Paolo Cendon e il diritto della fragilità: una lezione che resta.

Ci sono notizie che non dovrebbero mai arrivare, perché colpiscono non solo sul piano personale, ma anche su quello collettivo e culturale. La scomparsa del professor Paolo Cendon rappresenta una perdita profonda per il mondo giuridico italiano, per chi si occupa di diritti delle persone in condizione di fragilità e, più in generale, per tutti coloro che credono in un diritto capace di farsi carico della complessità della vita. Ho avuto il privilegio di conoscere il professor Paolo Cendon in diverse circostanze e di confrontarmi con lui a lungo, non solo nei contesti accademici o istituzionali, ma anche in momenti più informali, spesso attraverso lunghe conversazioni telefoniche e nei pranzi condivisi a Trieste, la sua città, dove in più occasioni mi ha voluto ospite. In quegli incontri emergeva con chiarezza la sua cifra più autentica: un giurista di straordinario rigore teorico, ma al tempo stesso profondamente radicato nella realtà concreta delle persone. Il dialogo non si esauriva mai nella disamina tecnica delle norme, ma si apriva costantemente a una riflessione più ampia sul senso del diritto, sulla sua funzione sociale e sulla responsabilità che esso assume quando incontra la fragilità umana. Quei momenti di confronto, segnati da ascolto reciproco e libertà intellettuale, hanno rappresentato per me un’occasione preziosa di crescita e di approfondimento, rafforzando la consapevolezza che il diritto, per essere davvero giusto, deve saper tenere insieme competenza, umanità e visione etica. Quegli incontri non furono soltanto occasioni di confronto giuridico, ma divennero nel tempo uno spazio di conoscenza reciproca più profonda. Attraverso il dialogo costante, il rispetto delle differenze e la condivisione di valori comuni, il rapporto professionale lasciò gradualmente il posto a una relazione umana autentica. Per questo, con naturalezza, il Professore cessò di essere soltanto “il professor Cendon” e divenne Paolo: l’amico con cui confrontarsi liberamente, anche dissentendo, accomunati dalla stessa tensione verso il bene comune e dalla convinzione che la dignità della persona fragile dovesse restare il punto fermo di ogni riflessione e di ogni scelta. In quella dimensione di amicizia sobria e leale si coglie forse uno degli insegnamenti più preziosi che Paolo ha lasciato: la capacità di tenere insieme il rigore del pensiero e la profondità delle relazioni umane. Nonostante il nostro rapporto amicale non sono mancati momenti di confronto aspro. Ci siamo spesso scontrati sul piano delle idee, talvolta con posizioni differenti e letture non coincidenti degli strumenti giuridici di tutela. Tuttavia, quello scontro è sempre avvenuto nel segno della coerenza intellettuale e del rispetto reciproco, mai come contrapposizione personale. Era un conflitto fecondo, animato dalla comune consapevolezza che il diritto non è fine a se stesso, ma deve tendere al bene comune. In quelle divergenze emergeva con chiarezza un punto di incontro non negoziabile: la dignità della persona fragile, che per entrambi costituiva il criterio ultimo di valutazione di ogni istituto giuridico, di ogni riforma, di ogni scelta interpretativa. Anche quando le strade argomentative erano diverse, la meta restava la stessa: garantire protezione senza annullamento, tutela senza esclusione, riconoscimento pieno della persona nella sua irriducibile umanità. Paolo Cendon è stato il principale artefice teorico e culturale dell’istituto dell’amministrazione di sostegno, introdotto con la legge n. 6 del 2004, una delle riforme più significative del diritto civile contemporaneo. Con essa ha contribuito a segnare una discontinuità profonda rispetto alla tradizione dell’interdizione e dell’inabilitazione, fondata su modelli di sostituzione totale della persona. L’amministrazione di sostegno ha introdotto nel nostro ordinamento un principio di portata innovativa: la protezione non può mai coincidere con la negazione della soggettività giuridica. A distanza di oltre vent’anni dall’entrata in vigore della norma, lo stesso Cendon aveva maturato una consapevolezza ulteriore, frutto dell’osservazione attenta delle prassi applicative e dell’evoluzione sociale. Egli riteneva che l’amministrazione di sostegno, pur nella sua carica innovativa, dovesse essere ripensata e adattata alle esigenze concrete delle persone, per evitare il rischio di una sua riduzione a strumento prevalentemente patrimoniale. Gli istituti giuridici di protezione, nella sua visione, non potevano limitarsi a garantire l’ordinata gestione dei beni, ma dovevano anzitutto tutelare la persona nella sua globalità, assicurando dignità, autodeterminazione, partecipazione e rispetto della volontà individuale. In questo continuo confronto tra norma e realtà si esprimeva la sua idea di un diritto vivo, capace di evolvere per restare fedele alla sua funzione più alta. La riflessione di Cendon ha inciso profondamente sull’interpretazione degli articoli 2 e 3 della Costituzione, riaffermando che la dignità della persona non è graduabile e che l’uguaglianza sostanziale richiede strumenti flessibili, proporzionati e individualizzati. L’amministrazione di sostegno nasce infatti come istituto “a misura di persona”, modulabile nel tempo, reversibile, rispettoso delle capacità residue e, soprattutto, della volontà dell’interessato. Nel pensiero di Cendon, l’interdizione non era semplicemente un istituto da applicare con maggiore cautela, ma un paradigma da superare. Egli ha denunciato con lucidità il rischio che il diritto, nel nome della tutela, producesse esclusione, silenziamento e marginalizzazione. In questo senso, il suo contributo dialoga pienamente con i principi affermati dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, in particolare con l’articolo 12 sul riconoscimento della capacità giuridica, anticipandone lo spirito e la portata culturale. Come Presidente della FISH e Consigliere CNEL, sento il dovere di sottolineare quanto il lavoro di Paolo Cendon abbia inciso concretamente sulla vita quotidiana di migliaia di persone con disabilità e delle loro famiglie. Le sue elaborazioni non sono rimaste confinate nella dimensione accademica, ma hanno orientato la giurisprudenza, la prassi dei tribunali, l’operato degli amministratori di sostegno, degli operatori sociali e sanitari. Hanno contribuito a costruire un diritto più giusto perché più umano. Accanto al giurista rigoroso, resta il ricordo di una persona profondamente coinvolta, mai distante, capace di ascolto. In lui il sapere giuridico non era esercizio astratto, ma assunzione di responsabilità verso l’altro, in particolare verso chi rischia di essere privato della parola, della scelta, del riconoscimento. La sua scomparsa ci addolora, ma ci affida anche un compito preciso: non arretrare rispetto alla visione che ci ha consegnato. Difendere e sviluppare gli istituti di protezione nella loro funzione emancipante, vigilare affinché non tornino pratiche sostitutive

Le Paralimpiadi e il valore dello sport come motore di inclusione

Ci siamo! Siamo prossimi all’apertura dei Giochi Olimpici e Paralimpici, un appuntamento che va ben oltre lo sport e assume un valore profondamente simbolico per il nostro Paese. Non è soltanto l’inizio di una grande competizione internazionale, ma un momento di verità in cui l’Italia è chiamata a misurare se stessa: nella capacità organizzativa, certo, ma soprattutto nella forza della visione che intende offrire. In questi Giochi si riflettono le nostre scelte come comunità nazionale, il valore che attribuiamo all’inclusione, all’accessibilità, alla sostenibilità e alla dignità di ogni persona. Un evento globale che diventa così un’occasione concreta per definire chi siamo oggi e quale futuro vogliamo costruire. Le Paralimpiadi non sono quindi, solo un racconto di nicchia, ma una pagina centrale della storia e del presente del nostro Paese. Parlare di Paralimpiadi significa riconoscere che lo sport è uno dei più potenti motori di inclusione di cui disponiamo: un linguaggio universale capace di abbattere barriere culturali, scardinare stereotipi radicati e trasformare lo sguardo sulla disabilità. Raccontarle vuol dire dare spazio a un’eccellenza troppo spesso marginalizzata e, al tempo stesso, affermare un principio fondamentale: l’inclusione non è un atto di concessione, ma una responsabilità collettiva. Attraverso lo sport si costruisce una società più giusta, più accessibile e più consapevole, in cui il valore della persona, il talento e i diritti non conoscono gerarchie né esclusioni. In questo contesto rappresentano una delle espressioni più alte e autentiche dello sport contemporaneo. Non solo per l’eccellenza tecnica e l’intensità agonistica delle competizioni, ma per il loro straordinario significato umano, culturale e sociale. Esse affermano con forza che la disabilità non è sinonimo di limite, fragilità o eccezione, ma una delle tante condizioni attraverso cui si manifesta il talento, la determinazione e la capacità di superare l’impossibile. Le Paralimpiadi non chiedono di essere comprese con indulgenza, ma riconosciute con rispetto: come sport di altissimo livello e, al tempo stesso, come potente motore di cambiamento culturale. Attraverso di esse, il Paese è chiamato a rivedere sguardi, linguaggi e modelli, e a scegliere se trasformare questo evento in un’eredità duratura di inclusione, consapevolezza e progresso civile. Le discipline paralimpiche sulla neve, dallo sci alpino allo snowboard, dallo sci di fondo al biathlon, per citarne alcune, raccontano una nuova idea di sport e di società. Un’idea in cui la disabilità non è un ostacolo da aggirare o un deficit da compensare, ma una delle molteplici condizioni dell’esperienza umana. Gli atleti paralimpici non competono nonostante la disabilità: competono con la loro disabilità, integrandola nella tecnica, nella preparazione atletica e nella propria identità sportiva. È proprio questa integrazione a rendere le loro prestazioni straordinarie. Dietro ogni medaglia paralimpica non c’è soltanto il talento. C’è un percorso fatto di sacrificio quotidiano, disciplina rigorosa, forza interiore, costanza e resilienza. C’è la capacità di sostenere allenamenti durissimi, di attraversare il dolore, di superare infortuni e battute d’arresto, di convivere ogni giorno con la fatica fisica e mentale senza mai smarrire l’obiettivo. È la stessa dedizione che anima lo sport olimpico, ma spesso moltiplicata da difficoltà ulteriori e meno visibili. Gli atleti paralimpici, infatti, si confrontano ancora con barriere ambientali, carenze strutturali, minori opportunità di accesso agli impianti, risorse economiche più limitate e una visibilità mediatica che non riflette il valore delle loro imprese. Nonostante questo, continuano a competere ai massimi livelli, dimostrando che l’eccellenza non nasce dall’assenza di ostacoli, ma dalla capacità di affrontarli e superarli. Ogni successo paralimpico è quindi molto più di una vittoria sportiva: è il risultato di una determinazione fuori dal comune, di un impegno silenzioso e tenace che merita pieno riconoscimento, rispetto e sostegno. È la prova concreta che lo sport, quando è davvero inclusivo, diventa uno strumento potentissimo di affermazione della dignità, del merito e del valore umano che va ben oltre la dimensione competitiva. È un valore culturale, educativo e sociale profondo. Lo sport, in questo contesto, diventa un potente volano di inclusione, capace di cambiare sguardi, abbattere pregiudizi e ridefinire il concetto stesso di limite. In montagna, forse più che altrove, l’inclusione richiede progettazione attenta, innovazione tecnologica, formazione professionale e, soprattutto, un autentico cambio di mentalità. Impianti accessibili, attrezzature adattate, guide e maestri formati non sono concessioni speciali, ma strumenti di equità: rendono possibile ciò che dovrebbe essere un diritto di tutti, ovvero vivere lo sport, la natura e la montagna in condizioni di pari opportunità. E, quest’anno, con l’Italia chiamata a ospitare i Giochi Olimpici e Paralimpici, questa responsabilità diventa ancora più evidente. Non si tratta solo di organizzare un grande evento sportivo, ma di cogliere un’occasione storica per cambiare in modo concreto l’approccio alla disabilità. Ospitare i Giochi significa assumersi una responsabilità collettiva: dimostrare che il nostro Paese è capace di inclusione reale, di accessibilità diffusa e di politiche coerenti. Questi Giochi devono andare oltre la competizione e lasciare un’eredità duratura, trasferendo a tutta la società e al sistema Paese una visione nuova della disabilità, non più fondata sull’assistenza o sull’eccezionalità, ma sul riconoscimento del valore, delle competenze e della piena partecipazione di ogni persona. Le Paralimpiadi ci insegnano anche che il limite è un concetto relativo. In ambienti considerati “ostili”, come quelli montani, gli atleti paralimpici ridefiniscono ogni giorno ciò che è possibile. Questo messaggio ha un impatto potente, soprattutto sulle giovani generazioni, perché sposta lo sguardo dalla compassione all’ammirazione, dalla pietà al rispetto. Mostra che il valore di una persona non risiede nelle sue condizioni fisiche, ma nella sua determinazione, nel suo impegno e nella capacità di perseguire i propri obiettivi. Per questo le Paralimpiadi non possono e non devono essere considerate un evento “parallelo”. Sono parte integrante del movimento sportivo e del racconto collettivo che una società fa di sé stessa. Rappresentano un modello di uguaglianza reale, non formale, basato sull’accesso alle opportunità e sul riconoscimento del merito. Concludendo, le Paralimpiadi tracciano una direzione chiara e non più rinviabile: una strada costruita sull’impegno, sul coraggio, sull’innovazione e sulla giustizia sociale. Nelle storie, nelle sfide e nei risultati degli atleti paralimpici prende forma un messaggio potente, rivolto alle istituzioni, alle

Ceregiver familiare, una legge in arrivo ma occorre lavorare per renderla solida

Dopo decenni di attesa, avere una legge da cui partire è infinitamente meglio che non avere nulla. Sta a noi tutti fare in modo che questo primo passo sia l’inizio di un cammino solido nella giusta direzione, per dare finalmente sostanza a quel riconoscimento che milioni di persone meritano. È un cantiere da avviare, non da affossare: la posta in gioco è troppo alta. Proprio per questo ho seguito con grande attenzione il dibattito, particolarmente vivo sui social network e tra le famiglie. Dopo giorni di ascolto, per distillare il senso di una discussione così accesa, riconosco che le reazioni sono cariche di una rabbia legittima, figlia di troppi anni di attesa e invisibilità. Pur distanziandomi da toni che rischiano di polarizzare inutilmente il confronto, ritengo mio dovere accogliere quelle voci e tradurne le istanze più urgenti in un’analisi costruttiva. So che alcune delle valutazioni che esprimerò potranno risultare scomode e suscitare reazioni contrastanti. È un rischio che accetto, poiché credo fermamente che proprio in virtù della posizione che occupo e del mandato di rappresentanza che mi è conferito, la mia prima responsabilità sia quella di un’analisi franca e priva di auto-censura. L’onestà intellettuale non è un optional, ma il fondamento stesso della credibilità e dell’utilità del mio contributo. Tacere sui limiti o edulcorare le criticità, per assecondare un clima o per evitare polemiche, sarebbe un tradimento del ruolo che mi chiama a servire l’interesse generale, anche quando la verità è difficile da dire o da ascoltare. Affrontare questa legge significa addentrarsi in un terreno di straordinaria delicatezza umana e sociale, dove ogni parola rischia di ferire speranze o di deludere attese legittime. Siamo di fronte ad una tematica che tocca il nervo scoperto di milioni di esistenze. Per questo, credo che la responsabilità di chiunque vi si accosti – parlamentare, “commentatore”, portatore di interessi – sia doppia e indivisibile: richiede la lucidità chirurgica di una diagnosi onesta, che non nasconda i limiti, e la maturità costruttiva di un approccio propositivo, che non si limiti alla critica sterile. Ridurre il confronto a una dialettica da trincea, chi pretende “tutto e subito” contro chi offre “poco o nulla”, è una trappola logica e politica che non conduce da nessuna parte. È una semplificazione che alimenta solo frustrazione e paralisi: ma chi vive la cura ha bisogno di soluzioni, non di slogan. Dobbiamo forzare noi stessi a essere costruttivi, propositivi, perché le nostre famiglie, i nostri concittadini, aspettano da decenni risposte concrete e non più rinviabili: non possono più permettersi di attendere un altro ciclo legislativo o un’altra promessa. Oggi abbiamo una possibilità reale e concreta: dopo innumerevoli proposte naufragate, un testo di legge è sul tavolo del Parlamento. Non è più solo un’aspirazione. Di fronte alla scelta storica tra una norma da plasmare, migliorare, potenziare, e il perpetuarsi di un vuoto normativo assoluto, che di fatto ha significato abbandono, invisibilità e solitudine per milioni di persone, la direzione da prendere mi pare obbligata: preferisco di gran lunga, con realismo e determinazione, partire da una base imperfetta ma tangibile, piuttosto che continuare a vagheggiare la legge perfetta in un futuro indefinito, ricominciando sempre da zero. È proprio in questo contesto di responsabilità che lancio un appello alla politica tutta, a ogni schieramento, ai cittadini e all’intero movimento associativo: evitiamo le strumentalizzazioni di corto respiro, non è il momento di dividersi il merito di una vittoria o di scaricare la colpa di un insuccesso. È il momento di unire gli sforzi, di mettere a fattor comune competenze ed esperienze. Contribuiamo tutti, con spirito di servizio, a definire una norma che sia la più rispondente possibile ai bisogni reali, complessi e urgenti delle nostre famiglie e dei nostri concittadini. Il Parlamento ha ora l’occasione unica di dimostrare che, su temi che toccano la dignità delle persone, sa andare oltre le divisioni per costruire un bene comune duraturo. Le fondamenta: un cambio di paradigma Il primo, indiscutibile merito di questa proposta è di porre solide fondamenta. Per la prima volta, finalità e definizione tracciano un perimetro giuridico chiaro, riconoscendo formalmente l’esistenza e il valore sociale del lavoro di cura svolto dal caregiver familiare. Non sono clausole retoriche, ma la premessa per trasformare un’esperienza spesso solitaria e logorante in una funzione sociale riconosciuta. È un salto culturale: da mera risorsa informale a parte integrante del sistema di welfare. Su queste basi, ora, si deve costruire. I pilastri operativi: dalla teoria alla vita quotidiana È sui pilastri operativi che la legge dimostra la sua ambizione di passare dal principio alla pratica. Un primo fronte è quello della conciliazione tra lavoro e cura. Il testo non si limita a enunciare un generico sostegno, ma introduce strumenti precisi e potenzialmente trasformativi. Stabilisce un diritto esigibile alla flessibilità lavorativa, dal lavoro agile al part-time reversibile, riconoscendo che la cura può essere una fase della vita professionale, non la sua condanna. Estende il congedo parentale fino alla maggiore età per i genitori di figli con disabilità, accogliendo la verità di un impegno che non si interrompe con l’infanzia. Sperimenta, infine, un meccanismo di solidarietà orizzontale, consentendo la cessione di ferie tra colleghi. Sono misure che, se ben applicate, possono scalfire il muro di incompatibilità tra orari di lavoro e bisogni di assistenza costante. Parallelamente, la legge compie una seconda, importante rivoluzione: valorizza il capitale umano del caregiver. Riconosce che l’attività di cura forgia un patrimonio di competenze, gestionali, relazionali, sanitarie e istituisce percorsi per la loro certificazione. Trasforma così anni di dedizione da un campo vuoto nel curriculum a un credito formativo e professionale spendibile. Non è solo un atto di giustizia verso la persona: è un investimento intelligente per la collettività, che evita la dispersione di un enorme bacino di esperienza. Il cuore strategico: l’integrazione nel progetto di vita La vera forza innovativa, tuttavia, sta nel cuore strategico della norma: il suo esplicito e organico innesto nel nuovo sistema di valorizzazione della persona con disabilità basato sul “progetto di vita” (Decreto Legislativo 62 del 2024). La legge non crea un canale di sostegno parallelo, ma si collega alla riforma che mette la persona al centro. In questo quadro, il principio

Per una comunità fondata su diritti: auguri di buon Natale

In occasione del Santo Natale e dell’avvio di un nuovo anno, desidero rivolgere un pensiero sentito e rispettoso alle persone con disabilità, alle loro famiglie e a tutte le donne e gli uomini che, a vario titolo, operano quotidianamente per costruire una società più giusta, inclusiva e rispettosa dei diritti di ciascuno. Il Natale rappresenta un tempo di riflessione profonda sui valori che tengono unite le comunità: la solidarietà, la responsabilità condivisa, il rispetto della dignità umana. Valori che non possono restare confinati alle parole o alle celebrazioni, ma che devono tradursi in scelte politiche coerenti, in azioni amministrative concrete e in un impegno costante delle istituzioni nel garantire pari opportunità a tutte le persone. Il valore di una comunità non si misura nei grandi proclami, ma nella capacità di assumersi responsabilità quotidiane, nella qualità delle decisioni pubbliche, nella cura dei gesti concreti e nella determinazione con cui si sceglie di non lasciare indietro nessuno. È in questa dimensione, spesso silenziosa ma essenziale, che prende forma una società autenticamente civile, capace di riconoscere ogni persona non per i suoi limiti, ma per i suoi diritti, le sue potenzialità e il contributo che può offrire al bene comune. Le esperienze delle persone con disabilità e delle loro famiglie rappresentano una testimonianza forte e continua di resilienza, impegno e dignità. Raccontano una quotidianità fatta di sfide, ma anche di conquiste, di piccoli e grandi traguardi raggiunti con determinazione e senso di responsabilità. Sono storie che interrogano le istituzioni e richiamano tutti noi al dovere di costruire politiche inclusive, servizi accessibili, percorsi di autonomia reali e non solo dichiarati. Un riconoscimento particolare va alle famiglie che accompagnano questi percorsi con dedizione costante e spesso silenziosa. Il vostro impegno quotidiano, fatto di attenzione, cura e responsabilità, rappresenta una risorsa fondamentale per l’intera comunità. Attraverso il vostro esempio ci ricordate che la disabilità non è una fragilità da nascondere, ma una condizione che chiede rispetto, diritti esigibili e un contesto sociale capace di accogliere e valorizzare ogni persona. Alle operatrici e agli operatori sociali, agli educatori, ai professionisti sanitari, al mondo dell’associazionismo e del volontariato va un ringraziamento sincero per il lavoro svolto ogni giorno con competenza e senso civico. Il vostro contributo è essenziale per rendere concreti i principi di inclusione e per trasformare i diritti in opportunità reali. Che questo Natale possa portare serenità, calore umano e momenti di condivisione autentica nelle case di tutte le famiglie. E che il nuovo anno si apra con un rinnovato impegno collettivo per rafforzare i diritti, migliorare i servizi, promuovere l’accessibilità e costruire politiche pubbliche sempre più attente ai bisogni reali delle persone. L’auspicio è che il 2026 sia un anno segnato da maggiore coesione sociale, rispetto reciproco e prospettive concrete di crescita civile. Un anno in cui l’inclusione non sia considerata un atto di sensibilità, ma un principio strutturale dell’azione politica e amministrativa, nella consapevolezza che una società è davvero forte solo quando è capace di riconoscere e tutelare la dignità di tutti.

Corleone: il silenzio che uccide!

La tragedia avvenuta a Corleone, dove una madre ha tolto la vita alla figlia con autismo prima di porre fine alla propria esistenza, interpella profondamente le istituzioni e l’intera comunità nazionale. Non siamo di fronte soltanto a un fatto di cronaca, ma a un evento che squarcia il velo su un dolore quotidiano troppo spesso taciuto: quello delle famiglie che vivono la disabilità com­plessa senza un adeguato accompagnamento, senza sostegni stabili, senza la certezza di una rete capace di condividere responsabilità e speranza. Mentre in tutta Italia, in occasione del 3 dicembre, si moltiplicano dibattiti, convegni e dichiarazioni di principio su cosa fare per garantire diritti, sostegni e pari opportunità alle persone con disabilità e alle loro famiglie, a Corleone si consuma una tragedia che spezza il silenzio e mette a nudo la distanza tra le parole e la realtà. Proprio nel momento in cui il Paese riflette pubblicamente sull’inclusione, una famiglia rimane sola, senza una rete adeguata, senza strumenti concreti, senza quel progetto di vita che dovrebbe essere il fondamento di ogni percorso di tutela. Nell’ombra discreta delle case, molte famiglie attraversano percorsi di cura che richiedono dedizione assoluta: giorni e notti senza sosta, fragilità da gestire, emergenze da affrontare, bisogni da interpretare con attenzione costante. È una vita fatta di amore, certo, ma anche di solitudine, di timori e di un peso che non può essere lasciato gravare su un solo nucleo familiare. La mancanza di servizi adeguati, l’intermittenza delle risposte territoriali, la difficoltà di accedere a sostegni continui trasformano la quotidianità in un cammino esposto, privo di protezione. Ed è in questi spazi silenziosi, dove la fatica supera la forza, che si insinuano smarrimento e disperazione. In questo quadro, il progetto di vita personalizzato — strumento previsto dalla normativa e cardine della presa in carico globale — dovrebbe rappresentare l’asse portante della tutela e dell’accompagnamento alla persona con disabilità. Un percorso condiviso, costruito con le famiglie, integrato tra servizi sociali, sanitari ed educativi, capace di dare direzione e coerenza alle risposte. Un progetto che non sia una dichiarazione d’intenti, ma un impegno concreto, monitorato, aggiornato, realmente partecipato. Quando esso manca o resta incompiuto, il futuro perde struttura e la fragilità diventa più esposta, più vulnerabile, più sola. La vicenda di Corleone è allora un monito severo: ci ricorda che la protezione delle persone con disabilità e delle loro famiglie non può essere affidata al caso, né alla sola generosità dei caregiver, spesso senza tregua e senza sostegno. Richiama le istituzioni alla responsabilità di garantire continuità, prossimità, ascolto, professionalità e una presenza certa nei momenti di maggiore difficoltà. Invita a rafforzare i servizi territoriali, a sostenere i caregiver, a rendere pienamente esigibile il diritto a un progetto di vita costruito insieme. Questa tragedia, con la sua dolorosa intensità, ci domanda di trasformare l’emozione in impegno e il lutto in una determinazione nuova. Ci chiede di riconoscere la dignità delle persone con disabilità e delle loro famiglie come parte integrante della tenuta sociale del Paese. Ci esorta a considerare la fragilità non come un fardello privato, ma come un dovere pubblico, un impegno collettivo, una responsabilità condivisa. Perché una comunità è tale non quando evita di vedere la sofferenza, ma quando la accoglie, la comprende e la accompagna. E perché nessun gesto estremo, come quello accaduto a Corleone, dovrebbe mai trovare terreno fertile in una solitudine istituzionale. È nostro compito — come Paese, come istituzioni, come cittadini — fare in modo che ciò non accada mai più.

3 dicembre: l’Italia traccia la strada verso una vera inclusione

Il 3 dicembre, Giornata internazionale delle persone con disabilità, è molto più di una ricorrenza simbolica: è un momento che sollecita riflessioni profonde sulla qualità della nostra democrazia, sulla capacità del Paese di garantire diritti, pari opportunità e piena partecipazione a milioni di cittadini con disabilità e alle loro famiglie, spesso dimenticati. Negli ultimi anni, tuttavia, l’Italia ha intrapreso un cammino di riforme che, per portata e visione, rappresenta una svolta storica: dalla legge delega 227/2021 al Decreto legislativo 62/2024, fino all’elaborazione di una legge nazionale sui caregiver familiari e all’approvazione del nuovo Piano d’azione triennale da parte dell’Osservatorio nazionale sulla disabilità. È un processo che segna non solo un cambiamento normativo, ma una trasformazione culturale, un modo nuovo di intendere la disabilità, finalmente centrato sulla persona e sui suoi diritti. Per anni il sistema italiano ha considerato la disabilità in termini sanitari, affidandosi a percentuali e classificazioni che, pur utili dal punto di vista amministrativo, non restituivano la complessità della vita reale. L’adozione dell’approccio bio-psico-sociale nella riforma attuata dal Decreto 62/2024 segna la fine di questa visione riduttiva. La disabilità non è più definita come una “mancanza” individuale, ma come il risultato dell’interazione tra condizioni di salute, fattori ambientali, contesti sociali e culturali. In altre parole, la disabilità non è nella persona, ma nella relazione tra la persona e il mondo che la circonda. Questa prospettiva, che si ispira alla Convenzione ONU, ha un impatto enorme: sposta il baricentro dalle limitazioni individuali ai diritti, alla partecipazione, all’autonomia. All’interno di questa cornice si inserisce un’altra innovazione decisiva: la distinzione tra valutazione di base e valutazione multidimensionale. Non più solo certificare un deficit, ma comprendere il funzionamento globale della persona, le sue aspirazioni, le barriere che incontra, il contesto familiare, educativo, lavorativo. Da qui nasce il progetto di vita personalizzato, pensato non come un documento burocratico, ma come un vero strumento di empowerment. Un progetto che accompagna la persona in ogni fase della vita, favorendo continuità nei sostegni, crescita dell’autonomia, partecipazione sociale e lavorativa. Una riforma che restituisce dignità alla persona e supera la logica del “tutti uguali” per abbracciare la logica del “ciascuno con i propri bisogni e le proprie potenzialità”. Accanto a questo percorso si colloca un altro pilastro fondamentale: il riconoscimento del ruolo dei caregiver familiare. Per troppo tempo il lavoro di cura svolto in famiglia è rimasto invisibile, non riconosciuto e spesso dato per scontato. Eppure, senza i caregiver, il sistema di welfare rischierebbe di non reggere. Una legge nazionale, oggi in fase di elaborazione, può finalmente restituire dignità a queste figure, introducendo tutele chiare, sostegni economici, diritti che oggi sono frammentati e variabili da regione a regione. Proteggere i caregiver significa proteggere il benessere della persona con disabilità, prevenire l’isolamento delle famiglie e riconoscere un contributo essenziale al tessuto sociale del Paese. A completare questo percorso arriva oggi un tassello di grande importanza: l’approvazione, da parte dell’Osservatorio nazionale sulla condizione delle persone con disabilità, del nuovo Piano d’azione triennale, il primo strumento organico dopo anni di attesa. Il Piano non è un semplice documento programmatico: è una strategia nazionale, un quadro integrato di politiche che ha l’obiettivo di trasformare principi e riforme in azioni concrete e misurabili. Si compone di 66 linee d’azione, articolate in sette grandi aree di intervento che riflettono una visione ampia della vita delle persone: accessibilità universale, progetto di vita, benessere e salute, sicurezza inclusiva e cooperazione internazionale, inclusione lavorativa, sistemi di monitoraggio, istruzione, università e formazione. Tra le priorità individuate spicca una linea d’azione a cui sarà dedicato un finanziamento specifico: il contrasto alla violenza sulle donne con disabilità. È un tema che troppo spesso rimane nascosto, sommerso da stereotipi, silenzi e mancanza di strumenti adeguati. Le donne con disabilità affrontano infatti un rischio maggiore di subire violenza, non solo fisica, ma anche psicologica, economica e istituzionale. Il Piano riconosce questa vulnerabilità e propone interventi concreti. Il nuovo Piano sarà presentato ufficialmente il 3 dicembre nel Cortile d’onore di Palazzo Chigi. La scelta di presentarlo proprio nel cuore delle istituzioni italiane non è casuale: indica che la disabilità non è più relegata ai margini dell’agenda politica, ma è riconosciuta come una questione centrale per il Paese, una sfida che riguarda tutti e che richiede una governance condivisa. Nonostante questi progressi significativi, la sfida più grande deve ancora essere vinta: rendere operative le riforme, garantire servizi territoriali solidi, assicurare equità tra le regioni, formare adeguatamente gli operatori, sostenere le famiglie, monitorare i risultati. Le norme e i piani, da soli, non bastano: occorrono investimenti, continuità politica e una cultura dell’inclusione che permei scuole, uffici, servizi e luoghi di lavoro. L’Italia sta finalmente costruendo le condizioni per trasformare l’idea di inclusione in una pratica concreta, quotidiana, misurabile. Il 3 dicembre, oggi, non è solo un appuntamento simbolico, ma un’occasione in cui il Paese può guardare ai progressi compiuti con consapevolezza e responsabilità. Perché la disabilità non è un limite individuale: è una sfida collettiva, che si può vincere solo insieme, costruendo una società capace di valorizzare tutte le diversità e di garantire a ogni persona la possibilità di vivere pienamente la propria vita.

Il Primo Piano Triennale di Azione per la Promozione dei Diritti e dell’Inclusione delle Persone con Disabilità: Un passo decisivo per un’Italia più inclusiva

Il 2009 ha segnato un passo importante nella storia della legislazione italiana in favore delle persone con disabilità con l’istituzione dell’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità, previsto dalla Legge 18 dello stesso anno. Questo organismo, che ha sede presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, è diventato un punto di riferimento fondamentale per la promozione dei diritti e l’inclusione delle persone con disabilità nel nostro Paese. A distanza di oltre un decennio, l’Osservatorio ha compiuto un’importante tappa con l’elaborazione del Primo Piano Triennale di Azione per la Promozione dei Diritti e dell’Inclusione delle Persone con Disabilità, un documento di 54 pagine che sintetizza un percorso partecipativo e strategico volto a migliorare la qualità della vita di queste persone in tutti gli ambiti sociali. Un Approccio Partecipativo: Un Piano Costruito “Dal Basso” Il processo di redazione del Piano Triennale si è distinto per il suo approccio partecipativo, che ha visto il coinvolgimento attivo di numerosi soggetti, tra cui istituzioni, associazioni, esperti, e soprattutto le stesse persone con disabilità. Questo approccio ha permesso di integrare diverse esperienze, competenze e prospettive, facendo in modo che il documento finale non fosse frutto di una visione astratta o unilaterale, ma rispecchiasse le reali esigenze e priorità della comunità. L’obiettivo non era solo quello di mettere nero su bianco delle linee di intervento, ma di costruire un percorso condiviso che potesse rispondere concretamente alle difficoltà quotidiane affrontate dalle persone con disabilità in Italia. Nel corso della stesura del piano, sono stati infatti organizzati incontri, consultazioni pubbliche e momenti di confronto con il mondo delle associazioni che da anni si battono per la tutela dei diritti delle persone con disabilità. Questo ha permesso di raccogliere testimonianze dirette, proposte concrete e soluzioni innovative, facendo emergere una visione collettiva di inclusione che non si limita agli aspetti normativi, ma abbraccia anche quelli culturali e sociali. Le Sette Linee di Intervento: Un Quadro Strategico per l’Inclusione Il Piano Triennale si articola in sette linee di intervento, che rappresentano le direttrici fondamentali per promuovere l’inclusione e il pieno esercizio dei diritti delle persone con disabilità. Queste linee non sono separate tra loro, ma interconnesse e integrative, formando un quadro complessivo che punta a favorire una trasformazione strutturale a livello nazionale. Ogni linea di intervento affronta una dimensione specifica della condizione delle persone con disabilità, con l’obiettivo di garantire loro una partecipazione attiva e paritaria alla vita sociale, economica, culturale e politica del Paese. 1.⁠ ⁠Accessibilità e Mobilità La prima linea di intervento riguarda l’accessibilità in senso ampio, intesa non solo come accesso fisico agli spazi pubblici, ma anche come fruizione di servizi digitali, trasporti, edifici e luoghi di lavoro. Una particolare attenzione è rivolta alla rimozione delle barriere architettoniche e alla creazione di un ambiente più inclusivo. Questo comprende anche la formazione degli operatori del settore pubblico e privato per sensibilizzarli sulle necessità specifiche delle persone con disabilità. 2.⁠ ⁠Istruzione e Formazione L’inclusione scolastica e formativa è un altro tema centrale. In questa linea si sottolinea la necessità di migliorare i sistemi educativi, con l’obiettivo di garantire a tutte le persone con disabilità un accesso equo all’istruzione di qualità, dalla scuola primaria all’università, e promuovere percorsi di formazione che favoriscano l’autonomia e l’integrazione nel mondo del lavoro. 3.⁠ ⁠Lavoro e Occupazione Una delle sfide più gravi per le persone con disabilità in Italia riguarda l’inserimento e il mantenimento nel mondo del lavoro. Questa linea si concentra sulle politiche attive per l’occupazione, puntando a favorire l’inclusione lavorativa attraverso misure concrete come l’orientamento al lavoro, la formazione mirata, il supporto alle imprese e l’introduzione di incentivi per le aziende che assumono persone con disabilità. 4.⁠ ⁠Salute e Benessere Garantire l’accesso alle cure sanitarie e a servizi di supporto adeguati è essenziale per la piena inclusione delle persone con disabilità. Il Piano prevede interventi per migliorare la qualità e l’accessibilità dei servizi sanitari, e per promuovere iniziative di prevenzione e cura che tengano conto delle esigenze specifiche legate alla disabilità. 5.⁠ ⁠Partecipazione Sociale e Culturale Questa linea mira a favorire la partecipazione delle persone con disabilità alla vita sociale, culturale e politica, abbattendo le barriere che ne limitano l’accesso a attività culturali, ricreative e sociali. Si prevede la promozione di eventi inclusivi, la creazione di spazi di socializzazione e il potenziamento della rappresentanza delle persone con disabilità nelle istituzioni. 6.⁠ ⁠Sostenibilità Economica e Famiglia Le famiglie che accolgono una persona con disabilità affrontano spesso gravi difficoltà economiche. Per questo motivo, il Piano dedica un’attenzione particolare al sostegno economico alle famiglie, attraverso misure di supporto finanziario, agevolazioni fiscali, e il potenziamento dei servizi di assistenza domiciliare. 7.⁠ ⁠Normativa e Giustizia Infine, il Piano affronta la necessità di rafforzare il sistema giuridico in favore delle persone con disabilità, con interventi legislativi per garantire che i diritti siano effettivamente tutelati. Si prevede inoltre un monitoraggio costante dell’attuazione delle politiche e delle leggi esistenti, per assicurarsi che siano rispettate le normative in materia di accessibilità, discriminazione e inclusione. Un Piano per il Futuro: Un Impegno Concreto Il Primo Piano Triennale non è solo un documento di programmazione, ma un impegno concreto verso una società più equa e inclusiva. L’inclusione delle persone con disabilità non può essere un obiettivo raggiungibile solo con politiche isolate o parziali, ma deve essere una sfida collettiva che coinvolge istituzioni, società civile e cittadini. Il Piano Triennale rappresenta quindi una guida per orientare le politiche pubbliche e le azioni locali, con la speranza di raggiungere una maggiore sensibilizzazione e una cultura dell’inclusione che vada oltre le normative, diventando parte integrante della vita quotidiana di ogni italiano. In un Paese che si vuole definire davvero civile, l’inclusione delle persone con disabilità non deve essere un’opzione, ma una realtà tangibile e misurabile, alla quale tutte le istituzioni sono chiamate a contribuire con azioni concrete e coerenti. Il Piano Triennale rappresenta un passo fondamentale in questa direzione, ma l’impegno deve essere costante e rinnovato ogni giorno. Leggi qui il Piano di Azione triennale.

Il Cnel approva il Disegno di legge di riforma dell’Amministrazione di Sostegno. Estensione dei soggetti nominabili, standard nazionali di idoneità e semplificazioni operative

Nella seduta di oggi 25 novembre 2025, l’Assemblea del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro ha approvato il Disegno di legge di riforma dell’Amministrazione di Sostegno (AdS), con l’obiettivo di aggiornare l’istituto introdotto dalla legge 6/2004 alla luce dei principi contenuti nell’articolo 12 della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità. Il provvedimento promuove una concezione dell’AdS centrata sulla capacità giuridica, sulla volontà e sulle preferenze della persona beneficiaria, superando i modelli sostitutivi e orientando l’intero sistema verso il supporto decisionale personalizzato. Il Ddl affronta una criticità ormai strutturale del sistema italiano: la difficoltà per i giudici tutelari di individuare amministratori di sostegno qualificati e in numero sufficiente. Per questo amplia la platea dei soggetti nominabili, includendo Enti del Terzo Settore, Aziende Pubbliche di Servizi alla Persona (ASP) e Fondazioni di Comunità, ossia soggetti caratterizzati da continuità organizzativa, prossimità territoriale e competenze integrate di natura socio-assistenziale. L’inserimento dell’attività di amministrazione di sostegno tra le attività di interesse generale del Terzo Settore rafforza la capacità degli enti di operare in questo ambito, valorizzando il ruolo delle comunità locali nella protezione delle persone fragili. Il Ddl istituisce presso il Ministero della Giustizia un Elenco nazionale degli enti idonei allo svolgimento dell’incarico, con requisiti specifici di natura patrimoniale, organizzativa e professionale. L’iscrizione sarà condizionata alla presenza di figure adeguatamente formate e all’adozione di modelli organizzativi capaci di garantire continuità e qualità del sostegno. Ogni ente dovrà inoltre individuare un responsabile dell’incarico per ciascuna nomina, garantendo un rapporto diretto e tracciabile con l’autorità giudiziaria. Il sottoscritto, quale relatore della proposta di legge, ho voluto sottolineare che «l’istituzione dell’Elenco nazionale rappresenta un passaggio decisivo verso la definizione di standard uniformi e di qualità, capaci di superare l’attuale frammentarietà territoriale e di garantire tutele effettive alle persone amministrate». Per assicurare un rapporto effettivo di prossimità, ascolto e continuità, il Ddl prevede che ogni amministratore possa gestire fino a cinque incarichi, elevabili eccezionalmente a sette con autorizzazione motivata del giudice tutelare. Inoltre, si osserva che «limitare il numero degli incarichi non è un vincolo burocratico ma un presidio di qualità: un amministratore deve poter dedicare tempo ed energie reali alla persona per assicurare un sostegno coerente e rispettoso delle sue esigenze». Grande attenzione è riservata alla semplificazione degli adempimenti per gli amministratori familiari. Tra le innovazioni più significative figura l’emendamento da me proposto, che introduce l’esonero dall’obbligo di rendicontare le spese pari o inferiori a 8.500 euro per gli amministratori in linea retta. Infine, tengo a precisare  che «la soglia da 8.500 euro rappresenta una misura calibrata di semplificazione: tutela le famiglie, le alleggerisce da adempimenti sproporzionati e rafforza al contempo l’efficienza del sistema di controllo, permettendo ai giudici tutelari di concentrarsi sui casi realmente complessi». L’emendamento incide positivamente sull’operatività degli uffici giudiziari, riducendo il carico istruttorio nei casi privi di rilevanza patrimoniale e contribuendo a un modello di gestione più proporzionato e funzionale. Un ulteriore emendamento introduce una procedura semplificata che consente ai genitori, se concordi, di assumere congiuntamente il ruolo di amministratori di sostegno del figlio maggiorenne, favorendo un percorso di protezione più lineare, rapido e aderente alla realtà delle relazioni familiari. Il Ddl del CNEL si inserisce in modo coerente nel processo riformatore in corso. Il Disegno di legge per la semplificazione normativa e il miglioramento della qualità della normazione, approvato dal Senato l’8 maggio 2025 e successivamente dalla Camera (Atto Camera 2393), ha conferito all’articolo 17 una delega al Governo per il riordino delle misure di protezione giuridica previste nel Libro I, Titolo XII del codice civile. La proposta del CNEL non solo anticipa i criteri direttivi della delega, ma li integra con proposte concrete su standard professionali, qualificazione degli enti, semplificazioni procedurali e ridefinizione del ruolo dell’amministratore in chiave di supporto decisionale. Il Ddl si colloca pienamente all’interno di un quadro normativo complesso e in evoluzione, armonizzandosi con le principali riforme legislative degli ultimi due decenni. Il provvedimento richiama i principi introdotti dal decreto legislativo 62 del 2024, volto a modernizzare i sistemi di assistenza e tutela attraverso modelli personalizzati e integrati; si coordina con il decreto legislativo 117 del 2017 (Codice del Terzo Settore), con cui condivide l’attenzione alla qualificazione degli enti, alla definizione di standard organizzativi e alla partecipazione delle comunità locali; si pone in continuità con la legge 112 del 2016 (“Dopo di Noi”), valorizzando la centralità del progetto di vita e dell’autonomia delle persone; ed è coerente con il decreto legislativo 207 del 2001, che ha ridefinito il ruolo delle ASP, oggi riconosciute come soggetti idonei a svolgere funzioni di sostegno territoriale e di protezione sociale. L’impianto multilivello delineato dal CNEL costruisce così un quadro normativo coerente, nel quale lo Stato, gli enti locali, le famiglie, il Terzo Settore e le comunità territoriali collaborano per assicurare un sostegno realmente rispettoso della dignità e dell’autodeterminazione della persona. Coerentemente con la Convenzione ONU, il Ddl ridefinisce la figura dell’amministratore di sostegno come facilitatore della decisione, che opera per rendere effettiva la volontà della persona senza sostituirsi a essa. Si ribadisce che la proposta di legge presentata ed approvata dall’Assemblea del CNEL ha come obiettivo quello di garantire che la persona resti protagonista delle proprie scelte e del proprio progetto di vita. L’amministratore non limita la capacità: la sostiene e la rende pienamente esercitabile». Conclusioni La riforma proposta dal CNEL rappresenta un contributo di grande rilievo al processo di modernizzazione dell’istituto dell’Amministrazione di Sostegno. In coerenza con la delega parlamentare, con il Codice del Terzo Settore e con i più recenti interventi legislativi, il Ddl rafforza la qualità del sostegno, amplia e qualifica i soggetti coinvolti e promuove un modello incentrato sulla dignità, l’autonomia e l’inclusione delle persone. Il CNEL ha voluto offrire una risposta concreta e moderna, capace di valorizzare la persona e di integrare in modo organico le migliori esperienze del territorio. Una riforma di sistema, che guarda al futuro e mette al centro la libertà e la dignità di ciascuno».

Proroga decennale esclusione Iva per ETS – Falabella: Segnale politico rilevante per il Terzo Settore

I consiglieri del Terzo Settore del CNEL accolgono con favore la decisione del Consiglio dei Ministri di approvare la proroga decennale dell’esclusione IVA per gli Enti del Terzo Settore. Il provvedimento rappresenta un atto di politica fiscale di rilievo, che interviene su un tema cruciale per la sostenibilità economica e gestionale degli ETS, garantendo certezza normativa, continuità operativa e una riduzione significativa degli oneri amministrativi”. È quanto dichiara il consigliere CNEL Vincenzo Falabella in una nota. “La misura conferma l’attenzione del Governo verso un comparto che svolge funzioni di interesse generale e che costituisce un pilastro del welfare comunitario, contribuendo alla coesione sociale, alla tutela delle persone più fragili e allo sviluppo di modelli innovativi di inclusione e partecipazione. Una maggiore stabilità fiscale – afferma Falabella – permette agli enti di programmare interventi a lungo termine, rafforzando la capacità del Terzo Settore di agire come partner strategico delle istituzioni pubbliche. La proroga decennale dell’esclusione IVA rappresenta un segnale politico chiaro: il Terzo Settore non è un attore marginale, ma una componente strutturale del sistema Paese. La scelta del Governo va nella direzione di consolidare l’alleanza tra istituzioni e realtà sociali che operano quotidianamente per garantire diritti, inclusione e servizi essenziali alle comunità. Il gruppo dei consiglieri del Terzo Settore del CNEL esprime soddisfazione per il risultato ottenuto e conferma la propria disponibilità a collaborare con il Governo e il Parlamento per completare il quadro di riforma del settore, rafforzando strumenti e politiche a sostegno degli enti di interesse generale”.

Per i caregiver? Serve un miliardo di euro

La Federazione italiana per i diritti delle persone con disabilità e famiglie ha presentato 28 emendamenti al ddl inviato dal Governo alla Commissione Bilancio del Senato. Il presidente Vincenzo Falabella individua le priorità, tra cui le risorse per i progetti di vita e per il riconoscimento dei caregiver familiare. «Nessuna negoziazione sull’articolo che prevede il ritorno ai controlli sulle richieste di applicazione della legge 104/1992, previsti nel ddl» Un atteggiamento propositivo e costruttivo, ma con il fermo proposito di opporsi ai provvedimenti discriminatori. È questo lo spirito con cui la Federazione italiana per i diritti delle persone con disabilità e famiglie – Fish ha depositato alla commissione Bilancio del Senato un documento che contiene 28 emendamenti al Disegno di legge di Bilancio 2026. L’obiettivo è, innanzi tutto, quello di garantire risorse strutturali, adeguate e continuative. Ne parliamo con Vincenzo Falabella, presidente della Fish. I punti che riguardano la disabilità sono tanti e non possono essere approfonditi uno per uno in un’intervista, ovviamente, «ma da una prima lettura approfondita della legge di Bilancio, non si vedono interventi strutturali rispetto a quello che si sta portando avanti anche da un punto di vista normativo. Questa cosa balza subito agli occhi». Qual è la priorità delle priorità, secondo voi? Innanzi tutto, chiediamo l’immediata soppressione dell’articolo 129, comma 8, che riguarda la possibilità per le pubbliche amministrazioni di effettuare verifiche di controllo, laddove il lavoratore o il familiare richieda il beneficio previsto dalla legge 104 del 1992 (è la legge che riconosce assistenza, integrazione sociale e tutela dei diritti delle persone con disabilità e dei loro familiari, ndr). Non intendiamo ritornare al periodo dei controlli. La 104 è stata una grande legge di civiltà e le persone con disabilità devono essere sostenute e accompagnate, non si può ricorrere alla repressione. Su questo non intendiamo negoziare. Questo comma punta a smascherare qualche furbetto. Perfetto. Se ci sono degli abusi, apriamo un tavolo di concertazione al quale siedano i rappresentanti del ministero competente, dell’Inps e delle due federazioni più rappresentative e cerchiamo di trovare le soluzioni per migliorare l’attuale norma. Al momento, il testo prevede che l’Inps accerti, su richiesta del datore di lavoro, la permanenza dei requisiti sanitari per i quali sono riconosciuti i permessi di legge ai dipendenti della pubblica amministrazione. Ma la norma non si aggiusta con la repressione. Siamo aperti al dialogo con il Governo, a patto che cassino quell’articolo dalla Legge di Bilancio. Quali soluzioni alternative proponete? Restringere i benefici per i familiari, i conviventi o i non conviventi in linea retta, per esempio. Oppure, far sì che il posto di lavoro del richiedente possa essere in un raggio di 50 km e non di 500 km come prevede attualmente la norma. Siamo pronti a fare le nostre proposte perché vogliamo che la norma sia sempre più rispondente alla persona con disabilità e, conseguentemente, al familiare che presta l’attività di sostegno. Ma il problema non si risolve con un semplice comma di una Legge di Bilancio. Bisogna confrontarsi su questo tema, perché è un tema di grande rilevanza sociale. Nel nostro Paese ci sono 7 milioni di caregiver. Come minimo, servono un miliardo di euro! È evidente che i 270 milioni di euro previsti per il 2027 sono sottostimati rispetto alla platea e alla necessità. Chiediamo un intervento strutturale adeguato, per far sì che la norma poi possa trovare applicazione. Quante risorse finanziarie occorrono, a vostro avviso, per dare risposte a tutti i familiari che si occupano di una persona con disabilità o con gravi problemi di salute? Come minimo, un miliardo di euro. Nel nostro Paese ci sono 7 milioni di caregiver. Supponiamo che soltanto un milione di essi richiedano il beneficio, cosa che per me è altamente improbabile perché tutti aspettano la norma ad hoc, parleremmo di 270 euro all’anno a persona. Una cifra irrisoria. Chiediamo un implemento cospicuo di quel fondo. C’è un’altra novità che nel 2027 andrà a regime. Parliamo del progetto di vita individuale, personalizzato e partecipato. La parte che riguarda il decreto legislativo n. 62/2024 ci ha spinti ad avventurarci a fare dei conti e, conseguentemente, le prime proiezioni. Al momento non c’è nessun capitolo di spesa riferito a questo specifico provvedimento. Ma sappiamo che nel 2027 dovrà partire in tutto il Paese. Non è che potremo scovare le risorse nel 2026: occorre pensarci ora. Se non c’è la volontà sin da oggi di capire che occorre investire per garantire l’applicazione di quella norma, ci ritroveremo nel 2027 con risorse irrisorie che non permetteranno di costruire progetti di vita. Bisogna dare un sostegno concreto ai caregiver familiari, riconoscendo il loro ruolo fondamentale nel sistema di welfare e assicurando strumenti economici, previdenziali e di conciliazione vita-lavoro che ne valorizzino la funzione di cura e di accompagnamento quotidiano. Giusto per capire: quanto costa un progetto di vita? Lo stimiamo mediamente in 25-30mila euro all’anno. Ce ne sono alcuni che costano di più, altri costano di meno, perciò teniamoci su questa media. Mettiamo il caso che, dei 6 milioni e mezzo di cittadini con disabilità, un milione e mezzo o anche 2 milioni chiedano quella cifra, è facile capire che saranno necessari svariati miliardi di euro per dare risposte a tutti coloro che ne hanno diritto. Ora, non dico che vadano trovati tutti nel 2025, ma quanto meno cominciamo a strutturare un fondo che arrivi ad avere almeno un miliardo o un miliardo e mezzo di euro. Non sarà facile individuare tutte queste risorse, visti i tempi e viste alcune scelte del governo, per esempio in materia di riarmo. Parliamo di cifre enormi, lo sappiamo bene. Infatti, abbiamo previsto contributi solidali per far sì che si possano recuperare risorse importanti. Faccio un esempio: se il governo andasse a tassare gli extra profitti delle banche, e una parte di quella tassazione venisse dedicata a questi capitoli d’investimento, avremmo trovato una enorme quantità di soldi. Serve la capacità politica di assumere una decisione che può essere impopolare, nei confronti delle lobby bancarie. Ma oggi è necessario fare questo. Il ministero per le Disabilità è un dicastero