su un tema che ci tocca da vicino, ogni giorno, con sempre maggiore intensità: l’uso dei social media per denunciare le difficoltà legate alla disabilità. Lo faccio con rispetto, consapevole del fatto che ogni post, ogni video, ogni sfogo digitale è spesso l’espressione sincera di una sofferenza reale, di una frustrazione maturata nell’incomprensione, nel disservizio, nell’assenza di risposte. Tuttavia, proprio perché quelle sofferenze meritano attenzione e rispetto, è necessario fare chiarezza. È necessario ricordare che l’efficacia delle denunce non dipende dalla loro visibilità, ma dalla loro capacità di generare un cambiamento reale. E per farlo serve un metodo. Serve una strategia. Serve un’alleanza tra chi vive le difficoltà e chi, da anni, le rappresenta a livello istituzionale. Viviamo in un’epoca in cui il digitale ha trasformato radicalmente il modo in cui comunichiamo, protestiamo, ci organizziamo. I social network hanno dato voce a chi prima non ne aveva, hanno rotto il silenzio su tante forme di discriminazione, hanno acceso riflettori su problemi che per decenni sono rimasti ai margini del dibattito pubblico. E tutto questo va riconosciuto. Ma oggi, alla luce di questa nuova realtà comunicativa, è indispensabile fare un passo in più. Dobbiamo chiederci: vogliamo limitarci a rendere visibili i problemi, o vogliamo davvero risolverli? Il movimento associativo delle persone con disabilità ha una storia lunga e consolidata. È fatto di decine di organizzazioni grandi e piccole, diffuse sul territorio, che ogni giorno offrono supporto, informazione, assistenza e rappresentanza. È un patrimonio di competenze, di esperienze, di relazioni istituzionali, costruito nel tempo grazie al lavoro paziente e continuo di migliaia di persone. Non è una struttura burocratica o autoreferenziale. È una rete viva, dinamica, profondamente radicata nei bisogni delle persone. E proprio perché conosce quei bisogni, sa anche come trasformarli in richieste legittime, in interlocuzioni politiche, in risposte concrete. Negli ultimi mesi, abbiamo assistito a un crescendo di denunce online – spesso legittime – riguardanti disservizi nella fornitura di ausili, protesi, presidi sanitari e materiali di consumo. Parliamo di strumenti essenziali per la sopravvivenza e la qualità della vita: dispositivi per la respirazione assistita, per la nutrizione enterale, per l’igiene personale. Quando questi strumenti mancano o arrivano in ritardo, le conseguenze sono gravissime, e la rabbia è comprensibile. Ma la domanda che dobbiamo porci è: come possiamo fare in modo che questa rabbia non si disperda? Come possiamo trasformarla in azione efficace? I social non sono strumenti di intervento. Sono potenti mezzi di sensibilizzazione, ma non sostituiscono i canali ufficiali attraverso cui si muove il cambiamento. Il movimento associativo, per sua natura e per mandato, opera attraverso modalità formali: raccoglie le segnalazioni tramite PEC, attraverso le sedi territoriali, mediante i moduli presenti sui siti istituzionali. Una volta ricevuta la segnalazione, verifica la fondatezza del caso, analizza la documentazione, avvia un confronto con gli enti preposti, formula proposte, sollecita risposte. È un lavoro che richiede tempo, rigore e collaborazione, ma è l’unico che può produrre risultati duraturi. Molte delle segnalazioni che esplodono online, invece, non arrivano mai a chi ha il potere o il dovere di intervenire. Manca la documentazione, mancano i riferimenti normativi, manca spesso anche il consenso al trattamento dei dati personali. Così, paradossalmente, le storie che ottengono centinaia di condivisioni rischiano di restare inascoltate. Non per cattiva volontà, ma perché prive degli elementi necessari per attivare un’azione concreta. Eppure, non c’è contrapposizione tra visibilità e azione, tra comunicazione e istituzione. Il punto è costruire un ponte tra questi due mondi. Un esempio virtuoso è quanto accaduto con la segnalazione dell’associazione Nessuno è Escluso, rilanciata anche da Marco Rasconi, presidente UILDM. In questo caso, la denuncia è stata presa in carico dal movimento associativo attraverso i canali formali: si è avviato un confronto istituzionale, si è prodotta una mobilitazione con obiettivi chiari. È questo il modello che dobbiamo promuovere. La vera sfida del nostro tempo è trasformare l’indignazione in proposta, la rabbia in progetto, il disagio in diritto. Per riuscirci, abbiamo bisogno di collaborazione e fiducia reciproca. Il movimento associativo non può sostituirsi ai cittadini, ma può accompagnarli, tutelarli, rappresentarli. E per farlo ha bisogno che le persone con disabilità, le loro famiglie, i caregiver, le realtà territoriali si affidino ai canali giusti, forniscano tutte le informazioni necessarie, contribuiscano a costruire un’azione condivisa. Viviamo in un Paese in cui le diseguaglianze sono ancora forti e strutturali. In cui la disabilità è troppo spesso vissuta come un ostacolo, e non come una dimensione della cittadinanza. Ma il movimento associativo è qui, ogni giorno, a chiedere che le cose cambino. Lo fa con pazienza, con rigore, con determinazione. E non chiede applausi: chiede alleanza. Chiede che la denuncia sia solo il primo passo, non l’ultimo. Per questo, oggi più che mai, invitiamo tutte e tutti – cittadini, cittadine, associazioni, operatori e istituzioni – a scegliere i canali ufficiali. A inviare segnalazioni documentate. A rivolgersi alle organizzazioni territoriali. Perché solo così possiamo costruire una risposta forte, coordinata, efficace. Perché solo così possiamo garantire che ogni voce sia ascoltata, ogni diritto difeso, ogni storia accolta. Le ingiustizie meritano attenzione. Ma soprattutto meritano risposte. E le risposte, per arrivare, hanno bisogno di passare dai giusti canali. Il movimento associativo è qui per questo: per trasformare la protesta in proposta, e la proposta in cambiamento.

Vita Indipendente: un diritto da rendere reale

Oggi, 5 maggio, si celebra in tutto il Vecchio Continente la Giornata Europea per la Vita Indipendente delle persone con disabilità (The European Independent Living Day), una ricorrenza che nasce dal movimento delle persone con disabilità stesse, a partire dagli Anni Settanta, come rivendicazione di un principio fondamentale: la possibilità di scegliere autonomamente come vivere la propria vita, al pari di ogni altro cittadino e cittadina. La Vita Indipendente non significa “fare tutto da soli”. Significa, invece, avere il controllo delle proprie scelte quotidiane: dove vivere, con chi convivere, che tipo di assistenza ricevere, quale percorso lavorativo o formativo intraprendere, come partecipare alla vita sociale e culturale della propria comunità. È la possibilità di vivere con dignità, autodeterminazione e libertà, indipendentemente dalla propria condizione di disabilità. La FISH (già Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap, oggi Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), attraverso la propria rete di Associazioni, da anni pone al centro del dibattito pubblico questo principio come fondamento di ogni politica inclusiva. Vivere liberi e partecipi, senza essere costretti in istituzioni, in strutture segreganti o dipendenti da sistemi rigidi e impersonali, è ciò che definisce una società realmente civile. Un passo importante è stato compiuto con l’approvazione della Legge Delega in materia di disabilità (Legge 227/21) e con l’adozione del Decreto Legislativo 62/24, attuativo di essa, che introduce il Progetto di Vita come strumento centrale per costruire percorsi personalizzati e autodeterminati. Questi provvedimenti rappresentano una base normativa significativa verso l’attuazione concreta del principio di Vita Indipendente e tuttavia, occorre che su questi strumenti vi sia maggiore consapevolezza, non solo da parte della politica e delle amministrazioni pubbliche, ma anche da parte dei cittadini/cittadine con disabilità e delle loro famiglie. La piena attuazione dei diritti richiede infatti partecipazione, informazione, presa in carico personalizzata e un cambiamento culturale profondo che metta la persona al centro. E altresì, oggi, in Italia, la Vita Indipendente ancora troppo spesso non è un diritto garantito. La scarsità di risorse, l’assenza di una regìa nazionale, le disparità territoriali e la logica emergenziale con cui vengono affrontate le disabilità, impediscono a migliaia di persone di accedere a percorsi personalizzati di assistenza e supporto. Il rischio è quello di relegare le persone con disabilità ai margini della cittadinanza attiva, negando di fatto l’articolo 3 della nostra Costituzione, che impone alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. La Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, ratificata dall’Italia nel 2009 con la Legge 18/09, stabilisce chiaramente all’articolo 19 (Vita indipendente ed inclusione nella società) il diritto a vivere nella comunità, con la libertà di scegliere dove e con chi vivere, e con il sostegno necessario a garantire una vita autonoma. Questo diritto non è negoziabile, né subordinato a criteri di economicità: è un impegno internazionale e costituzionale. La FISH invita dunque oggi con forza la politica nazionale ad agire: è necessario un piano strutturato, con finanziamenti stabili e mirati, che renda la Vita Indipendente una possibilità reale in ogni territorio. Serve riconoscere e finanziare l’assistenza personale autogestita, rafforzare i servizi di prossimità, costruire una cultura dell’inclusione che superi la logica assistenziale e promuova la piena partecipazione alla vita della comunità. Investire nella Vita Indipendente non è solo una questione di diritti, ma anche di sviluppo sociale: significa infatti costruire contesti più giusti, in cui ogni persona – con o senza disabilità – possa contribuire, scegliere, partecipare, amare, lavorare, sognare. Il 5 maggio non può essere solo una giornata di ricordo o celebrazione, ma un momento di responsabilità collettiva, perché la libertà di vivere secondo le proprie scelte è il cuore stesso della democrazia e la Vita Indipendente ne è una delle sue espressioni più alte.

A proposito del Decreto riguardante la specializzazione sul sostegno

Il recente Decreto Ministeriale recante Percorsi di specializzazione sul sostegno attivati ai sensi dell’articolo 6 del decreto-legge 31 maggio 2024, n. 71, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 luglio 2024, n. 106 (disponibile a questo link), accompagnato dai relativi allegati tecnici, rappresenta una svolta significativa nel panorama della formazione degli insegnanti di sostegno. Con misure concrete e obiettivi chiari, il provvedimento punta a sanare una delle principali criticità del sistema scolastico italiano: la presenza di un elevato numero di docenti impegnati sul sostegno privi di adeguata specializzazione. Il Decreto, infatti, permette finalmente a molti dei circa 100.000 docenti attualmente in servizio sul sostegno senza titolo specifico di intraprendere un percorso formativo strutturato, ciò che rappresenta non solo una chance professionale per gli insegnanti coinvolti, ma soprattutto un primo passo concreto verso un sostegno didattico realmente qualificato per gli alunni e le alunne con disabilità, spesso penalizzati da un sistema che, pur prevedendo l’inclusione, non sempre è in grado di garantirla in modo efficace. Un’ulteriore novità rilevante è l’aumento del numero dei CFU richiesti (Crediti Formativi Universitari): da una proposta iniziale di 20 CFU, si è passati a 40, e in alcune casistiche fino a 48, scelta, questa, che rafforza la qualità della formazione, rispondendo alla complessità della figura del docente di sostegno, che richiede competenze pedagogiche, didattiche, relazionali e organizzative specifiche. Ogni CFU corrisponde a 25 ore complessive, distribuite tra lezioni teoriche, attività laboratoriali e studio individuale. Nonostante l’impegno richiesto, il costo dei corsi è stato calmierato: nessun percorso potrà superare i 1.500 euro, una misura volta a rendere più accessibile l’accesso alla specializzazione, evitando discriminazioni economiche. Tutte le attività, va detto, si svolgeranno online, ma in modalità sincrona, ossia in tempo reale. I partecipanti dovranno quindi essere presenti virtualmente alle lezioni, assicurando un’interazione attiva e un controllo effettivo della frequenza. Tuttavia, non è stata accolta la richiesta della nostra Federazione [FISH-Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie, N.d.R.] di svolgere in presenza almeno i laboratori, un aspetto che avrebbe potuto migliorare ulteriormente l’efficacia pratica del percorso. La direzione scientifica dei corsi sarà affidata a docenti universitari esperti del settore, anche per i percorsi coordinati dall’INDIRE (Istituto Nazionale Documentazione Innovazione Ricerca Educativa) e questo garantisce un alto livello di serietà accademica e una coerenza metodologica fondamentale per formare docenti realmente preparati ad affrontare le sfide dell’inclusione. Va ricordato ancora che mentre i corsi erogati dalle Università rilasciano un titolo di specializzazione valido non solo a livello nazionale, ma anche europeo, in conformità con il Sistema ECTS, diversamente, i titoli rilasciati dall’INDIRE avranno validità esclusivamente in Italia, un aspetto da tenere in considerazione per chi guarda anche a prospettive internazionali. A questo punto, la nostra Federazione, pur accogliendo con favore l’adozione di questo Decreto, invita le Istituzioni a compiere un passo ulteriore. La nostra stessa Federazione, infatti, chiede da tempo l’istituzione di una cattedra specifica per il sostegno, una misura strutturale che permetterebbe di superare la logica dell’emergenza, garantendo tre elementi fondamentali: una formazione iniziale solida, una formazione in servizio continua e mirata, e soprattutto la continuità didattica, che rappresenta un diritto essenziale per tutti gli alunni, ancor più per quelli con disabilità. La discontinuità del docente di sostegno, ancora oggi una delle principali fragilità del sistema, mina infatti l’efficacia dell’intervento educativo e compromette il percorso di crescita dell’alunno. Solo con un’assunzione di responsabilità piena, stabile e strutturale da parte dello Stato sarà possibile realizzare pienamente il principio di inclusione sancito dalla nostra Costituzione e dalle norme nazionali e internazionali sui diritti delle persone con disabilità.

Inclusione lavorativa, una sfida nazionale tra opportunità e diritti negati

L’accesso al mercato del lavoro per le persone con disabilità è una questione cruciale e complessa che merita un’attenzione approfondita, specialmente in vista della XII Relazione al Parlamento del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali (MLPS) sull’attuazione della legge 12 marzo 1999, n. 68. Gli attuali ed unici dati evidenziano un divario allarmante: solo il 18,3% delle persone con disabilità è occupato, rispetto al 63% di quelle senza condizione di disabilità nella fascia di età compresa tra i 15 e i 64 anni. Questa disparità non rappresenta solo numeri, ma storie di vita, aspirazioni e potenziali inespresso. La disoccupazione tra le persone con disabilità è del 3,8%, ma il dato più preoccupante è il tasso di inattività, che raggiunge un impressionante 77,9%. Queste statistiche non raccontano solo la mancanza di opportunità, ma anche le barriere culturali, sociali e strutturali che ostacolano una reale inclusione nel mondo del lavoro. È fondamentale riconoscere che le difficoltà di accesso al lavoro non sono uniformi; esistono differenze significative legate a genere ed età. Le donne con disabilità, ad esempio, presentano un tasso di occupazione inferiore (17,8%) rispetto ai loro omologhi maschili (18,7%), mentre tra le persone senza disabilità il divario di genere è ben più marcato. Ciò suggerisce che, oltre alle difficoltà legate alla disabilità, ci sono dinamiche di discriminazione di genere che aggravano ulteriormente la situazione. Un altro fattore critico è il divario territoriale. Nel nord Italia, il tasso di occupazione per le persone con disabilità è significativamente superiore rispetto al sud, evidenziando le disparità economiche e sociali che persistono nel nostro Paese. Sebbene il 70,2% delle persone con disabilità sia impiegato con contratti a tempo indeterminato, il contesto deve essere considerato: il 40,5% degli occupati con limitazioni si trova in lavori non qualificati, a fronte del 32,7% tra coloro privi di disabilità. Inoltre, la formazione gioca un ruolo fondamentale. La scarsa partecipazione ai percorsi formativi da parte dei giovani con disabilità crea un circolo vizioso: senza adeguata formazione, accedere a opportunità lavorative significative diventa difficile, contribuendo a un elevato tasso di Neet (non occupati e non in formazione) che raggiunge il 66,7% nella fascia di età 15-29 anni. Le politiche attive del lavoro, come quelle previste dall’articolo 14 del decreto legislativo n. 276/2003, cercano di affrontare tali problematiche, ma la loro efficacia è ancora in fase di valutazione. Per questo è fondamentale che il prossimo rapporto del MLPS non si limiti a presentare i dati, ma fornisca anche indicazioni concrete su come migliorare il collocamento mirato, garantendo che le persone con disabilità possano accedere a un mercato del lavoro inclusivo e sostenibile. Affrontare le sfide che le persone con disabilità incontrano nel mercato del lavoro richiede un impegno collettivo da parte di aziende, istituzioni e società civile. Le barriere fisiche e ambientali, la discriminazione, la mancanza di opportunità di formazione e l’inadeguata rappresentanza sono solo alcune delle difficoltà che necessitano di soluzioni concrete. È essenziale promuovere un ambiente di lavoro accessibile e inclusivo, che valorizzi la diversità garantendo pari opportunità è uguaglianza. Adottare un cambio di paradigma è cruciale: una forza lavoro diversificata non solo arricchisce l’ambiente di lavoro, ma porta con sé numerosi benefici. Essa stimola innovazione e creatività, migliora la produttività, offre una migliore comprensione del mercato e favorisce l’attrazione e la retention dei talenti. Le aziende che promuovono la diversità beneficiano di una cultura aziendale positiva, prendono decisioni più informate e migliorano la loro reputazione sul mercato. In conclusione, il percorso per garantire un accesso equo al lavoro per le persone con disabilità è irto di ostacoli, ma è fondamentale che la società nel suo complesso si impegni a superare queste barriere. Solo così ciascuno potrà contribuire appieno alle dinamiche economiche e sociali del Paese. La legge n. 68/1999 ha rappresentato un passo fondamentale verso l’inclusione delle persone con disabilità nelmercato del lavoro, stabilendo un quadro normativo volto a promuovere l’occupazione e a garantire pari opportunità. Nonostante i progressi significativi ottenuti nella promozione dell’inclusione delle persone con disabilità nel mondo del lavoro, il percorso verso una piena integrazione resta tutt’altro che lineare e privo di ostacoli. Oggi, più che mai, è fondamentale che le istituzioni, le imprese e la società civile uniscano le proprie forze in un’azione comune, mirata a superare le disuguaglianze esistenti e a riconoscere la diversità non come un limite, ma come una risorsa. Questo richiede un cambiamento culturale profondo, dove il valore dell’inclusione non sia solo un obiettivo etico, ma anche una leva per l’innovazione e la competitività del sistema economico. In questo scenario, appare quanto mai opportuna una riflessione su una riforma sostanziale della Legge 68/1999, per allinearla alle trasformazioni che hanno caratterizzato il mercato del lavoro degli ultimi decenni. Il panorama occupazionale attuale è radicalmente diverso da quello di quando la legge fu concepita: l’emergere di nuove forme di lavoro, la digitalizzazione e la globalizzazione dei mercati richiedono interventi normativi che rispondano alle sfide contemporanee. Un aggiornamento della Legge 68 potrebbe prevedere, ad esempio, misure più mirate per l’inserimento lavorativo delle persone con disabilità, ma anche un ampliamento delle opportunità di formazione e sviluppo professionale, in linea con le nuove competenze richieste dal mercato. Inoltre, sarebbe necessario potenziare le politiche attive del lavoro, affinché l’inclusione diventi un obiettivo concreto e misurabile a tutti i livelli. La promozione di un ambiente lavorativo inclusivo e diversificato non deve essere solo un fine sociale, ma deve trasformarsi in un motore di crescita e innovazione per il Paese. Solo con un approccio strategico e a lungo termine, che coinvolga tutti i soggetti interessati, sarà possibile realizzare una vera e propria integrazione delle persone con disabilità, facendo della diversità un elemento di forza e non di fragilità.

Un Giubileo carico di significato, ma con un’ombra evidente.

Lunedì si aprirà ufficialmente il Giubileo per le Disabilità, un evento che si preannuncia solenne e carico di significati simbolici. Il Giubileo del 2025 è stato indetto da Papa Francesco con la Bolla “Spes non confundit”. L’organizzazione del Giubileo è stata affidata al Pontificio Consiglio per la promozione della Nuova Evangelizzazione,  è un momento di grazia per la Chiesa, con la possibilità di ottenere l’indulgenza plenaria e rappresenta un’occasione di riflessione e inclusione che travalica i confini religiosi, toccando la sfera civile e sociale. Un momento che avrebbe potuto – e dovuto – essere un punto di svolta nel modo in cui le persone con disabilità vengono coinvolte e ascoltate nei processi decisionali che le riguardano. Tuttavia, a poche ore dall’inizio delle celebrazioni, emerge una criticità profonda che sta suscitando delusione e perplessità: le due principali federazioni italiane che rappresentano le persone con disabilità, FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con disabilità e famiglie, già Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) e FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali delle Persone con Disabilità), sono state escluse dal convegno “Pellegrini di speranza”, evento centrale del Giubileo, organizzato dalla CEI e coordinato da suor Veronica Donatiello. Un’assenza che non può passare inosservata, e che solleva interrogativi importanti: come si può parlare di disabilità, di speranza, di futuro, senza coinvolgere direttamente chi quella realtà la vive quotidianamente? Com’è possibile che in un evento pensato per l’inclusione vengano escluse proprio le voci che rappresentano centinaia di migliaia di persone e famiglie in Italia? Il principio del “Nulla su di noi senza di noi” (Nothing about us without us), divenuto uno slogan internazionale delle persone con disabilità già dagli anni ‘90 e ispirato ai movimenti dei diritti civili, sembra essere stato dimenticato. La partecipazione attiva delle persone con disabilità alla definizione delle politiche che le riguardano non è un atto di gentilezza, ma un diritto. E questo diritto è riconosciuto anche nella Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, che afferma chiaramente, all’articolo 4, che «nella formulazione e nell’attuazione della legislazione e delle politiche per attuare la presente Convenzione, gli Stati Parte devono consultare attivamente le persone con disabilità […] tramite le loro organizzazioni rappresentative». Fish e Fand non sono sigle astratte, ma realtà vive, articolate, radicate nei territori, che quotidianamente si confrontano con problemi reali: l’accessibilità, l’inclusione scolastica, il diritto al lavoro, il supporto alle famiglie, l’autonomia, la vita indipendente. Avrebbero potuto portare sul tavolo del convegno una prospettiva preziosa, concreta, fatta di esperienze dirette e di conoscenza profonda delle esigenze della comunità. L’evento “Pellegrini di speranza” si presenta dunque monco, privo di un elemento fondamentale: l’ascolto autentico. Non basta parlare di accoglienza e fraternità se poi, nei fatti, si escludono proprio i protagonisti di quel cambiamento che la Chiesa e la società intera dichiarano di voler sostenere. Papa Francesco, in diverse occasioni, ha ricordato che «nessuno dev’essere escluso dalla misericordia di Dio», e nel Messaggio per la Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità del 2020 affermava: «La peggiore discriminazione di cui soffrono le persone con disabilità è la mancanza di attenzione spirituale, che a volte abbiamo nei loro confronti». Parole forti, che oggi risuonano come un monito non ascoltato. Anche Giovanni Paolo II, nel 1981, dichiarava: «Ogni uomo, anche il più debole e segnato da limitazioni fisiche o psichiche, è un valore in sé stesso, e va rispettato e amato». Eppure, non si può parlare di rispetto se si nega il confronto, se si ignora la rappresentanza collettiva di chi da decenni lavora per affermare questi stessi valori. In un momento storico in cui la disabilità è finalmente entrata nel dibattito pubblico, grazie anche alle battaglie di chi lotta da anni per i diritti e la dignità delle persone con disabilità e delle loro famiglie, ci si sarebbe aspettati un segnale diverso. Più forte, più inclusivo, più coraggioso. Un segnale che dicesse chiaramente: “vi vediamo, vi ascoltiamo, siete parte di noi”. E invece, ancora una volta, chi dovrebbe essere al centro è rimasto ai margini. Ma il tempo del silenzio è finito. Le persone con disabilità continueranno a farsi sentire, a rivendicare il loro spazio, a chiedere non solo parole, ma scelte concrete, responsabilità condivise, e soprattutto, rispetto. Il Giubileo per le Disabilità sarebbe potuto essere – e può ancora diventare – un segno profetico, un momento in cui la Chiesa dimostra concretamente che l’inclusione non è solo una parola, ma un gesto, una scelta, una strada da percorrere insieme. Includere significa riconoscere, non solo accogliere. Significa costruire spazi dove le persone con disabilità non siano ospiti, ma protagoniste. Dove le loro competenze, le loro storie, le loro fatiche e le loro speranze siano parte integrante del cammino collettivo. Finché questo non accade, ogni dichiarazione rischia di restare solo una bella intenzione. E la speranza, anziché germogliare, resta soffocata. Il tempo del Giubileo invita alla conversione: è il momento perfetto per correggere un passo falso, per riaprire il dialogo, per fare spazio a chi è stato lasciato fuori. Perché solo così il Giubileo parlerà davvero a tutti. Solo così sarà pienamente credibile. Solo così, sarà giusto. Un’ultima considerazione. Benché alcune realtà associative siano state effettivamente invitate e parteciperanno all’evento, la presenza delle nostre Federazioni FISH e FAND avrebbe garantito un contributo differente, trasversale, capace di abbracciare la complessità delle vite delle persone con disabilità in tutte le loro dimensioni. Le due Federazioni, infatti, non si limitano a rappresentare singole categorie o specifiche condizioni di disabilità, ma raccolgono e valorizzano voci eterogenee, esperienze molteplici, bisogni concreti che attraversano àmbiti fondamentali come l’accessibilità, l’istruzione, il lavoro, la vita indipendente, il sostegno alle famiglie. Una visione d’insieme che avrebbe potuto arricchire in modo significativo il confronto, offrendo quella profondità e quella prospettiva unitaria che oggi, purtroppo, mancano. La loro presenza, il patrimonio di conoscenze maturato in anni di impegno sul campo e la visione trasversale che sono in grado di offrire, avrebbero rappresentato un valore aggiunto decisivo, capace di elevare la qualità del confronto e di arricchirlo con prospettive concrete, inclusive e profondamente radicate nella

L’impegno per una libertà davvero inclusiva

Il 25 Aprile è una delle ricorrenze più significative del nostro Paese: la Festa della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Non è soltanto una celebrazione del passato, ma un momento per interrogarsi sul presente e per rilanciare un’idea di libertà che sia davvero piena, concreta e condivisa. Come ricordava il padre costituente Piero Calamandrei, «la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare». Questa frase, semplice e potente, ci invita a riflettere sul fatto che la libertà non è mai scontata, e che non può dirsi compiuta finché resta esclusa una parte della società. Nel nostro Paese, infatti, sono ancora numerose le persone che ogni giorno si scontrano con barriere che limitano l’accesso ai diritti fondamentali. Le persone con disabilità, in particolare, vivono una condizione di libertà parziale, ostacolata da discriminazioni strutturali e culturali. Secondo quanto evidenziato dal XXVI Rapporto del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) sul mercato del lavoro e la contrattazione collettiva, permangono gravi criticità nell’accesso all’occupazione, nella formazione professionale e nella partecipazione piena alla vita sociale. I numeri parlano chiaro: nonostante le normative e le dichiarazioni di principio, la realtà è fatta ancora troppo spesso di esclusione. La libertà di una società si misura dalla sua capacità di includere e una democrazia autentica è tale solo se riesce ad abbattere ogni ostacolo che impedisce ai cittadini e alle cittadine – tutti e tutte – di contribuire al bene comune, di autodeterminarsi, di vivere con dignità. Il significato profondo del 25 Aprile va oltre la ricorrenza storica. La Resistenza è stata una straordinaria esperienza di partecipazione e solidarietà, in cui donne e uomini, provenienti da contesti diversi, hanno unito le forze per conquistare la libertà e la giustizia. Oggi, quell’eredità ci chiede di proseguire la lotta per i diritti civili e sociali, in nome di quella stessa libertà che fu conquistata allora con il sacrificio e il coraggio. Liberiamoci dai pregiudizi. Liberiamoci dalle barriere. Liberiamoci dai silenzi. Questo è il senso attuale del 25 Aprile: un invito a rimuovere ogni ostacolo che impedisce a una parte della cittadinanza – come le persone con disabilità – di accedere pienamente alla vita democratica e sociale del Paese. Celebrare oggi la Festa della Liberazione significa dunque anche rilanciare un progetto di società aperta, solidale, inclusiva. Significa riconoscere che il cammino della democrazia è ancora in corso, e che non possiamo dirci davvero liberi finché qualcuno resta ai margini. Il 25 Aprile è memoria, ma è anche impegno quotidiano. È una chiamata alla responsabilità collettiva, affinché la libertà non sia solo un valore scritto nella Costituzione, ma una realtà vissuta da ogni persona, senza distinzioni, senza esclusioni, senza eccezioni.

Un programma di umanità, che ora è nelle nostre mani

Papa Francesco ha rappresentato, per milioni di persone, una voce limpida e coraggiosa a favore della dignità umana e tra i tanti temi che ha affrontato con determinazione e sensibilità, il suo rapporto con le persone con disabilità ha segnato una svolta profonda nella visione della Chiesa, e non solo. Infatti, non ha mai considerato le persone con disabilità come destinatarie passive di attenzione o assistenza, ma le ha riconosciute come persone pienamente partecipi, con un ruolo attivo nella società e nella comunità ecclesiale. «Ogni persona, con le sue fragilità, è un dono. Non esistono vite meno degne di essere vissute», diceva con forza. Per Papa Francesco la disabilità non è mai stata un “limite”, ma una forma concreta della diversità umana, che chiede di essere accolta con rispetto e non compatita. Ha parlato spesso di barriere: non solo architettoniche, ma soprattutto culturali, spirituali e psicologiche. Barriere che isolano, che impediscono l’accesso alla piena partecipazione alla vita, alla fede, all’educazione. In ogni suo gesto, in ogni parola, ha cercato di ricucire relazioni, di abbattere distanze, di restituire voce a chi per troppo tempo era rimasto invisibile. Nel suo magistero, Papa Francesco ha messo in evidenza come le fragilità umane siano un terreno fertile per esprimere il vero carisma della Chiesa. Non ha semplicemente affrontato la disabilità come un tema tecnico, ma ha trasformato questo argomento in una metafora potente di giustizia ed equità, in grado di arricchire profondamente la cultura ecclesiale. Le fragilità, per lui, non sono da evitare o da nascondere, ma da riconoscere come una dimensione imprescindibile della condizione umana, che rende ogni persona unica e degna di rispetto. Ha messo in discussione il modello sociale che misura il valore di un individuo solo sulla base della produttività, invitando la Chiesa a diventare il luogo in cui l’inclusione non è solo un principio astratto, ma una pratica quotidiana che riflette l’amore di Dio per ogni essere umano. Questa visione non solo ha cambiato l’approccio della Chiesa verso le persone con disabilità, ma ha anche offerto alla società un nuovo paradigma, più giusto e più umano, in cui le barriere, siano esse fisiche, sociali o culturali, vanno abbattute in nome della dignità di ciascuna persona. In altre parole, tutto ciò che è costruito, sia che si tratti di uno spazio urbano, sia che si tratti di una comunità, deve essere pensato per tutti, non adattato dopo. E Papa Francesco ha ricordato che l’inclusione non è un favore, non è una semplice concessione, ma un diritto che deve essere rispettato e garantito. La sua morte lascia un vuoto profondo, ma anche un’eredità incancellabile. Le sue parole, i suoi abbracci, il suo sguardo capace di incontrare senza giudicare, continueranno a vivere in ognuno di noi. Ci lascia una Chiesa più consapevole, più aperta, più vicina alle fragilità. E ci affida una responsabilità: non lasciare cadere il suo insegnamento, non smettere di costruire un mondo dove davvero nessuno sia escluso. Ricordo i miei personali incontri, ricordo alcune sue parole su tutte: «La carrozzina che utilizzi non è ciò che ti definisce ma è uno strumento che, insieme a te, diventa veicolo di libertà». L’eredità di Papa Francesco non è solo spirituale. È un programma di umanità. Ed è ora nelle nostre mani.