Per i caregiver? Serve un miliardo di euro
La Federazione italiana per i diritti delle persone con disabilità e famiglie ha presentato 28 emendamenti al ddl inviato dal Governo alla Commissione Bilancio del Senato. Il presidente Vincenzo Falabella individua le priorità, tra cui le risorse per i progetti di vita e per il riconoscimento dei caregiver familiare. «Nessuna negoziazione sull’articolo che prevede il ritorno ai controlli sulle richieste di applicazione della legge 104/1992, previsti nel ddl» Un atteggiamento propositivo e costruttivo, ma con il fermo proposito di opporsi ai provvedimenti discriminatori. È questo lo spirito con cui la Federazione italiana per i diritti delle persone con disabilità e famiglie – Fish ha depositato alla commissione Bilancio del Senato un documento che contiene 28 emendamenti al Disegno di legge di Bilancio 2026. L’obiettivo è, innanzi tutto, quello di garantire risorse strutturali, adeguate e continuative. Ne parliamo con Vincenzo Falabella, presidente della Fish. I punti che riguardano la disabilità sono tanti e non possono essere approfonditi uno per uno in un’intervista, ovviamente, «ma da una prima lettura approfondita della legge di Bilancio, non si vedono interventi strutturali rispetto a quello che si sta portando avanti anche da un punto di vista normativo. Questa cosa balza subito agli occhi». Qual è la priorità delle priorità, secondo voi? Innanzi tutto, chiediamo l’immediata soppressione dell’articolo 129, comma 8, che riguarda la possibilità per le pubbliche amministrazioni di effettuare verifiche di controllo, laddove il lavoratore o il familiare richieda il beneficio previsto dalla legge 104 del 1992 (è la legge che riconosce assistenza, integrazione sociale e tutela dei diritti delle persone con disabilità e dei loro familiari, ndr). Non intendiamo ritornare al periodo dei controlli. La 104 è stata una grande legge di civiltà e le persone con disabilità devono essere sostenute e accompagnate, non si può ricorrere alla repressione. Su questo non intendiamo negoziare. Questo comma punta a smascherare qualche furbetto. Perfetto. Se ci sono degli abusi, apriamo un tavolo di concertazione al quale siedano i rappresentanti del ministero competente, dell’Inps e delle due federazioni più rappresentative e cerchiamo di trovare le soluzioni per migliorare l’attuale norma. Al momento, il testo prevede che l’Inps accerti, su richiesta del datore di lavoro, la permanenza dei requisiti sanitari per i quali sono riconosciuti i permessi di legge ai dipendenti della pubblica amministrazione. Ma la norma non si aggiusta con la repressione. Siamo aperti al dialogo con il Governo, a patto che cassino quell’articolo dalla Legge di Bilancio. Quali soluzioni alternative proponete? Restringere i benefici per i familiari, i conviventi o i non conviventi in linea retta, per esempio. Oppure, far sì che il posto di lavoro del richiedente possa essere in un raggio di 50 km e non di 500 km come prevede attualmente la norma. Siamo pronti a fare le nostre proposte perché vogliamo che la norma sia sempre più rispondente alla persona con disabilità e, conseguentemente, al familiare che presta l’attività di sostegno. Ma il problema non si risolve con un semplice comma di una Legge di Bilancio. Bisogna confrontarsi su questo tema, perché è un tema di grande rilevanza sociale. Nel nostro Paese ci sono 7 milioni di caregiver. Come minimo, servono un miliardo di euro! È evidente che i 270 milioni di euro previsti per il 2027 sono sottostimati rispetto alla platea e alla necessità. Chiediamo un intervento strutturale adeguato, per far sì che la norma poi possa trovare applicazione. Quante risorse finanziarie occorrono, a vostro avviso, per dare risposte a tutti i familiari che si occupano di una persona con disabilità o con gravi problemi di salute? Come minimo, un miliardo di euro. Nel nostro Paese ci sono 7 milioni di caregiver. Supponiamo che soltanto un milione di essi richiedano il beneficio, cosa che per me è altamente improbabile perché tutti aspettano la norma ad hoc, parleremmo di 270 euro all’anno a persona. Una cifra irrisoria. Chiediamo un implemento cospicuo di quel fondo. C’è un’altra novità che nel 2027 andrà a regime. Parliamo del progetto di vita individuale, personalizzato e partecipato. La parte che riguarda il decreto legislativo n. 62/2024 ci ha spinti ad avventurarci a fare dei conti e, conseguentemente, le prime proiezioni. Al momento non c’è nessun capitolo di spesa riferito a questo specifico provvedimento. Ma sappiamo che nel 2027 dovrà partire in tutto il Paese. Non è che potremo scovare le risorse nel 2026: occorre pensarci ora. Se non c’è la volontà sin da oggi di capire che occorre investire per garantire l’applicazione di quella norma, ci ritroveremo nel 2027 con risorse irrisorie che non permetteranno di costruire progetti di vita. Bisogna dare un sostegno concreto ai caregiver familiari, riconoscendo il loro ruolo fondamentale nel sistema di welfare e assicurando strumenti economici, previdenziali e di conciliazione vita-lavoro che ne valorizzino la funzione di cura e di accompagnamento quotidiano. Giusto per capire: quanto costa un progetto di vita? Lo stimiamo mediamente in 25-30mila euro all’anno. Ce ne sono alcuni che costano di più, altri costano di meno, perciò teniamoci su questa media. Mettiamo il caso che, dei 6 milioni e mezzo di cittadini con disabilità, un milione e mezzo o anche 2 milioni chiedano quella cifra, è facile capire che saranno necessari svariati miliardi di euro per dare risposte a tutti coloro che ne hanno diritto. Ora, non dico che vadano trovati tutti nel 2025, ma quanto meno cominciamo a strutturare un fondo che arrivi ad avere almeno un miliardo o un miliardo e mezzo di euro. Non sarà facile individuare tutte queste risorse, visti i tempi e viste alcune scelte del governo, per esempio in materia di riarmo. Parliamo di cifre enormi, lo sappiamo bene. Infatti, abbiamo previsto contributi solidali per far sì che si possano recuperare risorse importanti. Faccio un esempio: se il governo andasse a tassare gli extra profitti delle banche, e una parte di quella tassazione venisse dedicata a questi capitoli d’investimento, avremmo trovato una enorme quantità di soldi. Serve la capacità politica di assumere una decisione che può essere impopolare, nei confronti delle lobby bancarie. Ma oggi è necessario fare questo. Il ministero per le Disabilità è un dicastero
Forum Terzo Settore, verso l’Assemblea del 21 ottobre: un nuovo slancio per un Terzo settore unito, autorevole, protagonista
Il prossimo 21 ottobre si svolgerà l’assemblea elettiva del Forum Nazionale del Terzo Settore, il più importante momento di partecipazione e rappresentanza della vasta rete italiana del volontariato, della promozione sociale, della cooperazione sociale e internazionale, dell’impresa sociale e della solidarietà civica. Si tratta di una scadenza tutt’altro che formale: in un contesto in cui il Terzo settore continua a crescere in numeri, competenze e riconoscimento pubblico, il suo ruolo diventa sempre più centrale per accompagnare il Paese verso uno sviluppo più equo, coeso e sostenibile. A guidare questo percorso deve essere un Forum rinnovato, in grado di rappresentare la pluralità delle esperienze associative, di elaborare una visione strategica condivisa e di consolidare il suo ruolo di interlocutore autorevole a tutti i livelli istituzionali. È il momento di ricostruire fiducia, rilanciare il dialogo interno e programmare obiettivi concreti per una nuova stagione politica del Terzo settore italiano. Il Terzo settore è oggi una componente strutturale dello sviluppo del Paese. Non più solo un attore “di prossimità”, ma un protagonista consapevole delle trasformazioni economiche, sociali e ambientali. I dati confermano questa traiettoria positiva: • Oltre 368.000 enti non profit attivi in Italia (Istat, 2023), in crescita costante; • Quasi 950.000 lavoratori impiegati nel settore; • Più di 6 milioni di volontari, colonna portante della partecipazione civica; • Un valore della produzione che supera gli 84 miliardi di euro, pari al 4% del PIL nazionale; • Un tessuto imprenditoriale fatto di oltre 14.000 cooperative sociali, con oltre 470.000 addetti, che garantiscono servizi fondamentali nei territori; • Una cooperazione internazionale solida, che promuove diritti umani, pace, giustizia e sviluppo sostenibile in decine di Paesi. Questi numeri raccontano un settore vivo, competente, radicato, in grado di affrontare sfide complesse con capacità progettuale, visione di lungo periodo e forte legame con le comunità. Serve una svolta partecipativa: dal limite della consultazione al rilancio del Forum come spazio democratico Proprio per questo, l’assemblea del 21 ottobre deve segnare una nuova fase, anche alla luce delle difficoltà emerse in queste settimane. La fase di consultazione per la definizione delle liste ha rappresentato un passaggio importante, ma ha anche evidenziato alcuni aspetti su cui sarà utile riflettere per rafforzare ulteriormente il coinvolgimento della rete. In alcune situazioni, la partecipazione è risultata parziale e non pienamente rappresentativa della ricchezza e della pluralità che caratterizzano il Forum. Proprio per questo, è fondamentale che il Forum continui a crescere come spazio di confronto aperto, inclusivo e trasparente, in cui ogni organizzazione, indipendentemente dalla propria dimensione o appartenenza, possa sentirsi parte attiva e riconosciuta. Solo valorizzando tutte le voci si potrà costruire una rappresentanza forte e condivisa, all’altezza delle sfide che ci attendono. È questa la vera grande sfida immediata: ricostruire un metodo di confronto aperto e autentico, in cui i personalismi lascino spazio alla responsabilità collettiva, e dove il protagonismo non sia appannaggio di pochi leader, ma frutto della collaborazione tra soggetti diversi, uniti dalla volontà di incidere positivamente nella società. Il Forum ha bisogno del sapere e della conoscenza diffusa della sua rete. Ha bisogno di leadership che accompagnino, non che prevarichino. Di processi decisionali inclusivi, non imposti. Solo così potrà svolgere il suo ruolo politico e istituzionale in modo credibile, autorevole, legittimato. Ripartire da qui è un dovere. Per evitare ulteriori errori. Perché senza democrazia interna, senza partecipazione reale, il Forum rischia di perdere la sua ragion d’essere. Il nuovo Forum ha davanti a sé un compito prioritario e non rinviabile: riaggregare tutte le componenti della rete, comprese quelle realtà associative che – pur riconoscendosi nei valori fondativi del Terzo settore – hanno preso le distanze da questo percorso elettorale, non condividendone modalità e contenuti. Ricostruire la coesione non è solo un gesto formale o simbolico, ma un passaggio politico essenziale per la tenuta e l’efficacia del Forum stesso. Un Forum forte presuppone una rete unita, coesa e capace di riconoscersi nella sua rappresentanza collettiva. Non possiamo permetterci – né dobbiamo accettare – di perdere per strada soggetti vitali, esperienze storiche, competenze consolidate. Il futuro del Forum dipenderà dalla sua capacità di ascoltare, includere, coinvolgere anche chi oggi si sente distante, aprendo un confronto serio, leale e costruttivo. Perché senza ricomporre il quadro complessivo, ogni azione di rappresentanza rischia di essere parziale, e ogni voce diventa meno forte se non è sostenuta dal coro di tutte le altre. Riportare tutti al centro del Forum terzo settore è il primo segnale di svolta che deve arrivare da questa nuova fase. Solo così potremo costruire una stagione politica all’altezza delle sfide che attendono il Terzo settore e il Paese. È evidente che le organizzazioni che oggi si riconoscono nel Forum Nazionale del Terzo Settore rappresentano una pluralità di anime, storie e visioni. Realtà con vissuti profondamente diversi, nate da esigenze sociali differenti, portatrici di approcci e culture organizzative eterogenee. Ma proprio questa diversità è la vera ricchezza del Forum. La sua sfida, e al tempo stesso la sua responsabilità, è quella di saper fare sintesi, valorizzando ogni contributo senza appiattirne la specificità, e costruendo posizioni comuni che siano davvero espressione collettiva di tutto il Terzo settore. Trovare un equilibrio tra differenze, ricomporre visioni, generare convergenze: è questo che rende forte un organismo di rappresentanza. Perché le sfide che ci attendono, sul piano sociale, economico, istituzionale e culturale, sono cruciali non solo per il destino del Forum, ma per la vita concreta di milioni di persone che ogni giorno trovano nel Terzo settore ascolto, supporto e diritti. Per questa ragione, la nuova consiliatura del Forum dovrà fondarsi su una piattaforma politica condivisa, con obiettivi chiari, concreti e misurabili. 1. Rappresentanza democratica e partecipazione diffusa 2. Semplificazione normativa e sostegno organizzativa 3. Stabilità finanziaria e fiscalità di vantaggio 4. Lavoro e innovazione sociale 5. Cooperazione, diritti e co-progettazione Fish – Federazione Italiana delle persone con disabilità e famiglie è parte attiva e determinata in questo percorso. Siamo presenti con spirito costruttivo, ma anche con la fermezza che deriva dal nostro impegno quotidiano nei confronti delle persone con disabilità, delle loro famiglie e
Welfare, ecco perché a 25 anni dalla legge 328 c’è bisogno di un tagliando
Il Cnel ha approvato all’unanimità un disegno di legge per modernizzare la legge 328 sui servizi sociali a 25 anni dalla sua approvazione. Non si tratta di cambiare la norma, che resta valida, ma di rafforzarne principi e strumenti per rispondere meglio al nuovo contesto sociale e ai nuovi bisogni. Fra i punti cardine, il rafforzamento dei Leps, il sostegno ai caregiver e la partecipazione attiva dei corpi intermedi e del Terzo settore. Nel novembre 2025 ricorrerà il venticinquesimo anniversario della Legge 328/2000, la storica riforma che ha posto le basi per il sistema integrato di interventi e servizi sociali nel nostro Paese. A un quarto di secolo dalla sua promulgazione, la società italiana si presenta profondamente cambiata: nuove vulnerabilità, disuguaglianze territoriali accentuate, un’evoluzione demografica rapida e la crescente complessità dei bisogni sociali rendono urgente un rinnovamento profondo del modello di welfare. In questo contesto, l’approvazione lo scorso 25 settembre del Disegno di Legge di riforma della 328/2000 da parte del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro – Cnel rappresenta un passaggio fondamentale e strategico: non solo per modernizzare l’impianto normativo originario, ma per rilanciare il welfare come pilastro della coesione democratica, dell’inclusione attiva e dello sviluppo sostenibile. Il Disegno di Legge, frutto di un lavoro ampio e partecipato, ha l’obiettivo di aggiornare e rafforzare i principi e gli strumenti della Legge 328/2000, affrontando in modo sistemico le criticità emerse negli ultimi anni: • superare la frammentazione istituzionale nella governance dei servizi; • garantire l’universalità e l’equità nell’accesso alle prestazioni; • rafforzare il ruolo delle comunità locali nella programmazione e nella gestione dei servizi; • rendere effettivi e uniformi i Livelli Essenziali delle Prestazioni Sociali – Leps su tutto il territorio nazionale; • promuovere l’integrazione tra politiche sociali, sanitarie, educative, abitative e del lavoro; • costruire un sistema informativo condiviso, capace di supportare la programmazione, la valutazione e il monitoraggio delle politiche sociali in chiave di accountability pubblica. La riforma della 328 è una necessità non più rinviabile e con questa proposta mettiamo a disposizione del Parlamento e del Governo uno strumento concreto e condiviso per rigenerare il sistema dei servizi sociali. Si tratta di una proposta che nasce da un lavoro serio e plurale, che mette al centro la persona, i suoi diritti e la dignità, e che punta a costruire un welfare realmente generativo, inclusivo e integrato. “Questa proposta nasce da un lavoro di ascolto, studio e visione sistemica che oggi è indispensabile per una riforma efficace e duratura e per costruire un welfare fondato su evidenze e non su approcci emergenziali o settoriali” Il contesto che fa da sfondo alla proposta di riforma è segnato da luci e ombre. Se da un lato si registra un aumento della spesa sociale (+23% dal 2019 al 2023, fonte SIOPE+), dall’altro persistono gravi diseguaglianze territoriali e istituzionali. I dati parlano chiaro: le differenze di spesa tra Ambiti Territoriali Sociali – Ats sono abissali – si va da 170 a soli 8 euro pro capite in Campania, da 245 a 13 in Lombardia – mentre le forme di gestione restano troppo diversificate, con oltre il 67% dei servizi ancora in carico ai singoli comuni, spesso senza le risorse organizzative e gestionali adeguate. Non possiamo più accettare che l’effettività dei diritti sociali dipenda dal luogo in cui si nasce o si vive. Il welfare non può essere un privilegio territoriale, ma un diritto esigibile e garantito ovunque. “La proposta del Cnel punta a sanare proprio questa frattura strutturale, rafforzando la capacità pubblica e la responsabilità condivisa” L’approvazione del ddl da parte del Cnel non è solo un atto formale. È il frutto del lavoro dell’Osservatorio Nazionale dei Servizi Sociali Territoriali, istituito presso lo stesso Consiglio e volto a fornire una lettura approfondita e continuativa delle dinamiche del welfare locale. Il Cnel, attraverso l’Osservatorio, sta fornendo un servizio pubblico essenziale: un’analisi indipendente, rigorosa e partecipata del funzionamento delle politiche sociali. Sì è lavorato con un metodo nuovo: inclusivo, fondato su ascolto, evidenze e dialogo tra tutte le componenti sociali. Questo ddl nasce proprio da quel lavoro di ascolto, elaborazione e visione sistemica che oggi è indispensabile per una riforma efficace e duratura. “Abbiamo l’occasione di trasformare questo anniversario in un nuovo inizio. Servono visione, coraggio e responsabilità politica” Il ddl approvato propone un riordino profondo ma coerente con l’impianto originario della 328, fondato su alcuni capisaldi: • Sussidiarietà e co-progettazione: rafforzare la collaborazione tra enti pubblici e Terzo settore, come previsto dalla riforma del Codice del Terzo Settore. • Multilivello e integrazione: garantire un governo coordinato delle politiche sociali tra Stato, Regioni, Comuni e ambiti territoriali. • Dati e valutazione: istituire un sistema informativo nazionale interoperabile e strumenti di valutazione dell’impatto sociale. • LEPS esigibili: definire e aggiornare regolarmente i livelli essenziali, garantendone l’applicazione omogenea. • Prossimità e universalismo: valorizzare il radicamento locale dei servizi, ma garantendo pari accesso in ogni parte del Paese. La riforma della Legge 328/2000 proposta dal Cnel non è una semplice revisione tecnica, ma un progetto politico e culturale per restituire centralità alle politiche sociali come leva per la giustizia, la resilienza comunitaria e la coesione del Paese. “Il disegno di legge rappresenta una base solida e concreta per costruire un nuovo patto sociale, capace di rispondere alle sfide del nostro tempo” Con l’approvazione del ddl, il Cnel ha adempiuto al suo compito costituzionale di organo di consulenza delle Camere e del Governo, svolgendo un ruolo essenziale nella costruzione di un welfare fondato su evidenze, non su approcci emergenziali o settoriali. Il disegno di legge rappresenta una base solida e concreta per costruire un nuovo patto sociale, capace di rispondere alle sfide del nostro tempo. Spetta ora al Parlamento raccogliere questa proposta e avviare il percorso legislativo per fare della riforma della 328/2000 una delle priorità della prossima agenda sociale del Paese. Abbiamo l’occasione di trasformare questo anniversario in un nuovo inizio. Servono visione, coraggio e responsabilità politica. La proposta del Cnel è sul tavolo: ora tocca alle istituzioni cogliere questa opportunità e tradurla in azione concreta per il bene del Paese e delle persone.
Patenti di guida: verso una sempre maggiore personalizzazione dei supporti e delle procedure
L’articolo 20 (Mobilità personale) della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità riconosce e garantisce il diritto alla mobilità e il conseguente dovere, da parte degli Stati che hanno ratificato la Convenzione stessa, di assicurare alle persone con disabilità tutto il supporto necessario, anche tecnologico, per potersi muovere e spostare nel modo più autonomo possibile e, quindi, anche di accedere a procedure e strumenti che permettano loro di ottenere la patente di guida. Anche l’Unione Europea ha recentemente affermato che «il diritto alla patente di guida costituisce una garanzia della libera circolazione e della partecipazione alla vita economica e sociale, in particolare nelle zone rurali e meno urbanizzate che dispongono di una rete di trasporti pubblici limitata. In particolare, per gli anziani, le persone sole, le persone a mobilità ridotta o le persone con disabilità, il trasporto individuale è un elemento importante per sostenere il loro funzionamento indipendente e autonomo. Le limitazioni al diritto di essere titolare di una patente di guida dovrebbero basarsi su criteri oggettivi determinati su base individuale e non dovrebbero comportare il rischio di discriminazione». Nel nostro Paese, attualmente, sono più di 200.000 le persone con disabilità titolari di una patente speciale che, spesso, soprattutto in caso di disabilità fisiche ad elevato bisogno di sostegni, come tetraplegia e paraplegia, si trovano a dover affrontare procedure complesse e una grande difficoltà nel trovare strumenti realmente adatti a modificare le autovetture in base ai loro bisogni, facendo sì che la guida sia un’attività realmente sicura e comoda. È per queste ragioni che la FAIP (Federazione delle Associazioni Italiane di Persone con Lesione al Midollo Spinale), si impegna da tempo, attraverso un lavoro di advocacy e di collaborazione con le Istituzioni, per portare a una modifica delle procedure, dei criteri e delle norme italiane in materia. Un impegno che ha portato all’adozione del nuovo Prontuario Adattamenti, da parte del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, documento che non è solo un aggiornamento tecnico, ma che rappresenta anche l’effettivo accoglimento del modello di disabilità della Convenzione ONU. Esso prevede infatti, per le persone con disabilità fisiche in condizioni di cronicità e stabilità, una procedura per il rinnovo della patente più snella, che non richiede un riesame da parte della Commissione Medica competente. Aspetto centrale del nuovo Prontuario è l’adozione dei Codici Unionali Armonizzati, che avvicina l’Italia agli standard dell’Unione Europea, portando a una maggiore omogeneità nei supporti e nelle procedure sul territorio nazionale. Una grande conquista è rappresentata anche dall’introduzione di nuove classificazioni per patologie complesse (tetraplegia, distrofia muscolare, sclerosi multipla), condizioni di disabilità che ora sono associate ad adattamenti e tecnologie specifiche e funzionali alle reali capacità residue delle persone, con la garanzia che la modifica del veicolo, indicata dagli esperti, sarà scelta in base alle capacità concrete e personali dell’individuo che andrà a utilizzarla. Proprio per una valutazione realistica delle capacità residue delle singole persone con disabilità che fanno richiesta della patente, il nuovo Prontuario ha introdotto l’utilizzo del simulatore di guida e del valutatore tecnico, ideati e sviluppati dal Centro Superiore Integrato per la Mobilità Accessibile (CSIMA dell’ANGLAT), che forniscono dati e informazioni oggettive e precise sulle capacità residue del singolo, risultando quindi fondamentali per individuare l’ausilio giusto per lui e per la sua guida. Queste modifiche e aggiornamenti recenti rappresentano un enorme passo avanti verso la personalizzazione dei supporti e delle procedure, prevista dalla Convenzione ONU, e per la quale la FAIP e le Associazioni ad essa aderenti si battono da sempre.
La solitudine di Paolo è il nostro fallimento collettivo
“Nessuno ha visto. Nessuno ha ascoltato. Nessuno ha capito.” Paolo aveva solo 14 anni e si è tolto la vita. E oggi, mentre ci affanniamo a cercare risposte, non possiamo ignorare la verità più amara: abbiamo fallito. Non solo come scuola, come comunità, come istituzioni. Abbiamo fallito come esseri umani. Perché Paolo, un ragazzo con un nome come tanti, si è spento nel silenzio. E il silenzio è sempre colpevole. La vicenda di Paolo – l’ennesima che riporta alla luce il dramma del disagio giovanile – non può essere liquidata come una tragedia privata. Quando un adolescente decide di farla finita, non è mai solo una storia personale: è il riflesso di un sistema sociale che non ha saputo accoglierlo, proteggerlo, ascoltarlo. È il sintomo di una malattia profonda: la perdita dei valori fondanti della convivenza civile. Il rispetto. L’accoglienza. L’empatia. Secondo quanto emerso dalle testimonianze, Paolo aveva lanciato segnali. Frasi dette a metà, cambiamenti di comportamento, silenzi troppo lunghi. Ma tutto è passato inosservato. Non perché fosse impossibile da decifrare, ma perché guardare davvero l’altro richiede tempo, impegno, responsabilità. E di questi tempi, troppo spesso, scegliamo l’indifferenza. La scuola – che avrebbe dovuto essere presidio di inclusione e sostegno – non ha colto il disagio. Gli amici forse hanno sottovalutato. Gli adulti di riferimento non hanno scavato abbastanza. E ora ci si interroga. Si cercano spiegazioni. Ma la verità è che Paolo non è stato visto. Negli ultimi anni, il dibattito pubblico ha spesso ruotato attorno all’educazione civica, ai social, al bullismo, alla salute mentale. Ma cosa ne abbiamo fatto, davvero, di queste parole? I giovani crescono in un contesto in cui il rispetto non è più un valore vissuto, ma un concetto astratto. Dove l’accoglienza dell’altro – soprattutto se fragile, diverso, sensibile – è vista come un peso, non come una responsabilità. Dove la competizione ha preso il posto della solidarietà. In troppi casi, chi mostra sofferenza viene stigmatizzato. Chi chiede aiuto viene ignorato. Chi si isola viene lasciato solo. C’è una verità scomoda che dobbiamo affrontare: abbiamo normalizzato l’esclusione. Abbiamo smesso di prenderci cura gli uni degli altri. Abbiamo tolto significato al concetto stesso di “comunità”. E i più giovani, che da adulti abbiamo il dovere di guidare, sono le prime vittime di questo smarrimento collettivo. Oggi piangiamo Paolo. Ma quanti altri ragazzi si sentono invisibili? Quanti convivono ogni giorno con un dolore che nessuno vuole vedere? Non bastano le dichiarazioni di cordoglio. Non servono passerelle istituzionali né frasi fatte. Serve un’assunzione di responsabilità chiara, condivisa, concreta. Serve ripartire da una nuova cultura dell’ascolto e della vicinanza. Le scuole devono tornare a essere luoghi di relazione vera, non solo di valutazione. I genitori devono trovare il coraggio di guardare oltre le apparenze. I media devono smettere di trattare queste morti come episodi isolati. E ciascuno di noi deve imparare – o reimparare – a non voltarsi dall’altra parte. Paolo non doveva morire! Non dite “non si poteva sapere”. Perché si poteva. E se oggi Paolo non c’è più, è anche perché non abbiamo voluto vedere. Ora il minimo che possiamo fare è non dimenticare. E cambiare. Perché nessun altro ragazzo debba pagare con la vita il prezzo della nostra indifferenza.
Insieme per una scuola che include, accoglie e fa crescere
Carissimi studenti e carissime studentesse, alunni e alunne, insegnanti, dirigenti scolastici e operatori della scuola, l’inizio di un nuovo anno scolastico rappresenta sempre un momento speciale: un tempo di nuovi inizi, di sogni che prendono forma, di traguardi da raggiungere. A tutti voi va il nostro più sincero augurio perché questo anno sia ricco di entusiasmo, di scoperte e di crescita, personale e collettiva. Un pensiero particolare è rivolto a voi, studenti e studentesse con disabilità, con l’augurio che possiate vivere pienamente ogni giorno di scuola, sentendovi accolti, ascoltati e valorizzati. La vostra presenza rende la scuola più ricca, più umana, più vera. Il nostro impegno è quello di costruire ogni giorno un ambiente che vi sostenga, che riconosca le vostre potenzialità e che vi accompagni nel cammino di apprendimento e partecipazione. Con l’inizio di questo nuovo anno si apre un tempo importante, fatto di relazioni autentiche, di esperienze condivise, di crescita reciproca. La scuola torna ad essere uno spazio vivo, di incontro e dialogo, di costruzione comune del sapere e dei valori della convivenza civile. A voi, ragazze e ragazzi con disabilità, va ancora una volta il nostro primo pensiero. Una scuola davvero inclusiva è una scuola che non lascia indietro nessuno, che riconosce il valore della diversità come risorsa, che si impegna ogni giorno a rimuovere barriere fisiche, culturali e sociali. L’inclusione non è solo un principio astratto o un diritto da garantire: è una pratica quotidiana, una responsabilità condivisa, un modo di vivere la scuola come comunità educante, dove rispetto, empatia e collaborazione diventano strumenti per costruire un ambiente più giusto e accogliente per tutti. A voi, insegnanti e operatori scolastici, chiediamo di continuare a guardare ogni alunno e ogni alunna con uno sguardo attento e rispettoso, capace di coglierne i bisogni ma anche i talenti e i sogni. Il vostro ruolo è cruciale per creare contesti di apprendimento accessibili e stimolanti, dove ogni percorso, anche quello più complesso, possa trovare valore e dignità. Ai dirigenti scolastici spetta l’importante compito di dare forma concreta a una visione inclusiva, attraverso scelte organizzative, progettuali e didattiche orientate alla piena partecipazione di tutti. Una scuola aperta e inclusiva non è mai frutto del caso: è il risultato di una precisa volontà culturale, pedagogica e amministrativa. Un pensiero speciale va anche a voi, care famiglie. Il vostro sostegno quotidiano è fondamentale. Continuate ad accompagnare i vostri figli, anche nei momenti di difficoltà, con fiducia e collaborazione. Guardate alla scuola come a un’alleata, un’istituzione viva che contribuisce a costruire il futuro, non solo dei vostri figli, ma dell’intero Paese. È attraverso una forte alleanza educativa tra scuola e famiglia che possiamo offrire ai nostri ragazzi e alle nostre ragazze le migliori opportunità per crescere, imparare e diventare cittadini consapevoli e responsabili. Insieme possiamo costruire una scuola davvero di tutti e per tutti: una scuola in cui ogni voce trovi spazio, ogni esperienza sia riconosciuta, ogni sogno possa essere coltivato. Che questo nuovo anno scolastico sia per ciascuno di noi un tempo ricco di opportunità, di impegno e di scoperte. Un anno in cui l’inclusione non sia solo una parola da pronunciare, ma un principio da vivere, ogni giorno, nelle nostre azioni. Buon anno scolastico a tutte e a tutti! Vincenzo Falabella – Consigliere CNEL – Presidente Osservatorio Inclusione e Accessibilità CNEL
La riforma della disabilità non ci sarà senza una trasformazione anche del Terzo settore
La riforma della disabilità introdotta dal decreto legislativo n. 62/2024 rappresenta una svolta epocale per il welfare italiano, chiamando il Terzo settore a un profondo ripensamento del proprio ruolo. Fondazioni, associazioni, cooperative sociali e enti gestori sono oggi attori centrali nel tradurre in pratica i principi della riforma, ma per farlo devono affrontare sfide inedite, superando modelli obsoleti e abbracciando un cambiamento culturale e organizzativo. Dall’assistenza ai diritti: la necessaria evoluzione del Terzo settore Storicamente, il Terzo settore ha operato come erogatore di servizi assistenziali, spesso compensando le carenze del sistema pubblico. La riforma, tuttavia, impone un salto di qualità: non più un approccio paternalistico, ma un modello basato sull’autodeterminazione e sulla partecipazione attiva delle persone con disabilità. Questo richiede una trasformazione radicale, che passa attraverso: 1. La co-progettazione dei servizi Il principio di sussidiarietà orizzontale riconosce al Terzo settore un ruolo attivo nella definizione delle politiche sociali. Le associazioni di persone con disabilità e famiglie, grazie alla loro conoscenza diretta dei bisogni, devono essere coinvolte nella progettazione degli interventi, garantendo che siano realmente inclusivi e personalizzati. Strumenti come il budget di progetto e i progetti individuali richiedono una capacità di ascolto e adattamento che solo il Terzo settore, se adeguatamente formato, può garantire. 2. L’innovazione metodologica e tecnologica La riforma spinge verso soluzioni flessibili, come l’inclusione lavorativa e la vita indipendente. Cooperative e associazioni devono adottare metodologie avanzate – dall’approccio capacitante al cohousing – e integrare tecnologie abilitanti, dall’assistiva alla domotica. Senza un investimento in competenze specializzate, il rischio è quello di replicare modelli superati. 3. La costruzione di reti integrate La frammentazione degli interventi è uno dei mali cronici del welfare italiano. La riforma chiede una collaborazione sistematica tra pubblico, privato sociale e Terzo settore, superando logiche di competizione. Le realtà associative devono farsi promotrici di alleanze territoriali, creando sinergie tra servizi sociali, sanità e mondo del lavoro. Le sfide da vincere: sostenibilità, monitoraggio e cultura inclusiva L’attuazione della riforma non sarà priva di ostacoli. Tre nodi critici emergono con urgenza: – La sostenibilità economica L’introduzione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP) dovrà essere accompagnata da risorse certe. Molte cooperative rischiano di trovarsi a erogare servizi senza adeguati finanziamenti, mentre le associazioni faticano a conciliare advocacy e gestione operativa. Serve un patto chiaro con le istituzioni per evitare il collasso di realtà già in difficoltà. – Il monitoraggio dell’implementazione Il Terzo settore deve assumere un ruolo di “sentinella”, verificando l’effettiva applicazione della riforma e segnalando criticità, come l’accesso ai budget di progetto o le disparità territoriali. Senza un controllo dal basso, il rischio è che le innovazioni rimangano sulla carta. – La transizione culturale Il passaggio da un welfare assistenziale a uno basato sui diritti richiede un cambiamento di mentalità diffuso. Le associazioni devono promuovere formazione e sensibilizzazione, coinvolgendo non solo le famiglie ma anche la comunità, per abbattere stigma e pregiudizi. Il valore aggiunto del Terzo settore: mediazione, sperimentazione e impatto sociale In questo contesto, il Terzo settore non è un mero esecutore, ma un agente di cambiamento. La sua forza risiede in tre contributi irrinunciabili: 1. La mediazione tra istituzioni e cittadini Grazie alla sua prossimità ai bisogni reali, il Terzo settore può tradurre le esigenze delle persone con disabilità in proposte operative, facilitando l’accesso ai servizi e rendendo la riforma più comprensibile e applicabile. 2. La sperimentazione di modelli innovativi Cooperative e fondazioni possono testare soluzioni pionieristiche – dal cohousing all’inserimento lavorativo con sostegno personalizzato – per poi scalarle a livello nazionale, dimostrando che un welfare inclusivo è possibile. 3. La promozione di una cultura dell’inclusione Oltre agli aspetti tecnici, il Terzo settore deve farsi carico di un’educazione sociale che vada oltre la disabilità, lavorando su scuole, imprese e territori per costruire comunità realmente accoglienti. Conclusioni: un’opportunità storica da non sprecare La riforma della disabilità sarà un successo solo se il Terzo settore saprà evolversi, abbandonando logiche assistenziali per abbracciare un ruolo più dinamico e propositivo. Questo richiederà coraggio, risorse e una visione condivisa, ma la posta in gioco è alta: costruire un welfare che non si limiti a “prendersi cura”, ma che garantisca davvero diritti, autonomia e dignità. Se il Terzo settore riuscirà a essere all’altezza di questa sfida, potrà dimostrare ancora una volta di essere non solo un pilastro del sistema, ma il suo motore più innovativo.
Una riflessione viva e necessaria su residenzialità, deistituzionalizzazione e democrazia
«La libertà di scegliere dove, come e con chi vivere non è un lusso per pochi, è un diritto per tutti. Ed è su questo che si misura la civiltà di una democrazia». «E la riflessione sulla residenzialità non può prescindere dai principi sanciti sia dalla Costituzione Italiana, sia della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità» Nel nostro Paese è tornato con forza al centro del dibattito il tema della residenzialità e della deistituzionalizzazione delle persone con disabilità. Un tema complesso, delicato, spesso attraversato da posizioni diverse, talvolta contrastanti, ma proprio per questo urgente da affrontare con rigore, rispetto e spirito costruttivo. Nei giorni scorsi, anche a seguito di alcuni contributi pubblicati su queste stesse pagine, il confronto pubblico si è riacceso, portando nuove voci e sensibilità a riflettere su questi temi. Va però detto con chiarezza che all’interno della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), questo dibattito non è mai mancato: è stato, anzi, un filo conduttore costante, talvolta più evidente, altre volte meno visibile, ma sempre presente in ogni confronto avviato all’interno della Federazione. Perché la FISH ha scelto fin dalla sua nascita di non eludere le questioni complesse, ma di affrontarle con il contributo di tutte le sue componenti, nella convinzione che solo così si possano costruire politiche realmente inclusive e condivise a favore delle persone con disabilità e delle loro famiglie. La FISH, editore della presente testata, riconosce nella Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità un punto di riferimento imprescindibile. Non si tratta di un semplice atto formale, ma di un vero e proprio cambiamento di paradigma: un documento che segna un “prima” e un “dopo” nella storia dei diritti umani, restituendo piena cittadinanza alle persone con disabilità. Un cambiamento reso possibile anche grazie all’enorme lavoro svolto da Giampiero Griffo, figura di riferimento internazionale e rappresentante italiano nel mondo delle persone con disabilità e delle loro famiglie, che ha saputo con coerenza, rigore e visione tradurre i princìpi della Convenzione nel contesto italiano, rendendoli patrimonio condiviso del mondo associativo e dell’intero movimento per i diritti civili. La Convenzione sancisce, tra gli altri, il diritto fondamentale a scegliere dove, come e con chi vivere, evidenziando che la libertà di scelta e l’inclusione nella comunità non sono privilegi da concedere, ma diritti inviolabili da garantire. Riconoscere questo principio significa costruire una società che non esclude, che non emargina, ma che valorizza ogni persona nella sua unicità. Per la FISH, tale visione non è solo ispirazione ideale: è la base politica e culturale su cui costruire proposte concrete, normative, servizi e politiche pubbliche realmente inclusive. La riflessione sulla residenzialità, dunque, non può prescindere dai principi sanciti sia dalla Costituzione Italiana, sia della citata Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, ratificata dall’Italia con la Legge 18/09. L’articolo 19 della Convenzione ONU (Vita indipendente ed inclusione nella società) afferma con chiarezza il diritto delle persone con disabilità a vivere nella comunità, con la libertà di scegliere dove, come e con chi farlo. È un diritto umano fondamentale, non una concessione da negoziare. Eppure, nella pratica, questo diritto continua ad essere messo in discussione o reso inapplicabile da contesti culturali, economici e sociali che non garantiscono le condizioni per un’autentica autodeterminazione. A fronte di questo, molte organizzazioni e rappresentanze associative – tra cui la FISH – hanno ribadito con forza l’importanza di orientare le politiche pubbliche verso il superamento dell’istituzionalizzazione, promuovendo modelli di abitare inclusivo, servizi di supporto alla vita indipendente e il rafforzamento delle reti di prossimità. Allo stesso tempo, non possiamo ignorare che esistono famiglie e persone che, per ragioni legate alla propria storia, al contesto in cui vivono o alla mancanza di alternative reali, vedono nella residenzialità una risposta concreta e, in alcuni casi, necessaria. È doveroso riconoscere la dignità di queste esperienze. Non esistono verità assolute. Ogni vita è unica, ogni percorso è personale, ogni scelta – anche quella che può apparire distante da una visione ideale – merita rispetto e ascolto. Il vissuto delle famiglie, spesso segnato da solitudini, da fatiche strutturali e dalla carenza di supporti adeguati, deve essere parte integrante del dibattito. Senza giudizi, senza ideologie. Nel dibattito sulla deistituzionalizzazione, credo dunque sia importante evitare ogni semplificazione ideologica. Non tutte le strutture sono per definizione segreganti, così come non tutte le strutture possono dirsi inclusive solo perché non presentano elementi formali di chiusura. Esistono realtà residenziali che, pur essendo strutturate, si fondano su modelli organizzativi, relazionali e progettuali coerenti con i principi della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità: strutture capaci di valorizzare l’autodeterminazione, la personalizzazione dei percorsi, la partecipazione alla vita della comunità. Allo stesso modo, esistono contesti che, pur dichiarandosi “aperti” o “inclusivi”, mantengono pratiche e logiche che di fatto escludono, infantilizzano o standardizzano le persone. Il nodo centrale non è quindi la struttura in sé, ma il modello culturale, relazionale e operativo che la guida. È necessario sviluppare strumenti condivisi per valutare la qualità e il grado di rispetto dei diritti nei diversi contesti abitativi, superando logiche binarie e ponendo al centro la persona, i suoi desideri, i suoi legami, il suo progetto di vita. Nel confronto sulla residenzialità e sulla deistituzionalizzazione, è poi fondamentale evitare che questi temi vengano utilizzati in modo strumentale per creare divisioni tra le diverse condizioni di disabilità. Non è — e non deve mai essere — una contrapposizione tra le persone con disabilità intellettive, relazionali, del neurosviluppo e quelle con disabilità motorie o sensoriali. La FISH, da tempo, ha superato una visione categoriale della disabilità, scegliendo invece di porre al centro la persona e i suoi diritti, a prescindere dal tipo o dal grado della condizione. I diritti all’autodeterminazione, alla vita indipendente, all’inclusione sociale e alla possibilità di scegliere dove e con chi vivere valgono per tutte le persone con disabilità. Non ci sono priorità da stabilire tra le condizioni, ma responsabilità da assumersi collettivamente per garantire che ogni progetto di vita sia realmente costruito sulla base delle aspirazioni, dei bisogni e delle opportunità individuali. Proprio per questo, la pluralità delle posizioni emerse all’interno della FISH, compresa quella espressa sulle pagine di Superando dal presidente dell’ANGSA (Associazione Nazionale Genitori di perSone con
Coni, l’occasione mancata: una riflessione dopo il voto che ha escluso Luca Pancalli
La domanda, nel giorno in cui Luca Pancalli ha perso la partita per la presidenza del Coni è inevitabile: la sua condizione di disabilità ha inciso nella decisione finale? Quanto pesano ancora i pregiudizi che relegano certe figure, pur autorevolissime, a ruoli “di nicchia”, tematici, mai davvero chiamati a rappresentare l’universale dello sport italiano? È una domanda scomoda, forse anche ingenerosa. Ma è una domanda che va posta, vediamo come. Le elezioni per la presidenza del Coni si sono concluse e, com’è naturale in un momento così delicato per lo sport italiano, è tempo di riflessioni. Luca Pancalli, figura autorevole e competente, non è stato eletto. Un risultato che merita di essere analizzato non solo alla luce dell’aritmetica del voto, ma anche per ciò che dice — e non dice — sul presente e sul futuro della rappresentanza sportiva nel nostro Paese. Qualche settimana fa mi ero espresso pubblicamente a favore della candidatura di Pancalli. L’ho fatto con convinzione, perché ritenevo – e continuo a ritenere – che la sua figura rappresentasse un’occasione storica per imprimere una svolta culturale al mondo dello sport italiano. Per questo, oggi sento il dovere di condividere alcune considerazioni, non con spirito polemico, ma con la volontà di contribuire a un dibattito che sia all’altezza delle sfide che ci attendono. Mi sarei augurato di commentare questo voto con un sentimento diverso, sperando di poter celebrare l’elezione di un “amico”, ma soprattutto di un professionista esemplare. Eppure, anche a fronte di un esito differente da quello auspicato, non posso sottrarmi al compito – anche scomodo – di guardare in faccia la realtà e cercare di capire cosa sia accaduto oggi all’interno delle urne del Coni. È proprio nei momenti in cui si perde un’opportunità che si ha la responsabilità di interrogarsi più a fondo. La domanda, a questo punto, è inevitabile: la condizione di disabilità di Luca Pancalli ha inciso nella decisione finale? È una domanda scomoda, forse anche ingenerosa. Ma è una domanda che va posta. Pancalli ha dimostrato nei fatti, negli anni e nei ruoli che ha ricoperto, di essere molto più che “una persona con disabilità”. È stato atleta olimpico, paralimpico, ed è stato presidente del Comitato Italiano Paralimpico, è stato assessore, dirigente, presidente della Federcalcio, interlocutore credibile delle istituzioni nazionali e internazionali. Ha incarnato l’idea di uno sport capace di essere inclusivo non solo nei regolamenti, ma nelle sue visioni e strategie. Sarebbe stato perfettamente in grado di rappresentare l’intero sistema sportivo nazionale in tutte le sue articolazioni, non solo il mondo paralimpico. Per questo in molti si sono chiesti se, con lui alla guida del Coni, lo sport italiano avrebbe potuto compiere un vero passo in avanti verso l’inclusione piena, non più solo nei proclami ma nei fatti. Tuttavia, qualcosa si è inceppato. Gli 81 grandi elettori chiamati a scegliere il nuovo presidente hanno seguito altre logiche, forse più tradizionali, forse più rassicuranti. Logiche che non sempre coincidono con il coraggio dell’innovazione o con la volontà di rappresentare la pluralità del mondo sportivo. Perché è di questo che stiamo parlando: della capacità di un’istituzione come il Coni di rispecchiare l’intera galassia dello sport, non solo quella olimpica o professionistica, ma anche quella sociale, inclusiva, accessibile. Le logiche che guidano queste elezioni sono complesse: ci sono equilibri, alleanze, visioni diverse. Ma è difficile non notare come, ancora una volta, il coraggio di aprire una strada nuova si sia scontrato con la forza dell’establishment. L’elezione di Pancalli avrebbe rappresentato non una rottura, ma una maturazione: il segno che lo sport italiano è pronto a riconoscere, senza riserve, che la leadership può e deve appartenere anche a chi, come lui, ha saputo trasformare una condizione personale in una visione collettiva. Naturalmente, questa riflessione non vuole minimamente mettere in discussione la legittimità del risultato o fornire alibi a chi ha espresso, con pieno diritto, il proprio voto in favore di Luciano Bonfiglio. A lui vanno, anzi, le più sincere congratulazioni per la vittoria ottenuta e per il percorso che lo attende alla guida di un’istituzione tanto complessa quanto centrale nello sport italiano. Tuttavia, ciò che lascia perplessi è il modo in cui questa elezione è stata raccontata, quasi ridotta a uno schema binario e semplificato: Bonfiglio come “l’uomo di Malagò” che batte Pancalli. Che ci sia stato un confronto elettorale è ovvio, che vi fossero delle alleanze è fisiologico, ma leggere nei lanci di agenzia titoli che enfatizzano questa contrapposizione come se fosse una partita a scacchi giocata da altri, è paradossale. Le parole, soprattutto quando vengono usate nei titoli o nelle narrazioni ufficiali, hanno un peso e non possono essere scelte con leggerezza. Continuare a etichettare persone e ruoli in base a rapporti di potere anziché ai contenuti delle visioni che rappresentano rischia di impoverire il dibattito e di allontanare il mondo dello sport da quella maturità politica e culturale di cui ha oggi profondamente bisogno. La vera questione, allora, non è se una persona con disabilità possa guidare lo sport italiano. La vera domanda è: perché non dovrebbe poterlo fare? È forse il pregiudizio, ancora presente, seppur in forme sottili e quasi invisibili, a suggerire che “certi ruoli” debbano essere occupati solo da chi risponde a determinati standard? Pancalli, con il suo percorso umano e professionale, ha già dimostrato di essere molto più di un simbolo. Ma a pensar male, direbbe qualcuno, si fa peccato… eppure, spesso, ci si azzecca. È lecito chiedersi se, sotto traccia, resista ancora un pregiudizio non esplicito, ma strisciante: quello che relega certe figure, pur autorevolissime, a ruoli “di nicchia”, confinati in ambiti tematici, mai davvero chiamati a rappresentare l’universale dello sport italiano. In una fase storica in cui il movimento sportivo si interroga su come essere più giusto, più rappresentativo, più aperto, l’esclusione di una figura come Pancalli non può essere derubricata a semplice risultato elettorale. È forse un’occasione persa, ma potrebbe diventare il punto di partenza per un cambiamento più profondo. Dipenderà da quanto siamo davvero pronti, come sistema, a riconoscere che la diversità – quando è sostenuta da qualità – non
Amministratore di Sostegno e Terzo Settore: Un’Alleanza per l’Autodeterminazione
Il prossimo 25 giugno 2025, presso il CNEL, (Aula Marco Biagi), si terrà un evento di straordinaria rilevanza sociale e giuridica dal titolo “Amministrazione di sostegno e terzo settore: scenari e prospettive“, organizzato dall’Osservatorio Inclusione e Accessibilità in collaborazione con la Fondazione Terzius. L’iniziativa rappresenta un’occasione unica per riflettere su uno degli istituti più innovativi e al tempo stesso controversi del nostro ordinamento: l’amministratore di sostegno (AdS). All’evento, che vedrà la partecipazione di alcune delle più autorevoli voci istituzionali del Paese – tra cui il Presidente del CNEL Renato Brunetta, il Ministro per le Disabilità Alessandra Locatelli e il Vice Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Maria Teresa Bellucci – e sarà presentato il Report di ricerca “Terzo settore e Amministrazione di sostegno: questioni scenari e prospettive”, un lavoro rigoroso e atteso, che offre una riflessione approfondita su uno strumento giuridico di grande valore sociale ma ancora poco sfruttato nel suo pieno potenziale. Il report è stato prodotto dalla Fondazione Terzjus su incarico della Fondazione Ravasi Garzanti ed è stato curato dal Prof. Antonio Fici, noto giurista esperto in diritto del Terzo Settore e tematiche sociali, e dal Dr. Mario Renna, studioso con una consolidata esperienza nel campo delle politiche di welfare e inclusione. La loro collaborazione ha garantito un approccio multidisciplinare allo studio, coniugando rigore giuridico e sensibilità sociale. Grazie alla competenza accademica del Prof. Fici e all’esperienza operativa del Prof. Renna, il documento non si limita a una mera analisi normativa, ma offre spunti concreti per migliorare l’applicazione dell’amministrazione di sostegno, con particolare attenzione al ruolo degli enti non profit. La loro firma rappresenta una garanzia di qualità e profondità, assicurando che il Report sia uno strumento utile non solo per gli addetti ai lavori, ma per tutti coloro che credono in un diritto più vicino alle persone. Lo studio analizza con equilibrio criticità e opportunità, proponendosi come punto di riferimento per istituzioni, operatori del diritto e attori sociali. Attraverso dati, casi concreti e prospettive di riforma, il Report accende i riflettori su un tema delicato, dove la tutela delle persone vulnerabili si intreccia con le sfide applicative e culturali. Più che un semplice documento, è un invito al dialogo: un’occasione per ripensare l’amministrazione di sostegno non come mero adempimento, ma come leva per l’inclusione e l’autonomia della persona, grazie a una sinergia più stretta tra mondo giuridico e Terzo Settore. La presentazione segnerà il primo passo di un confronto necessario – perché proteggere i fragili significa, prima di tutto, costruire risposte insieme. Tra analisi e proposte, emerge una visione chiara: norme più accessibili, formazione diffusa e reti territoriali solide possono trasformare un istituto nobile in una vera opportunità di vita. Il Report: L’Amministratore di Sostegno: tra innovazione e vecchi paradigmi Introdotto nel 2004 con la Legge n. 6, l’amministratore di sostegno avrebbe dovuto segnare una svolta epocale nel modo di concepire la protezione giuridica delle persone con disabilità, abbandonando definitivamente il modello paternalistico dell’interdizione e dell’inabilitazione per abbracciare una logica di sostegno alla capacità decisionale. Eppure, a quasi vent’anni dalla sua introduzione, l’AdS rischia di essere snaturato dalla prassi applicativa. Troppo spesso, infatti, i tribunali – anziché privilegiare la volontà e l’autodeterminazione della persona – finiscono per concentrarsi quasi esclusivamente sulla tutela del patrimonio, trasformando quello che dovrebbe essere uno strumento di emancipazione in una sorta di “tutela mascherata”. La deriva patrimonialistica e il tradimento dello spirito originario Il Codice Civile (art. 408) è chiaro: l’amministratore di sostegno deve agire “nel rispetto della volontà della persona”, intervenendo solo laddove strettamente necessario e sempre in modo proporzionato. Nella realtà, però, accade frequentemente che i giudici – spesso per eccesso di cautela o per carenza di informazioni – attribuiscano all’AdS poteri troppo ampi, arrivando in alcuni casi a sostituirsi completamente alla persona nelle decisioni più importanti della sua vita. Nato per tutelare, in alcuni casi si è trasformato in uno strumento di controllo e coercizione, svuotando completamente la volontà della persona che dovrebbe invece proteggere. Emblematici sono i casi denunciati dal programma “Le Iene”, come quello di Carlo, un uomo con disabilità fisica ma perfettamente capace di intendere e di volere, a cui è stato imposto un AdS contro la sua volontà, privandolo della libertà di gestire i propri soldi e decidere della propria vita. O quello di Simona, una donna autosufficiente che, dopo una controversa nomina dell’amministratore, si è vista negare persino la possibilità di scegliere dove vivere e con chi relazionarsi. Questi casi non sono isolati: sempre più spesso, l’AdS viene utilizzato come uno strumento di interdizione mascherata, dove la persona viene sottoposta a un regime di limitazioni sproporzionate, senza che vi sia una reale necessità. Spesso, dietro queste situazioni, si nascondono conflitti familiari, interessi economici o semplicemente un’applicazione superficiale della legge da parte dei tribunali, che nominano amministratori senza valutare adeguatamente le reali capacità residue della persona. Una deriva che contraddice platealmente i principi sanciti dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità (ratificata dall’Italia con la Legge 18/2009), la quale all’art. 12 stabilisce che gli Stati devono riconoscere “la piena capacità giuridica delle persone con disabilità su base di uguaglianza con gli altri”……, garantendo che i sistemi di sostegno rispettino “la volontà, le preferenze e i diritti” dell’individuo. Eppure, la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità imporrebbe invece di ascoltare la volontà dell’individuo prima di qualsiasi intervento, ma la realtà è che, in troppi casi, l’AdS viene deciso sulla persona, senza la persona. Questi abusi tradiscono lo spirito originario dell’istituto e rendono urgente una riforma che ponga fine a queste distorsioni, restituendo voce e autonomia a chi rischia di perderle proprio in nome di una protezione che troppo spesso si trasforma in oppressione. Il contrasto tra le nobili finalità dell’amministrazione di sostegno e la sua concreta applicazione emerge con drammatica evidenza dall’esame della giurisprudenza e dei dati recenti. Quello che doveva essere uno strumento di emancipazione rischia spesso di trasformarsi in un meccanismo di controllo, svuotando di significato il principio cardine dell’autodeterminazione. Il caso deciso dal Tribunale di Roma nel