Patenti di guida: verso una sempre maggiore personalizzazione dei supporti e delle procedure

L’articolo 20 (Mobilità personale) della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità riconosce e garantisce il diritto alla mobilità e il conseguente dovere, da parte degli Stati che hanno ratificato la Convenzione stessa, di assicurare alle persone con disabilità tutto il supporto necessario, anche tecnologico, per potersi muovere e spostare nel modo più autonomo possibile e, quindi, anche di accedere a procedure e strumenti che permettano loro di ottenere la patente di guida. Anche l’Unione Europea ha recentemente affermato che «il diritto alla patente di guida costituisce una garanzia della libera circolazione e della partecipazione alla vita economica e sociale, in particolare nelle zone rurali e meno urbanizzate che dispongono di una rete di trasporti pubblici limitata. In particolare, per gli anziani, le persone sole, le persone a mobilità ridotta o le persone con disabilità, il trasporto individuale è un elemento importante per sostenere il loro funzionamento indipendente e autonomo. Le limitazioni al diritto di essere titolare di una patente di guida dovrebbero basarsi su criteri oggettivi determinati su base individuale e non dovrebbero comportare il rischio di discriminazione». Nel nostro Paese, attualmente, sono più di 200.000 le persone con disabilità titolari di una patente speciale che, spesso, soprattutto in caso di disabilità fisiche ad elevato bisogno di sostegni, come tetraplegia e paraplegia, si trovano a dover affrontare procedure complesse e una grande difficoltà nel trovare strumenti realmente adatti a modificare le autovetture in base ai loro bisogni, facendo sì che la guida sia un’attività realmente sicura e comoda. È per queste ragioni che la FAIP (Federazione delle Associazioni Italiane di Persone con Lesione al Midollo Spinale), si impegna da tempo, attraverso un lavoro di advocacy e di collaborazione con le Istituzioni, per portare a una modifica delle procedure, dei criteri e delle norme italiane in materia. Un impegno che ha portato all’adozione del nuovo Prontuario Adattamenti, da parte del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, documento che non è solo un aggiornamento tecnico, ma che rappresenta anche l’effettivo accoglimento del modello di disabilità della Convenzione ONU. Esso prevede infatti, per le persone con disabilità fisiche in condizioni di cronicità e stabilità, una procedura per il rinnovo della patente più snella, che non richiede un riesame da parte della Commissione Medica competente. Aspetto centrale del nuovo Prontuario è l’adozione dei Codici Unionali Armonizzati, che avvicina l’Italia agli standard dell’Unione Europea, portando a una maggiore omogeneità nei supporti e nelle procedure sul territorio nazionale. Una grande conquista è rappresentata anche dall’introduzione di nuove classificazioni per patologie complesse (tetraplegia, distrofia muscolare, sclerosi multipla), condizioni di disabilità che ora sono associate ad adattamenti e tecnologie specifiche e funzionali alle reali capacità residue delle persone, con la garanzia che la modifica del veicolo, indicata dagli esperti, sarà scelta in base alle capacità concrete e personali dell’individuo che andrà a utilizzarla. Proprio per una valutazione realistica delle capacità residue delle singole persone con disabilità che fanno richiesta della patente, il nuovo Prontuario ha introdotto l’utilizzo del simulatore di guida e del valutatore tecnico, ideati e sviluppati dal Centro Superiore Integrato per la Mobilità Accessibile (CSIMA dell’ANGLAT), che forniscono dati e informazioni oggettive e precise sulle capacità residue del singolo, risultando quindi fondamentali per individuare l’ausilio giusto per lui e per la sua guida. Queste modifiche e aggiornamenti recenti rappresentano un enorme passo avanti verso la personalizzazione dei supporti e delle procedure, prevista dalla Convenzione ONU, e per la quale la FAIP e le Associazioni ad essa aderenti si battono da sempre.  

La solitudine di Paolo è il nostro fallimento collettivo

“Nessuno ha visto. Nessuno ha ascoltato. Nessuno ha capito.” Paolo aveva solo 14 anni e si è tolto la vita. E oggi, mentre ci affanniamo a cercare risposte, non possiamo ignorare la verità più amara: abbiamo fallito. Non solo come scuola, come comunità, come istituzioni. Abbiamo fallito come esseri umani. Perché Paolo, un ragazzo con un nome come tanti, si è spento nel silenzio. E il silenzio è sempre colpevole. La vicenda di Paolo – l’ennesima che riporta alla luce il dramma del disagio giovanile – non può essere liquidata come una tragedia privata. Quando un adolescente decide di farla finita, non è mai solo una storia personale: è il riflesso di un sistema sociale che non ha saputo accoglierlo, proteggerlo, ascoltarlo. È il sintomo di una malattia profonda: la perdita dei valori fondanti della convivenza civile. Il rispetto. L’accoglienza. L’empatia. Secondo quanto emerso dalle testimonianze, Paolo aveva lanciato segnali. Frasi dette a metà, cambiamenti di comportamento, silenzi troppo lunghi. Ma tutto è passato inosservato. Non perché fosse impossibile da decifrare, ma perché guardare davvero l’altro richiede tempo, impegno, responsabilità. E di questi tempi, troppo spesso, scegliamo l’indifferenza. La scuola – che avrebbe dovuto essere presidio di inclusione e sostegno – non ha colto il disagio. Gli amici forse hanno sottovalutato. Gli adulti di riferimento non hanno scavato abbastanza. E ora ci si interroga. Si cercano spiegazioni. Ma la verità è che Paolo non è stato visto. Negli ultimi anni, il dibattito pubblico ha spesso ruotato attorno all’educazione civica, ai social, al bullismo, alla salute mentale. Ma cosa ne abbiamo fatto, davvero, di queste parole? I giovani crescono in un contesto in cui il rispetto non è più un valore vissuto, ma un concetto astratto. Dove l’accoglienza dell’altro – soprattutto se fragile, diverso, sensibile – è vista come un peso, non come una responsabilità. Dove la competizione ha preso il posto della solidarietà. In troppi casi, chi mostra sofferenza viene stigmatizzato. Chi chiede aiuto viene ignorato. Chi si isola viene lasciato solo. C’è una verità scomoda che dobbiamo affrontare: abbiamo normalizzato l’esclusione. Abbiamo smesso di prenderci cura gli uni degli altri. Abbiamo tolto significato al concetto stesso di “comunità”. E i più giovani, che da adulti abbiamo il dovere di guidare, sono le prime vittime di questo smarrimento collettivo. Oggi piangiamo Paolo. Ma quanti altri ragazzi si sentono invisibili? Quanti convivono ogni giorno con un dolore che nessuno vuole vedere? Non bastano le dichiarazioni di cordoglio. Non servono passerelle istituzionali né frasi fatte. Serve un’assunzione di responsabilità chiara, condivisa, concreta. Serve ripartire da una nuova cultura dell’ascolto e della vicinanza. Le scuole devono tornare a essere luoghi di relazione vera, non solo di valutazione. I genitori devono trovare il coraggio di guardare oltre le apparenze. I media devono smettere di trattare queste morti come episodi isolati. E ciascuno di noi deve imparare – o reimparare – a non voltarsi dall’altra parte. Paolo non doveva morire! Non dite “non si poteva sapere”. Perché si poteva. E se oggi Paolo non c’è più, è anche perché non abbiamo voluto vedere. Ora il minimo che possiamo fare è non dimenticare. E cambiare. Perché nessun altro ragazzo debba pagare con la vita il prezzo della nostra indifferenza.  

Insieme per una scuola che include, accoglie e fa crescere

Carissimi studenti e carissime studentesse, alunni e alunne, insegnanti, dirigenti scolastici e operatori della scuola, l’inizio di un nuovo anno scolastico rappresenta sempre un momento speciale: un tempo di nuovi inizi, di sogni che prendono forma, di traguardi da raggiungere. A tutti voi va il nostro più sincero augurio perché questo anno sia ricco di entusiasmo, di scoperte e di crescita, personale e collettiva. Un pensiero particolare è rivolto a voi, studenti e studentesse con disabilità, con l’augurio che possiate vivere pienamente ogni giorno di scuola, sentendovi accolti, ascoltati e valorizzati. La vostra presenza rende la scuola più ricca, più umana, più vera. Il nostro impegno è quello di costruire ogni giorno un ambiente che vi sostenga, che riconosca le vostre potenzialità e che vi accompagni nel cammino di apprendimento e partecipazione. Con l’inizio di questo nuovo anno si apre un tempo importante, fatto di relazioni autentiche, di esperienze condivise, di crescita reciproca. La scuola torna ad essere uno spazio vivo, di incontro e dialogo, di costruzione comune del sapere e dei valori della convivenza civile. A voi, ragazze e ragazzi con disabilità, va ancora una volta il nostro primo pensiero. Una scuola davvero inclusiva è una scuola che non lascia indietro nessuno, che riconosce il valore della diversità come risorsa, che si impegna ogni giorno a rimuovere barriere fisiche, culturali e sociali. L’inclusione non è solo un principio astratto o un diritto da garantire: è una pratica quotidiana, una responsabilità condivisa, un modo di vivere la scuola come comunità educante, dove rispetto, empatia e collaborazione diventano strumenti per costruire un ambiente più giusto e accogliente per tutti. A voi, insegnanti e operatori scolastici, chiediamo di continuare a guardare ogni alunno e ogni alunna con uno sguardo attento e rispettoso, capace di coglierne i bisogni ma anche i talenti e i sogni. Il vostro ruolo è cruciale per creare contesti di apprendimento accessibili e stimolanti, dove ogni percorso, anche quello più complesso, possa trovare valore e dignità. Ai dirigenti scolastici spetta l’importante compito di dare forma concreta a una visione inclusiva, attraverso scelte organizzative, progettuali e didattiche orientate alla piena partecipazione di tutti. Una scuola aperta e inclusiva non è mai frutto del caso: è il risultato di una precisa volontà culturale, pedagogica e amministrativa. Un pensiero speciale va anche a voi, care famiglie. Il vostro sostegno quotidiano è fondamentale. Continuate ad accompagnare i vostri figli, anche nei momenti di difficoltà, con fiducia e collaborazione. Guardate alla scuola come a un’alleata, un’istituzione viva che contribuisce a costruire il futuro, non solo dei vostri figli, ma dell’intero Paese. È attraverso una forte alleanza educativa tra scuola e famiglia che possiamo offrire ai nostri ragazzi e alle nostre ragazze le migliori opportunità per crescere, imparare e diventare cittadini consapevoli e responsabili. Insieme possiamo costruire una scuola davvero di tutti e per tutti: una scuola in cui ogni voce trovi spazio, ogni esperienza sia riconosciuta, ogni sogno possa essere coltivato. Che questo nuovo anno scolastico sia per ciascuno di noi un tempo ricco di opportunità, di impegno e di scoperte. Un anno in cui l’inclusione non sia solo una parola da pronunciare, ma un principio da vivere, ogni giorno, nelle nostre azioni. Buon anno scolastico a tutte e a tutti! Vincenzo Falabella – Consigliere CNEL – Presidente Osservatorio Inclusione e Accessibilità CNEL

La riforma della disabilità non ci sarà senza una trasformazione anche del Terzo settore

La riforma della disabilità introdotta dal decreto legislativo n. 62/2024 rappresenta una svolta epocale per il welfare italiano, chiamando il Terzo settore a un profondo ripensamento del proprio ruolo. Fondazioni, associazioni, cooperative sociali e enti gestori sono oggi attori centrali nel tradurre in pratica i principi della riforma, ma per farlo devono affrontare sfide inedite, superando modelli obsoleti e abbracciando un cambiamento culturale e organizzativo. Dall’assistenza ai diritti: la necessaria evoluzione del Terzo settore Storicamente, il Terzo settore ha operato come erogatore di servizi assistenziali, spesso compensando le carenze del sistema pubblico. La riforma, tuttavia, impone un salto di qualità: non più un approccio paternalistico, ma un modello basato sull’autodeterminazione e sulla partecipazione attiva delle persone con disabilità. Questo richiede una trasformazione radicale, che passa attraverso: 1. La co-progettazione dei servizi Il principio di sussidiarietà orizzontale riconosce al Terzo settore un ruolo attivo nella definizione delle politiche sociali. Le associazioni di persone con disabilità e famiglie, grazie alla loro conoscenza diretta dei bisogni, devono essere coinvolte nella progettazione degli interventi, garantendo che siano realmente inclusivi e personalizzati. Strumenti come il budget di progetto e i progetti individuali richiedono una capacità di ascolto e adattamento che solo il Terzo settore, se adeguatamente formato, può garantire. 2. L’innovazione metodologica e tecnologica La riforma spinge verso soluzioni flessibili, come l’inclusione lavorativa e la vita indipendente. Cooperative e associazioni devono adottare metodologie avanzate – dall’approccio capacitante al cohousing – e integrare tecnologie abilitanti, dall’assistiva alla domotica. Senza un investimento in competenze specializzate, il rischio è quello di replicare modelli superati. 3. La costruzione di reti integrate La frammentazione degli interventi è uno dei mali cronici del welfare italiano. La riforma chiede una collaborazione sistematica tra pubblico, privato sociale e Terzo settore, superando logiche di competizione. Le realtà associative devono farsi promotrici di alleanze territoriali, creando sinergie tra servizi sociali, sanità e mondo del lavoro. Le sfide da vincere: sostenibilità, monitoraggio e cultura inclusiva L’attuazione della riforma non sarà priva di ostacoli. Tre nodi critici emergono con urgenza: – La sostenibilità economica L’introduzione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP) dovrà essere accompagnata da risorse certe. Molte cooperative rischiano di trovarsi a erogare servizi senza adeguati finanziamenti, mentre le associazioni faticano a conciliare advocacy e gestione operativa. Serve un patto chiaro con le istituzioni per evitare il collasso di realtà già in difficoltà. – Il monitoraggio dell’implementazione Il Terzo settore deve assumere un ruolo di “sentinella”, verificando l’effettiva applicazione della riforma e segnalando criticità, come l’accesso ai budget di progetto o le disparità territoriali. Senza un controllo dal basso, il rischio è che le innovazioni rimangano sulla carta. – La transizione culturale Il passaggio da un welfare assistenziale a uno basato sui diritti richiede un cambiamento di mentalità diffuso. Le associazioni devono promuovere formazione e sensibilizzazione, coinvolgendo non solo le famiglie ma anche la comunità, per abbattere stigma e pregiudizi. Il valore aggiunto del Terzo settore: mediazione, sperimentazione e impatto sociale In questo contesto, il Terzo settore non è un mero esecutore, ma un  agente di cambiamento. La sua forza risiede in tre contributi irrinunciabili: 1. La mediazione tra istituzioni e cittadini  Grazie alla sua prossimità ai bisogni reali, il Terzo settore può tradurre le esigenze delle persone con disabilità in proposte operative, facilitando l’accesso ai servizi e rendendo la riforma più comprensibile e applicabile. 2. La sperimentazione di modelli innovativi  Cooperative e fondazioni possono testare soluzioni pionieristiche – dal cohousing all’inserimento lavorativo con sostegno personalizzato – per poi scalarle a livello nazionale, dimostrando che un welfare inclusivo è possibile. 3.  La promozione di una cultura dell’inclusione  Oltre agli aspetti tecnici, il Terzo settore deve farsi carico di un’educazione sociale che vada oltre la disabilità, lavorando su scuole, imprese e territori per costruire comunità realmente accoglienti. Conclusioni: un’opportunità storica da non sprecare La riforma della disabilità sarà un successo solo se il Terzo settore saprà evolversi, abbandonando logiche assistenziali per abbracciare un ruolo più dinamico e propositivo. Questo richiederà coraggio, risorse e una visione condivisa, ma la posta in gioco è alta: costruire un welfare che non si limiti a “prendersi cura”, ma che garantisca davvero diritti, autonomia e dignità. Se il Terzo settore riuscirà a essere all’altezza di questa sfida, potrà dimostrare ancora una volta di essere non solo un pilastro del sistema, ma il suo motore più innovativo.

Una riflessione viva e necessaria su residenzialità, deistituzionalizzazione e democrazia

«La libertà di scegliere dove, come e con chi vivere  non è un lusso per pochi, è un diritto per tutti. Ed è su questo che si misura la civiltà di una democrazia». «E la riflessione sulla residenzialità non può prescindere dai principi sanciti sia dalla Costituzione Italiana, sia della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità» Nel nostro Paese è tornato con forza al centro del dibattito il tema della residenzialità e della deistituzionalizzazione delle persone con disabilità. Un tema complesso, delicato, spesso attraversato da posizioni diverse, talvolta contrastanti, ma proprio per questo urgente da affrontare con rigore, rispetto e spirito costruttivo. Nei giorni scorsi, anche a seguito di alcuni contributi pubblicati su queste stesse pagine, il confronto pubblico si è riacceso, portando nuove voci e sensibilità a riflettere su questi temi. Va però detto con chiarezza che all’interno della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), questo dibattito non è mai mancato: è stato, anzi, un filo conduttore costante, talvolta più evidente, altre volte meno visibile, ma sempre presente in ogni confronto avviato all’interno della Federazione. Perché la FISH ha scelto fin dalla sua nascita di non eludere le questioni complesse, ma di affrontarle con il contributo di tutte le sue componenti, nella convinzione che solo così si possano costruire politiche realmente inclusive e condivise a favore delle persone con disabilità e delle loro famiglie. La FISH, editore della presente testata, riconosce nella Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità un punto di riferimento imprescindibile. Non si tratta di un semplice atto formale, ma di un vero e proprio cambiamento di paradigma: un documento che segna un “prima” e un “dopo” nella storia dei diritti umani, restituendo piena cittadinanza alle persone con disabilità. Un cambiamento reso possibile anche grazie all’enorme lavoro svolto da Giampiero Griffo, figura di riferimento internazionale e rappresentante italiano nel mondo delle persone con disabilità e delle loro famiglie, che ha saputo con coerenza, rigore e visione tradurre i princìpi della Convenzione nel contesto italiano, rendendoli patrimonio condiviso del mondo associativo e dell’intero movimento per i diritti civili. La Convenzione sancisce, tra gli altri, il diritto fondamentale a scegliere dove, come e con chi vivere, evidenziando che la libertà di scelta e l’inclusione nella comunità non sono privilegi da concedere, ma diritti inviolabili da garantire. Riconoscere questo principio significa costruire una società che non esclude, che non emargina, ma che valorizza ogni persona nella sua unicità. Per la FISH, tale visione non è solo ispirazione ideale: è la base politica e culturale su cui costruire proposte concrete, normative, servizi e politiche pubbliche realmente inclusive. La riflessione sulla residenzialità, dunque, non può prescindere dai principi sanciti sia dalla Costituzione Italiana, sia della citata Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, ratificata dall’Italia con la Legge 18/09. L’articolo 19 della Convenzione ONU (Vita indipendente ed inclusione nella società) afferma con chiarezza il diritto delle persone con disabilità a vivere nella comunità, con la libertà di scegliere dove, come e con chi farlo. È un diritto umano fondamentale, non una concessione da negoziare. Eppure, nella pratica, questo diritto continua ad essere messo in discussione o reso inapplicabile da contesti culturali, economici e sociali che non garantiscono le condizioni per un’autentica autodeterminazione. A fronte di questo, molte organizzazioni e rappresentanze associative – tra cui la FISH – hanno ribadito con forza l’importanza di orientare le politiche pubbliche verso il superamento dell’istituzionalizzazione, promuovendo modelli di abitare inclusivo, servizi di supporto alla vita indipendente e il rafforzamento delle reti di prossimità. Allo stesso tempo, non possiamo ignorare che esistono famiglie e persone che, per ragioni legate alla propria storia, al contesto in cui vivono o alla mancanza di alternative reali, vedono nella residenzialità una risposta concreta e, in alcuni casi, necessaria. È doveroso riconoscere la dignità di queste esperienze. Non esistono verità assolute. Ogni vita è unica, ogni percorso è personale, ogni scelta – anche quella che può apparire distante da una visione ideale – merita rispetto e ascolto. Il vissuto delle famiglie, spesso segnato da solitudini, da fatiche strutturali e dalla carenza di supporti adeguati, deve essere parte integrante del dibattito. Senza giudizi, senza ideologie. Nel dibattito sulla deistituzionalizzazione, credo dunque sia importante evitare ogni semplificazione ideologica. Non tutte le strutture sono per definizione segreganti, così come non tutte le strutture possono dirsi inclusive solo perché non presentano elementi formali di chiusura. Esistono realtà residenziali che, pur essendo strutturate, si fondano su modelli organizzativi, relazionali e progettuali coerenti con i principi della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità: strutture capaci di valorizzare l’autodeterminazione, la personalizzazione dei percorsi, la partecipazione alla vita della comunità. Allo stesso modo, esistono contesti che, pur dichiarandosi “aperti” o “inclusivi”, mantengono pratiche e logiche che di fatto escludono, infantilizzano o standardizzano le persone. Il nodo centrale non è quindi la struttura in sé, ma il modello culturale, relazionale e operativo che la guida. È necessario sviluppare strumenti condivisi per valutare la qualità e il grado di rispetto dei diritti nei diversi contesti abitativi, superando logiche binarie e ponendo al centro la persona, i suoi desideri, i suoi legami, il suo progetto di vita. Nel confronto sulla residenzialità e sulla deistituzionalizzazione, è poi fondamentale evitare che questi temi vengano utilizzati in modo strumentale per creare divisioni tra le diverse condizioni di disabilità. Non è — e non deve mai essere — una contrapposizione tra le persone con disabilità intellettive, relazionali, del neurosviluppo e quelle con disabilità motorie o sensoriali. La FISH, da tempo, ha superato una visione categoriale della disabilità, scegliendo invece di porre al centro la persona e i suoi diritti, a prescindere dal tipo o dal grado della condizione. I diritti all’autodeterminazione, alla vita indipendente, all’inclusione sociale e alla possibilità di scegliere dove e con chi vivere valgono per tutte le persone con disabilità. Non ci sono priorità da stabilire tra le condizioni, ma responsabilità da assumersi collettivamente per garantire che ogni progetto di vita sia realmente costruito sulla base delle aspirazioni, dei bisogni e delle opportunità individuali. Proprio per questo, la pluralità delle posizioni emerse all’interno della FISH, compresa quella espressa sulle pagine di Superando dal presidente dell’ANGSA (Associazione Nazionale Genitori di perSone con

Coni, l’occasione mancata: una riflessione dopo il voto che ha escluso Luca Pancalli

La domanda, nel giorno in cui Luca Pancalli ha perso la partita per la presidenza del Coni è inevitabile: la sua condizione di disabilità ha inciso nella decisione finale? Quanto pesano ancora i pregiudizi che relegano certe figure, pur autorevolissime, a ruoli “di nicchia”, tematici, mai davvero chiamati a rappresentare l’universale dello sport italiano? È una domanda scomoda, forse anche ingenerosa. Ma è una domanda che va posta, vediamo come. Le elezioni per la presidenza del Coni si sono concluse e, com’è naturale in un momento così delicato per lo sport italiano, è tempo di riflessioni. Luca Pancalli, figura autorevole e competente, non è stato eletto. Un risultato che merita di essere analizzato non solo alla luce dell’aritmetica del voto, ma anche per ciò che dice — e non dice — sul presente e sul futuro della rappresentanza sportiva nel nostro Paese. Qualche settimana fa mi ero espresso pubblicamente a favore della candidatura di Pancalli. L’ho fatto con convinzione, perché ritenevo – e continuo a ritenere – che la sua figura rappresentasse un’occasione storica per imprimere una svolta culturale al mondo dello sport italiano. Per questo, oggi sento il dovere di condividere alcune considerazioni, non con spirito polemico, ma con la volontà di contribuire a un dibattito che sia all’altezza delle sfide che ci attendono. Mi sarei augurato di commentare questo voto con un sentimento diverso, sperando di poter celebrare l’elezione di un “amico”, ma soprattutto di un professionista esemplare. Eppure, anche a fronte di un esito differente da quello auspicato, non posso sottrarmi al compito – anche scomodo – di guardare in faccia la realtà e cercare di capire cosa sia accaduto oggi all’interno delle urne del Coni. È proprio nei momenti in cui si perde un’opportunità che si ha la responsabilità di interrogarsi più a fondo. La domanda, a questo punto, è inevitabile: la condizione di disabilità di Luca Pancalli ha inciso nella decisione finale? È una domanda scomoda, forse anche ingenerosa. Ma è una domanda che va posta. Pancalli ha dimostrato nei fatti, negli anni e nei ruoli che ha ricoperto, di essere molto più che “una persona con disabilità”. È stato atleta olimpico, paralimpico, ed è stato presidente del Comitato Italiano Paralimpico, è stato assessore, dirigente, presidente della Federcalcio, interlocutore credibile delle istituzioni nazionali e internazionali. Ha incarnato l’idea di uno sport capace di essere inclusivo non solo nei regolamenti, ma nelle sue visioni e strategie. Sarebbe stato perfettamente in grado di rappresentare l’intero sistema sportivo nazionale in tutte le sue articolazioni, non solo il mondo paralimpico. Per questo in molti si sono chiesti se, con lui alla guida del Coni, lo sport italiano avrebbe potuto compiere un vero passo in avanti verso l’inclusione piena, non più solo nei proclami ma nei fatti. Tuttavia, qualcosa si è inceppato. Gli 81 grandi elettori chiamati a scegliere il nuovo presidente hanno seguito altre logiche, forse più tradizionali, forse più rassicuranti. Logiche che non sempre coincidono con il coraggio dell’innovazione o con la volontà di rappresentare la pluralità del mondo sportivo. Perché è di questo che stiamo parlando: della capacità di un’istituzione come il Coni di rispecchiare l’intera galassia dello sport, non solo quella olimpica o professionistica, ma anche quella sociale, inclusiva, accessibile. Le logiche che guidano queste elezioni sono complesse: ci sono equilibri, alleanze, visioni diverse. Ma è difficile non notare come, ancora una volta, il coraggio di aprire una strada nuova si sia scontrato con la forza dell’establishment. L’elezione di Pancalli avrebbe rappresentato non una rottura, ma una maturazione: il segno che lo sport italiano è pronto a riconoscere, senza riserve, che la leadership può e deve appartenere anche a chi, come lui, ha saputo trasformare una condizione personale in una visione collettiva. Naturalmente, questa riflessione non vuole minimamente mettere in discussione la legittimità del risultato o fornire alibi a chi ha espresso, con pieno diritto, il proprio voto in favore di Luciano Bonfiglio. A lui vanno, anzi, le più sincere congratulazioni per la vittoria ottenuta e per il percorso che lo attende alla guida di un’istituzione tanto complessa quanto centrale nello sport italiano. Tuttavia, ciò che lascia perplessi è il modo in cui questa elezione è stata raccontata, quasi ridotta a uno schema binario e semplificato: Bonfiglio come “l’uomo di Malagò” che batte Pancalli. Che ci sia stato un confronto elettorale è ovvio, che vi fossero delle alleanze è fisiologico, ma leggere nei lanci di agenzia titoli che enfatizzano questa contrapposizione come se fosse una partita a scacchi giocata da altri, è paradossale. Le parole, soprattutto quando vengono usate nei titoli o nelle narrazioni ufficiali, hanno un peso e non possono essere scelte con leggerezza. Continuare a etichettare persone e ruoli in base a rapporti di potere anziché ai contenuti delle visioni che rappresentano rischia di impoverire il dibattito e di allontanare il mondo dello sport da quella maturità politica e culturale di cui ha oggi profondamente bisogno. La vera questione, allora, non è se una persona con disabilità possa guidare lo sport italiano. La vera domanda è: perché non dovrebbe poterlo fare? È forse il pregiudizio, ancora presente, seppur in forme sottili e quasi invisibili, a suggerire che “certi ruoli” debbano essere occupati solo da chi risponde a determinati standard? Pancalli, con il suo percorso umano e professionale, ha già dimostrato di essere molto più di un simbolo. Ma a pensar male, direbbe qualcuno, si fa peccato… eppure, spesso, ci si azzecca. È lecito chiedersi se, sotto traccia, resista ancora un pregiudizio non esplicito, ma strisciante: quello che relega certe figure, pur autorevolissime, a ruoli “di nicchia”, confinati in ambiti tematici, mai davvero chiamati a rappresentare l’universale dello sport italiano. In una fase storica in cui il movimento sportivo si interroga su come essere più giusto, più rappresentativo, più aperto, l’esclusione di una figura come Pancalli non può essere derubricata a semplice risultato elettorale. È forse un’occasione persa, ma potrebbe diventare il punto di partenza per un cambiamento più profondo. Dipenderà da quanto siamo davvero pronti, come sistema, a riconoscere che la diversità – quando è sostenuta da qualità – non

Amministratore di Sostegno e Terzo Settore: Un’Alleanza per l’Autodeterminazione

Il prossimo 25 giugno 2025, presso il CNEL, (Aula Marco Biagi), si terrà un evento di straordinaria rilevanza sociale e giuridica dal titolo “Amministrazione di sostegno e terzo settore: scenari e prospettive“, organizzato dall’Osservatorio Inclusione e Accessibilità in collaborazione con la Fondazione Terzius. L’iniziativa rappresenta un’occasione unica per riflettere su uno degli istituti più innovativi e al tempo stesso controversi del nostro ordinamento: l’amministratore di sostegno (AdS). All’evento, che vedrà la partecipazione di alcune delle più autorevoli voci istituzionali del Paese – tra cui il Presidente del CNEL Renato Brunetta, il Ministro per le Disabilità Alessandra Locatelli e il Vice Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Maria Teresa Bellucci – e sarà presentato il Report di ricerca “Terzo settore e Amministrazione di sostegno: questioni scenari e prospettive”, un lavoro rigoroso e atteso, che offre una riflessione approfondita su uno strumento giuridico di grande valore sociale ma ancora poco sfruttato nel suo pieno potenziale.  Il report è stato prodotto dalla Fondazione Terzjus su incarico della Fondazione Ravasi Garzanti ed è stato curato dal Prof. Antonio Fici, noto giurista esperto in diritto del Terzo Settore e tematiche sociali, e dal Dr. Mario Renna, studioso con una consolidata esperienza nel campo delle politiche di welfare e inclusione. La loro collaborazione ha garantito un approccio multidisciplinare allo studio, coniugando rigore giuridico e sensibilità sociale. Grazie alla competenza accademica del Prof. Fici e all’esperienza operativa del Prof. Renna, il documento non si limita a una mera analisi normativa, ma offre spunti concreti per migliorare l’applicazione dell’amministrazione di sostegno, con particolare attenzione al ruolo degli enti non profit. La loro firma rappresenta una garanzia di qualità e profondità, assicurando che il Report sia uno strumento utile non solo per gli addetti ai lavori, ma per tutti coloro che credono in un diritto più vicino alle persone. Lo studio analizza con equilibrio criticità e opportunità, proponendosi come punto di riferimento per istituzioni, operatori del diritto e attori sociali. Attraverso dati, casi concreti e prospettive di riforma, il Report accende i riflettori su un tema delicato, dove la tutela delle persone vulnerabili si intreccia con le sfide applicative e culturali.  Più che un semplice documento, è un invito al dialogo: un’occasione per ripensare l’amministrazione di sostegno non come mero adempimento, ma come leva per l’inclusione e l’autonomia della persona, grazie a una sinergia più stretta tra mondo giuridico e Terzo Settore. La presentazione segnerà il primo passo di un confronto necessario – perché proteggere i fragili significa, prima di tutto, costruire risposte insieme.  Tra analisi e proposte, emerge una visione chiara: norme più accessibili, formazione diffusa e reti territoriali solide possono trasformare un istituto nobile in una vera opportunità di vita. Il Report: L’Amministratore di Sostegno: tra innovazione e vecchi paradigmi Introdotto nel 2004 con la Legge n. 6, l’amministratore di sostegno avrebbe dovuto segnare una svolta epocale nel modo di concepire la protezione giuridica delle persone con disabilità, abbandonando definitivamente il modello paternalistico dell’interdizione e dell’inabilitazione per abbracciare una logica di sostegno alla capacità decisionale. Eppure, a quasi vent’anni dalla sua introduzione, l’AdS rischia di essere snaturato dalla prassi applicativa. Troppo spesso, infatti, i tribunali – anziché privilegiare la volontà e l’autodeterminazione della persona – finiscono per concentrarsi quasi esclusivamente sulla tutela del patrimonio, trasformando quello che dovrebbe essere uno strumento di emancipazione in una sorta di “tutela mascherata”. La deriva patrimonialistica e il tradimento dello spirito originario Il Codice Civile (art. 408) è chiaro: l’amministratore di sostegno deve agire “nel rispetto della volontà della persona”, intervenendo solo laddove strettamente necessario e sempre in modo proporzionato. Nella realtà, però, accade frequentemente che i giudici – spesso per eccesso di cautela o per carenza di informazioni – attribuiscano all’AdS poteri troppo ampi, arrivando in alcuni casi a sostituirsi completamente alla persona nelle decisioni più importanti della sua vita. Nato per tutelare, in alcuni casi si è trasformato in uno strumento di controllo e coercizione, svuotando completamente la volontà della persona che dovrebbe invece proteggere. Emblematici sono i casi denunciati dal programma “Le Iene”, come quello di Carlo, un uomo con disabilità fisica ma perfettamente capace di intendere e di volere, a cui è stato imposto un AdS contro la sua volontà, privandolo della libertà di gestire i propri soldi e decidere della propria vita. O quello di Simona, una donna autosufficiente che, dopo una controversa nomina dell’amministratore, si è vista negare persino la possibilità di scegliere dove vivere e con chi relazionarsi. Questi casi non sono isolati: sempre più spesso, l’AdS viene utilizzato come uno strumento di interdizione mascherata, dove la persona viene sottoposta a un regime di limitazioni sproporzionate, senza che vi sia una reale necessità. Spesso, dietro queste situazioni, si nascondono conflitti familiari, interessi economici o semplicemente un’applicazione superficiale della legge da parte dei tribunali, che nominano amministratori senza valutare adeguatamente le reali capacità residue della persona. Una deriva che contraddice platealmente i principi sanciti dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità (ratificata dall’Italia con la Legge 18/2009), la quale all’art. 12 stabilisce che gli Stati devono riconoscere “la piena capacità giuridica delle persone con disabilità su base di uguaglianza con gli altri”……, garantendo che i sistemi di sostegno rispettino “la volontà, le preferenze e i diritti” dell’individuo.  Eppure, la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità imporrebbe invece di ascoltare la volontà dell’individuo prima di qualsiasi intervento, ma la realtà è che, in troppi casi, l’AdS viene deciso sulla persona, senza la persona. Questi abusi tradiscono lo spirito originario dell’istituto e rendono urgente una riforma che ponga fine a queste distorsioni, restituendo voce e autonomia a chi rischia di perderle proprio in nome di una protezione che troppo spesso si trasforma in oppressione. Il contrasto tra le nobili finalità dell’amministrazione di sostegno e la sua concreta applicazione emerge con drammatica evidenza dall’esame della giurisprudenza e dei dati recenti. Quello che doveva essere uno strumento di emancipazione rischia spesso di trasformarsi in un meccanismo di controllo, svuotando di significato il principio cardine dell’autodeterminazione. Il caso deciso dal Tribunale di Roma nel

Riforma della disabilitò, decreto 62: la Persona è assoluta protagonista

Il Decreto Legislativa 62/2024, attraverso le sue disposizioni innovative, segna una tappa fondamentale nella riforma del sistema di valutazione della disabilità e nell’elaborazione del progetto di vita individuale. La norma in esame rappresenta un passo significativo verso una maggiore inclusione sociale delle persone con disabilità, rafforzando l’approccio personalizzato e multidimensionale che deve guidare la progettazione degli interventi a loro favore. Siamo di fronte ad un cambiamento profondo nella concezione della disabilità stessa, considerandola non più solo come una condizione patologica, ma come un fenomeno complesso che si intreccia con il contesto sociale, psicologico e ambientale del soggetto. Una delle principali innovazioni introdotte dal D.Lgs. 62/2024 è la definizionedella “valutazione di base”, che costituisce il punto di partenza obbligatorio per ogni inter-vento. Questo processo consente di definire con maggiore precisione la condizione di disa-bilità, misurandone l’intensità e identificando i supporti necessari per l’inclusione sociale e il miglioramento della qualità della vita. La valutazione si basa su un approccio multidimensionale che integra i modelli ICF e ICD, facendo emergere la complessità della condizione di disabilità e la necessità di un trattamento che vada oltre la semplice diagnosi medica. Il fatto poi che la valutazione avvenga attraverso una visita collegiale è una garanzia di un approccio completo e approfondito, capace di considerare la persona nella sua totalità. Un altro aspetto fondamentale del decreto è il “progetto di vita individuale”, che si configura come uno strumento chiave per garantire la piena partecipazione della persona con disabilità nella vita sociale. Questo progetto non solo viene personalizzato in base alle esigenze specifiche della persona, ma garantisce anche una totale libertà di residenza, consentendo alla persona di trasferirsi senza perdere i diritti e i supporti previsti dal piano. Un aspetto così innovativo, che rafforza il diritto all’au-todeterminazione, costituisce un importante passo verso una società più inclusiva e rispettosa delle libertà individuali. Il cuore della riforma risiede nel coinvolgimento attivo della persona con disabilità, che diventa protagonista in tutte le fasi del processo di valutazione e progettazione. La partecipazione attiva della persona non solo nel definire gli obiettivi, ma anche nel monitorare l’attuazione del piano, rende la riforma un vero strumento di em-powerment, che consente alla persona con disabilità di essere al centro delle scelte che riguardano la propria vita. Inoltre, l’unità di valutazione multidimensionale (UVM), composta da un’équipe di professionisti che include me-dici, psicologi, assistenti sociali ed educatori, offre una visione olistica e integrata delle necessità del soggetto, favorendo l’elaborazione di interventi mirati che rispondano in modo concreto alle difficoltà quotidiane. In un’ottica di miglioramento continuo, il decreto prevede una fase di sperimentazione che consentirà di perfezionare le modalità operative, raccogliendo feedback utili per ottimizzare l’applicazione della legge a livello nazionale. Questo approccio graduale garantisce che la riforma possa essere adattata alle reali esigenze delle persone con disabilità e delle strutture coinvolte, favorendo una sua implementazione efficace. In sintesi, il D.Lgs. 62/2024 segna una svolta fondamentale nel nostro siste-ma. La valutazione di base e il progetto di vita individuale sono strumenti che non solo mirano a migliorare la qualità della vita delle persone con disabilità, ma promuovono anche un’idea di disabilità che non è più vista come un ostacolo, ma come un aspetto della persona che può essere affrontato con interventi mirati e personalizzati. Se correttamente imple-mentato, il decreto avrà un impatto positivo duraturo, favorendo una maggiore inclusione sociale e un’autodeterminazione più completa delle persone con disabilità, consolidando così il diritto di ciascuno a partecipare attivamente alla vita della comunità.

La ricerca sulle lesioni midollari tra speranze concrete e comunicazione responsabile

La speranza delle persone con lesione midollare e in generale con disabilità non può stare nell’annuncio “miracoloso” di turno, da parte degli organi d’informazione, ma nella capacità di costruire un percorso condiviso in cui la comunità scientifica, i media, le istituzioni e le associazioni lavorino insieme con obiettivi chiari: avanzare nella ricerca, comunicare con responsabilità, migliorare concretamente la vita delle persone: solo così, infatti, potranno diventare realtà accessibili a tutti quelle che oggi sono ancora speranze L’ennesima notizia di un possibile avanzamento nella cura delle lesioni midollari ha fortemente riacceso in questi giorni i riflettori mediatici su una delle sfide più complesse della medicina contemporanea. Mentre i titoli dei giornali annunciano con enfasi “svolte epocali” e “miracoli scientifici”, chi vive quotidianamente con una paralisi spinale si trova ancora una volta a fare i conti con il divario tra l’entusiasmo mediatico e la realtà della ricerca scientifica. La tecnica al centro del recente dibattito – una combinazione di stimolazione elettrica e riabilitazione intensiva – rappresenta senza dubbio un passo avanti nella comprensione dei meccanismi di recupero neurologico e i risultati pubblicati, frutto del lavoro di team di ricerca seri e competenti [se ne legga in calce, N.d.R.], meritano attenzione e approfondimento. Eppure, la distanza tra un protocollo sperimentale e una terapia accessibile a tutti rimane enorme, un dettaglio troppo spesso sacrificato sull’altare della notizia sensazionale. Se da una parte, quindi, guardiamo ovviamente con grande interesse a ogni progresso scientifico, dall’altra, però, chiediamo che se ne parli con il necessario rigore. Quando infatti trasformiamo ipotesi di ricerca in certezze mediatiche, facciamo un torto sia alla scienza che alle persone che attendono risposte concrete. E la storia recente, purtroppo, offre numerosi esempi di questo fenomeno: dagli esoscheletri, presentati anni fa come soluzione imminente, e oggi ancora confinati in centri specializzati, alle terapie cellulari, che hanno suscitato speranze poi ridimensionate dalla complessità della ricerca clinica. Il problema, dunque, non è nell’importanza delle scoperte scientifiche, ma nel modo in cui vengono comunicate. Titoli trionfalistici come Addio alla sedia a rotelle o La paralisi è sconfitta rischiano di creare aspettative irrealistiche in chi convive con una lesione midollare, per poi lasciare spazio a comprensibili delusioni, quando si scopre che i tempi della medicina sono ben diversi da quelli della cronaca. Ogni annuncio prematuro finisce per alimentare la cosiddetta “sindrome della speranza tradita” che tante persone con disabilità hanno già sperimentato sulla propria pelle. Ma c’è poi un aspetto ancora più profondo che merita certamente attenzione ed è che la qualità della vita delle persone con lesioni midollari non dipende esclusivamente dai progressi della ricerca biomedica: accessibilità, inclusione lavorativa, assistenza adeguata, sostegno psicologico sono tutti elementi altrettanto cruciali che rischiano di passare in secondo piano, quando il dibattito si concentra esclusivamente sulla “cura miracolosa”. In altre parole, non accettiamo che si parli delle persone con disabilità solo in termini di attesa di una soluzione medica: la nostra battaglia, infatti, è per una società che sappia includere tutti e tutte, qui e ora, indipendentemente dai progressi della ricerca. La strada maestra, allora, sembra essere quella di un approccio equilibrato che sappia coniugare diversi elementi: l’entusiasmo per i progressi scientifici, che devono essere sostenuti e incoraggiati; la responsabilità nella comunicazione, che deve evitare facili trionfalismi; l’attenzione alle esigenze concrete delle persone con disabilità, che vanno ben oltre la sola dimensione medica. Perché se è vero che la scienza procede per piccoli passi, è altrettanto vero che ogni passo – purché comunicato con onestà e rigore – rappresenta un tassello importante nel lungo cammino verso soluzioni sempre più efficaci. In questo senso, il ruolo dei media è cruciale: serve cioè un giornalismo scientifico capace di spiegare la complessità senza banalizzarla, di raccontare le speranze senza trasformarle in illusioni, di mantenere viva l’attenzione su una tematica che merita un dibattito serio e continuativo, non solo qualche titolo a caratteri cubitali in occasione dell’ultima pubblicazione. Allo stesso tempo, le Istituzioni hanno il dovere di garantire risorse costanti alla ricerca e di lavorare parallelamente all’abbattimento di tutte quelle barriere fisiche, culturali e sociali che ancora limitano la piena partecipazione delle persone con disabilità. La speranza, in fondo, non sta nell’annuncio “miracoloso” di turno, ma nella capacità di costruire un percorso condiviso in cui la comunità scientifica, i media, le istituzioni e le associazioni lavorino insieme con obiettivi chiari: avanzare nella ricerca, comunicare con responsabilità, migliorare concretamente la vita delle persone. Solo così potremo rendere realtà accessibili a tutti quelle che oggi sono ancora speranze. Il caso clinico cui si fa riferimentro nel presente contributo è stato pubblicato dalla rivista scientifica «Med – Cell Press», frutto di un lavoro condotto dal team multidisciplinare di MINELab, che vede coinvolti i medici, fisioterapisti e ricercatori dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano e dell’Università Vita-Salute San Raffaele, insieme ai bioingegneri della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa.

La ricerca sulle lesioni midollari tra speranze concrete e comunicazione responsabile

L’ennesima notizia di un possibile avanzamento nella cura delle lesioni midollari ha fortemente riacceso in questi giorni i riflettori mediatici su una delle sfide più complesse della medicina contemporanea. Mentre i titoli dei giornali annunciano con enfasi “svolte epocali” e “miracoli scientifici”, chi vive quotidianamente con una paralisi spinale si trova ancora una volta a fare i conti con il divario tra l’entusiasmo mediatico e la realtà della ricerca scientifica. La tecnica al centro del recente dibattito – una combinazione di stimolazione elettrica e riabilitazione intensiva – rappresenta senza dubbio un passo avanti nella comprensione dei meccanismi di recupero neurologico e i risultati pubblicati, frutto del lavoro di team di ricerca seri e competenti [se ne legga in calce, N.d.R.], meritano attenzione e approfondimento. Eppure, la distanza tra un protocollo sperimentale e una terapia accessibile a tutti rimane enorme, un dettaglio troppo spesso sacrificato sull’altare della notizia sensazionale. Se da una parte, quindi, guardiamo ovviamente con grande interesse a ogni progresso scientifico, dall’altra, però, chiediamo che se ne parli con il necessario rigore. Quando infatti trasformiamo ipotesi di ricerca in certezze mediatiche, facciamo un torto sia alla scienza che alle persone che attendono risposte concrete. E la storia recente, purtroppo, offre numerosi esempi di questo fenomeno: dagli esoscheletri, presentati anni fa come soluzione imminente, e oggi ancora confinati in centri specializzati, alle terapie cellulari, che hanno suscitato speranze poi ridimensionate dalla complessità della ricerca clinica. Il problema, dunque, non è nell’importanza delle scoperte scientifiche, ma nel modo in cui vengono comunicate. Titoli trionfalistici come Addio alla sedia a rotelle o La paralisi è sconfitta rischiano di creare aspettative irrealistiche in chi convive con una lesione midollare, per poi lasciare spazio a comprensibili delusioni, quando si scopre che i tempi della medicina sono ben diversi da quelli della cronaca. Ogni annuncio prematuro finisce per alimentare la cosiddetta “sindrome della speranza tradita” che tante persone con disabilità hanno già sperimentato sulla propria pelle. Ma c’è poi un aspetto ancora più profondo che merita certamente attenzione ed è che la qualità della vita delle persone con lesioni midollari non dipende esclusivamente dai progressi della ricerca biomedica: accessibilità, inclusione lavorativa, assistenza adeguata, sostegno psicologico sono tutti elementi altrettanto cruciali che rischiano di passare in secondo piano, quando il dibattito si concentra esclusivamente sulla “cura miracolosa”. In altre parole, non accettiamo che si parli delle persone con disabilità solo in termini di attesa di una soluzione medica: la nostra battaglia, infatti, è per una società che sappia includere tutti e tutte, qui e ora, indipendentemente dai progressi della ricerca. La strada maestra, allora, sembra essere quella di un approccio equilibrato che sappia coniugare diversi elementi: l’entusiasmo per i progressi scientifici, che devono essere sostenuti e incoraggiati; la responsabilità nella comunicazione, che deve evitare facili trionfalismi; l’attenzione alle esigenze concrete delle persone con disabilità, che vanno ben oltre la sola dimensione medica. Perché se è vero che la scienza procede per piccoli passi, è altrettanto vero che ogni passo – purché comunicato con onestà e rigore – rappresenta un tassello importante nel lungo cammino verso soluzioni sempre più efficaci. In questo senso, il ruolo dei media è cruciale: serve cioè un giornalismo scientifico capace di spiegare la complessità senza banalizzarla, di raccontare le speranze senza trasformarle in illusioni, di mantenere viva l’attenzione su una tematica che merita un dibattito serio e continuativo, non solo qualche titolo a caratteri cubitali in occasione dell’ultima pubblicazione. Allo stesso tempo, le Istituzioni hanno il dovere di garantire risorse costanti alla ricerca e di lavorare parallelamente all’abbattimento di tutte quelle barriere fisiche, culturali e sociali che ancora limitano la piena partecipazione delle persone con disabilità. La speranza, in fondo, non sta nell’annuncio “miracoloso” di turno, ma nella capacità di costruire un percorso condiviso in cui la comunità scientifica, i media, le istituzioni e le associazioni lavorino insieme con obiettivi chiari: avanzare nella ricerca, comunicare con responsabilità, migliorare concretamente la vita delle persone. Solo così potremo rendere realtà accessibili a tutti quelle che oggi sono ancora speranze. Il caso clinico cui si fa riferimentro nel presente contributo è stato pubblicato dalla rivista scientifica «Med – Cell Press», frutto di un lavoro condotto dal team multidisciplinare di MINELab, che vede coinvolti i medici, fisioterapisti e ricercatori dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano e dell’Università Vita-Salute San Raffaele, insieme ai bioingegneri della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa.