Alla vigilia della Maturità, un pensiero speciale a studentesse e studenti con disabilità e alle loro famiglie

A tutte le maturande e a tutti i maturandi  giungano i miei migliori auguri. Alle studentesse e agli studenti con disabilità e alle loro famiglie rivolgo un incoraggiamento speciale: siate orgogliosi del percorso compiuto e dei risultati raggiunti. Ogni traguardo conquistato rappresenta un passo avanti verso una società più giusta, più inclusiva e più attenta ai diritti di tutti» L’avvio degli Esami di Maturità, previsto da domani, 18 giugno, rappresenta, ogni anno, un momento particolarmente significativo per migliaia di studentesse e studenti che si apprestano a concludere un importante percorso di formazione e crescita personale. È una tappa che segna la fine di un ciclo e l’inizio di nuove opportunità, di nuove responsabilità e di nuove sfide. A tutti loro desidero rivolgere il mio più sincero augurio affinché possano affrontare questi giorni con serenità, determinazione e fiducia nelle proprie capacità. La Maturità, infatti, non è soltanto una prova scolastica, ma il riconoscimento di un cammino fatto di impegno, studio, relazioni, esperienze e crescita umana. Un pensiero particolare va alle studentesse e agli studenti con disabilità che raggiungono questo traguardo dopo avere affrontato un percorso che, troppo spesso, richiede uno sforzo maggiore rispetto a quello richiesto ai loro coetanei. Dietro ad ogni esame sostenuto e ad ogni obiettivo raggiunto vi sono infatti storie di tenacia, di resilienza e di capacità di superare ostacoli che non sempre dipendono dalla condizione di disabilità, ma che frequentemente derivano da barriere culturali, organizzative e sociali ancora presenti nel nostro Paese. Per questi ragazzi e queste ragazze, la Maturità assume un significato ancora più profondo. È la dimostrazione concreta che il diritto allo studio, quando accompagnato da adeguati strumenti di inclusione, sostegni efficaci e una comunità educante capace di valorizzare ogni persona, può trasformarsi in una reale opportunità di crescita e di partecipazione. Desidero rivolgere un sentito ringraziamento anche alle famiglie, che hanno accompagnato i propri figli e figlie lungo questo percorso con amore, dedizione e sacrificio. Sono loro che, giorno dopo giorno, hanno condiviso difficoltà, speranze, conquiste e preoccupazioni, sostenendo i ragazzi nei momenti più complessi e celebrando con loro ogni piccolo e grande successo. Questo traguardo appartiene anche a loro. Un riconoscimento va inoltre ai docenti, agli educatori, agli assistenti all’autonomia e alla comunicazione e a tutto il personale scolastico che ha contribuito a costruire percorsi di apprendimento e inclusione, rendendo la scuola un luogo in cui ciascuno possa esprimere il proprio potenziale. Come Presidente della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) e come Consigliere del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro), sono convinto che una società realmente inclusiva si misuri anche dalla capacità di garantire a ogni studentessa e studente le condizioni necessarie per partecipare pienamente alla vita scolastica e per costruire il proprio progetto di vita. Per questo, nel giorno in cui tanti giovani si confrontano con una delle prove più importanti del loro percorso scolastico, desidero ricordare che il valore di una persona non si misura in un voto o in un risultato finale, ma nella determinazione con cui affronta il proprio cammino, nella capacità di superare le difficoltà e nella volontà di guardare al futuro con fiducia. A tutte le maturande e a tutti i maturandi giungano i miei migliori auguri. Alle studentesse e agli studenti con disabilità e alle loro famiglie rivolgo un incoraggiamento speciale: siate orgogliosi del percorso compiuto e dei risultati raggiunti. Ogni traguardo conquistato rappresenta un passo avanti verso una società più giusta, più inclusiva e più attenta ai diritti di tutti. Buona maturità e buon futuro a Voi!

Vent’anni della Convenzione ONU: il diritto al pieno riconoscimento della persona con disabilità.

A vent’anni dall’approvazione della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, emerge con chiarezza il valore storico, culturale e sociale di un testo che ha contribuito a trasformare profondamente il modo di concepire la disabilità, ponendo al centro la persona, la sua dignità, la sua autonomia e il diritto alla piena partecipazione alla vita della comunità. Quando venne approvata, la Convenzione apparve innovativa e, per molti aspetti, rivoluzionaria. Non mancarono, tuttavia, alcune perplessità, anche in considerazione del fatto che i principi di uguaglianza, dignità e tutela dei diritti erano già ampiamente richiamati dalla nostra Carta costituzionale. Ci si interrogava, quindi, sulla reale necessità di un nuovo strumento internazionale e sulla sua concreta capacità di incidere nella vita quotidiana delle persone con disabilità e delle loro famiglie. Con il tempo, però, è apparso evidente come la Convenzione abbia avuto il merito di rendere più concreti ed esigibili quei principi, rafforzando il diritto all’autodeterminazione, all’inclusione, all’accessibilità e alla piena cittadinanza. La sua forza è stata quella di affermare un principio essenziale: prima della disabilità esiste la persona, con i propri diritti, relazioni, aspirazioni e progetti di vita. Questo cambiamento culturale ha contribuito a rafforzare il ruolo delle famiglie, delle associazioni e delle stesse persone con disabilità, oggi sempre più consapevoli e partecipi. Ha inoltre reso evidente che le vere barriere non sono solo quelle architettoniche, ma anche quelle culturali e sociali che limitano inclusione e partecipazione. Il recepimento della Convenzione con la Legge 18 del 2009 ha rappresentato un passaggio importante verso una concezione più moderna dei diritti umani e dell’inclusione sociale. Tuttavia, persistono ancora disuguaglianze territoriali che incidono sull’accesso ai servizi e sulle opportunità. In questo contesto, una priorità assoluta è oggi garantire in modo uniforme su tutto il territorio nazionale il diritto al progetto di vita personalizzato previsto dal Decreto Legislativo n. 62 del 2024, in attuazione dei principi della Convenzione ONU. Si tratta di una riforma che rafforza la centralità della persona, riconoscendola protagonista delle scelte che riguardano la propria vita e promuovendo autonomia, inclusione sociale, studio, lavoro e partecipazione. Per questo è indispensabile che Parlamento, Governo e istituzioni garantiscano una piena e uniforme attuazione dei principi della Convenzione, rendendo effettivo su tutto il territorio nazionale il diritto al progetto di vita personalizzato previsto dal Decreto Legislativo n. 62 del 2024. Solo così l’inclusione potrà tradursi in diritti realmente esigibili e non diseguali, assicurando a ogni persona con disabilità, indipendentemente dal luogo in cui vive, pari opportunità di accesso allo studio, al lavoro, alla mobilità e alla partecipazione piena alla vita sociale del Paese.

Social e disabilità: non piazze d’odio, ma strumenti di partecipazione

La sfida  è trasformare i social da luoghi di esasperazione a strumenti di crescita civile, spazi capaci di unire anziché dividere, di rafforzare il senso di comunità anziché alimentare individualismi. Perché le persone con disabilità e le loro famiglie non hanno bisogno di guerre mediatiche, ma hanno bisogno di servizi, di diritti esigibili, di politiche serie, di una società più giusta e inclusiva. E questo si costruisce soltanto attraverso il dialogo, la collaborazione e il rispetto reciproco, per questo ritengo necessario alcune considerazioni, partendo dal  contributo pubblicato sulle pagine di Superando.it [“La disabilità, i social network e la necessità di “fare rete nella rete”, N.d.R.], Luca Grecchi  che ha proposto una riflessione importante sul ruolo dei social network nel mondo della disabilità, evidenziando come associazioni e realtà impegnate nell’inclusione dovrebbero sempre più “fare rete”, costruendo alleanze, collaborazioni e strategie comuni. Ringrazio pertanto Grecchi per avere offerto l’opportunità di aprire una riflessione seria e necessaria su un tema oggi centrale: il modo in cui i social vengono utilizzati, e in particolare nell’àmbito della disabilità. Si tratta di strumenti che potrebbero rappresentare luoghi privilegiati di confronto costruttivo, partecipazione e crescita collettiva, ma che troppo spesso finiscono invece per alimentare divisioni, conflitti e contrapposizioni. È dunque importante interrogarsi non soltanto sulle potenzialità dei social, ma anche sulla responsabilità con cui ciascuno di noi sceglie di utilizzarli. I social network rappresentano oggi uno degli strumenti più potenti di comunicazione e partecipazione pubblica. Hanno consentito, negli anni, a milioni di persone di condividere esperienze, costruire relazioni, promuovere diritti e dare visibilità a condizioni troppo spesso rimaste ai margini del dibattito pubblico. Anche il mondo della disabilità ha trovato in questi spazi una possibilità importante di racconto, confronto e sensibilizzazione. Molte associazioni, famiglie, caregiver e persone con disabilità hanno utilizzato i social per rompere l’isolamento, diffondere informazioni utili, creare reti di sostegno reciproco e accrescere la consapevolezza collettiva sui temi dell’inclusione. Questo patrimonio di esperienze positive esiste ed è prezioso. Sarebbe sbagliato non riconoscerlo. Tuttavia, accanto a queste opportunità, si è progressivamente sviluppata una deriva preoccupante. Troppo spesso, infatti, i social stanno diventando luoghi di scontro permanente, strumenti di delegittimazione reciproca, contenitori di rabbia e rivendicazioni espresse in forme aggressive e distruttive. Uno spazio che potrebbe alimentare il confronto costruttivo e propositivo viene invece utilizzato per denigrare, offendere, insinuare dubbi sulle persone, screditare associazioni, colpire chiunque esprima opinioni differenti. Nel mondo della disabilità, tutto questo assume un peso ancora più grave. Perché quando il dibattito si trasforma in conflitto personale, quando prevalgono protagonismi, accuse e campagne contro qualcuno, il rischio è quello di smarrire il vero obiettivo: la tutela dei diritti delle persone con disabilità e delle loro famiglie. Un ulteriore elemento di forte preoccupazione riguarda la crescente diffusione di narrazioni distorte, ricostruzioni parziali dei fatti e, talvolta, vere e proprie fake news, costruite con l’obiettivo di colpire persone, associazioni o istituzioni considerate “avversarie”. Accade sempre più spesso che singoli episodi vengano manipolati, estrapolati dal loro contesto o reinterpretati strumentalmente per alimentare campagne di discredito e indignazione. In questi casi, la realtà viene piegata a interessi personali o a logiche di contrapposizione, trasformando il confronto democratico in una sorta di arena nella quale l’obiettivo non è più discutere idee o proposte, ma abbattere l’altro, delegittimarlo pubblicamente, renderlo bersaglio di sospetti e ostilità. Si crea così un clima tossico, fondato non sull’approfondimento e sulla verità, ma sull’oratoria aggressiva, sulla ricerca del consenso immediato e sulla costruzione del “nemico” da colpire. Una deriva pericolosa, che impoverisce il dibattito pubblico e rischia di compromettere la credibilità dell’intero mondo associativo, proprio mentre sarebbe invece necessario rafforzare fiducia reciproca, collaborazione e responsabilità comune. La legittima rivendicazione dei diritti non può mai degenerare nell’odio. Il dissenso è fondamentale in una società democratica, ma deve sempre mantenere il rispetto delle persone e dei ruoli. Criticare è legittimo; umiliare, insultare o delegittimare sistematicamente non lo è. La violenza verbale non produce inclusione, non costruisce politiche migliori e non rafforza il movimento associativo. Al contrario, lo divide, lo indebolisce e lo rende meno credibile. Assistiamo sempre più frequentemente a dinamiche in cui la visibilità personale sembra prevalere sulla responsabilità collettiva. Si rincorrono like, reazioni emotive, polemiche costruite per aumentare consenso immediato, mentre passa in secondo piano il lavoro quotidiano, spesso silenzioso, di tante associazioni e operatori che cercano concretamente di migliorare la qualità della vita delle persone con disabilità. I social dovrebbero essere luoghi capaci di generare comunità, non tribunali permanenti. Dovrebbero favorire l’ascolto reciproco, il dialogo tra esperienze diverse, la condivisione di buone pratiche e la costruzione di proposte comuni. Invece, troppo spesso, diventano spazi in cui prevalgono semplificazioni, aggressività e contrapposizioni sterili. Ecco allora che la vera intelligenza, oggi, consiste nel non lasciarsi travolgere dalla dimensione virtuale, dalle sue esasperazioni e dalle sue dinamiche spesso aggressive, ma nel saperla governare con equilibrio, responsabilità e senso comunitario. I social non devono diventare strumenti che alimentano rabbia, divisioni o conflitti permanenti; possono e devono invece trasformarsi in spazi di confronto costruttivo e propositivo, capaci di generare partecipazione, ascolto reciproco e condivisione di esperienze e soluzioni. Le persone con disabilità e le loro famiglie non hanno bisogno di continue delegittimazioni, né di assistere a scontri sterili consumati sulla pelle dei diritti. Hanno bisogno di rete, di collaborazione, di unità e di una comunità capace di mettere al centro le reali necessità quotidiane: servizi adeguati, sostegni concreti, inclusione sociale, dignità e piena cittadinanza. Solo recuperando il valore del dialogo e della cooperazione, sarà possibile costruire una rappresentanza più forte e una società realmente più giusta e inclusiva. Questo clima rischia di produrre un danno culturale profondo. Perché allontana le persone dal confronto serio, scoraggia la partecipazione e alimenta sfiducia verso il mondo associativo e istituzionale. In un momento in cui sarebbe necessario rafforzare l’unità del Terzo Settore e delle organizzazioni che si occupano di disabilità, le divisioni alimentate quotidianamente sui social finiscono invece per disperdere energie e indebolire la capacità di incidere realmente sulle scelte politiche e sociali. Abbiamo bisogno di recuperare il senso della responsabilità collettiva. Ogni parola pubblicata online contribuisce a costruire un clima culturale. Ogni contenuto può alimentare conflitto oppure favorire comprensione. Chi opera nel sociale, chi

Body shaming e disabilità: una battaglia culturale che riguarda tutti

Negli ultimi anni il fenomeno del body shaming ha assunto dimensioni sempre più preoccupanti all’interno della nostra società. Con la diffusione dei social network e delle piattaforme digitali, il giudizio sull’aspetto fisico delle persone è diventato costante, immediato e spesso spietato. Basta una fotografia, un video o un commento per trasformare il corpo di qualcuno in un bersaglio di critiche, derisioni e umiliazioni pubbliche. Viviamo in un tempo in cui l’immagine sembra avere più valore della persona. I social alimentano modelli estetici irrealistici, costruiti su filtri, perfezione e apparenze, generando una pressione continua soprattutto sui più giovani. In questo contesto molte persone finiscono per sentirsi sbagliate, inadeguate o escluse semplicemente perché non corrispondono agli standard imposti dalla società. A pagare le conseguenze di questo fenomeno sono molto spesso le persone considerate più fragili, tra cui le persone con disabilità, che ogni giorno si trovano a confrontarsi non soltanto con barriere fisiche e sociali, ma anche con pregiudizi, stereotipi e insulti diffusi online e nella vita quotidiana. Commenti offensivi, battute di cattivo gusto, sguardi giudicanti o contenuti condivisi sui social possono trasformarsi in ferite profonde che incidono sulla dignità e sul benessere psicologico delle persone. È importante però chiarire un punto fondamentale: la vulnerabilità non è una caratteristica intrinseca della disabilità o del corpo, ma il risultato dei contesti sociali in cui le persone vivono. Nessuno è fragile per la propria condizione fisica. La fragilità nasce quando la società non è inclusiva, quando prevalgono pregiudizi, indifferenza e mancanza di rispetto. In altre parole, è lo sguardo sociale a creare esclusione, non la diversità in sé. La vera barriera, quindi, non è il corpo, ma il modo in cui la società lo osserva e lo giudica. Quando una persona viene ridicolizzata, isolata o trattata come “diversa”, il problema non risiede in lei, ma nella difficoltà collettiva di riconoscere pari dignità e umanità a ogni individuo. Quante volte le persone con disabilità sono state etichettate con termini offensivi e disumanizzanti come “handicappato”, “portatore di handicap”, “menomato”,mutilato”, “storpio” o altri ancora, utilizzati per ridurre l’identità della persona alla sua condizione.  Oggi, anche grazie all’evoluzione normativa, si è affermata con forza la necessità di un linguaggio più rispettoso e corretto, che metta al centro la persona prima della sua condizione. Per questo si parla di “persona con disabilità”, un’espressione che restituisce dignità, identità e complessità all’individuo. Non va dimenticato, inoltre, che troppo spesso la disabilità viene ancora utilizzata in modo improprio come strumento di offesa. Espressioni come “autistico” o “mongoloide” vengono impiegate in senso dispregiativo, così come il riferimento alla “104” viene talvolta usato con sarcasmo o derisione per sminuire qualcuno. Questo uso distorto del linguaggio non è solo scorretto, ma contribuisce a rafforzare stereotipi e stigma, alimentando una cultura della discriminazione. Le parole non sono mai neutre: quando vengono usate per ferire diventano strumenti di esclusione e di violenza simbolica. Già con l’approvazione, nel novembre 2023, del programma di attività della XI Consiliatura del CNEL, il tema del body shaming è stato individuato come ambito di particolare attenzione, alla luce della crescente diffusione di comportamenti offensivi, discriminatori e stigmatizzanti, sempre più amplificati dall’uso dei social media e delle piattaforme digitali. Questo riconoscimento istituzionale ha rappresentato un passaggio importante, poiché ha evidenziato come il fenomeno non possa più essere considerato marginale, ma debba essere affrontato come una questione sociale rilevante e urgente. Questo fenomeno, che produce conseguenze devastanti sul piano umano, sociale e culturale, è stato ulteriormente posto al centro dell’attenzione attraverso la scelta di promuovere un focus permanente sul body shaming all’interno dell’Osservatorio per l’Inclusione e l’Accessibilità incardinato presso la II Commissione del CNEL. Tale iniziativa nasce dalla consapevolezza che non si tratta di episodi isolati, ma di una dinamica diffusa e strutturale che trova anche nel digitale un potente amplificatore. La rapidità e la viralità dei contenuti online rendono infatti le offese più pervasive e durature, aumentando il loro impatto sulle vittime. L’istituzione di un’attenzione continuativa su questo tema consente di sviluppare percorsi stabili di approfondimento, analisi e confronto tra istituzioni, esperti e società civile. L’obiettivo è quello di comprendere più a fondo le radici culturali del fenomeno e le sue conseguenze concrete, nonché di costruire strumenti efficaci di prevenzione e contrasto. In questo senso, il lavoro dell’Osservatorio CNEL non si limita alla sola osservazione, ma punta a trasformare la conoscenza in azione. Si tratta di un impegno che rafforza la consapevolezza istituzionale e sociale, contribuendo a chiarire che il body shaming non può essere ridotto a semplice superficialità o maleducazione, ma deve essere riconosciuto come una forma di violenza psicologica e simbolica, capace di generare esclusione, sofferenza e marginalizzazione. Il body shaming è violenza. Non si tratta di una semplice battuta o di un comportamento innocuo, ma di una forma di aggressione psicologica che può avere conseguenze profonde e durature. Può portare a perdita di autostima, isolamento sociale, disturbi alimentari, depressione e, nei casi più gravi, anche all’abbandono scolastico. È una sofferenza che non colpisce solo la vittima diretta, ma si riflette anche sulle famiglie e sulle relazioni più vicine. Per troppo tempo questo fenomeno è stato minimizzato, considerato una consuetudine sociale o una semplice mancanza di sensibilità. Oggi, invece, cresce la consapevolezza che non può più essere tollerato o giustificato. Quante volte, davanti alla derisione di una persona, abbiamo sentito dire: “Lo abbiamo fatto tutti”, “Era solo uno scherzo”, “Non bisogna prendersela”? Questa normalizzazione è uno degli aspetti più pericolosi del fenomeno, perché contribuisce a renderlo accettabile. Ma ciò che viene normalizzato smette di essere percepito come sbagliato, anche quando provoca sofferenza. È necessario interrompere questo meccanismo. Ridicolizzare il corpo di una persona o trasformare una sua caratteristica in motivo di scherno non può essere considerato accettabile né giustificabile. Le parole hanno un peso reale e possono lasciare ferite profonde. Educare al rispetto significa insegnare il valore dell’empatia, della gentilezza e della responsabilità linguistica. Significa comprendere che ogni parola può costruire o distruggere, accogliere o ferire. Le parole non sono mai neutre: per questo devono essere pensate e consapevolmente scelte

Le parole pesano: la disabilità non può essere usata come metafora del fallimento

Le parole non sono mai innocenti. Soprattutto quando vengono pronunciate da chi, per mestiere, vive di comunicazione, analisi e racconto della realtà. Un giornalista conosce, o dovrebbe conoscere, il valore del linguaggio, il peso delle immagini evocative e la responsabilità culturale che ogni espressione porta con sé. Per questo le dichiarazioni pronunciate da Massimo Giannini durante la trasmissione televisiva DiMartedì non possono essere archiviate come una semplice “frase infelice” o come una scivolata lessicale dettata dalla foga del dibattito televisivo. Quelle parole raccontano qualcosa di molto più profondo e radicato: un approccio culturale che continua a considerare la disabilità come simbolo di immobilità, dipendenza, fragilità e perfino inutilità sociale. Ed è proprio questo l’aspetto più grave della vicenda. La polemica politica è legittima. Il confronto acceso, anche duro, appartiene alla democrazia. Ma utilizzare la carrozzina o la condizione di disabilità come metafora negativa significa oltrepassare un limite che non riguarda più soltanto il dibattito politico, bensì il rispetto della dignità umana. Quando si associa implicitamente una persona in carrozzina all’idea di una vita “inutile” o priva di valore, il messaggio che passa è devastante: si finisce per misurare il valore delle persone sulla base della loro efficienza fisica, della produttività o dell’autosufficienza. È una visione pericolosa e profondamente discriminatoria. Perché milioni di persone con disabilità ogni giorno studiano, lavorano, costruiscono famiglie, partecipano alla vita sociale, fanno politica, sport, cultura e volontariato. Vivono pienamente la propria esistenza affrontando ostacoli che spesso la società continua a creare attraverso barriere architettoniche, pregiudizi e linguaggi sbagliati. Ridurre tutto questo a una metafora di debolezza significa cancellare realtà, storie e diritti. Chi oggi critica quelle parole non sta facendo polemica strumentale. Non si tratta di alimentare indignazione artificiale o di cercare un bersaglio mediatico. Qui il punto è molto più serio: richiamare chi fa informazione alla responsabilità che deriva dal proprio ruolo pubblico. Perché le parole hanno conseguenze concrete. Formano mentalità, costruiscono immaginari collettivi, influenzano il modo in cui una società guarda alle persone più fragili. Semmai, di strumentale, c’è il tentativo di ridurre tutto a un semplice equivoco comunicativo o a un mea culpa tardivo e di circostanza, utile più a chiudere rapidamente la polemica che a comprendere davvero la gravità del messaggio trasmesso. Quando si ricopre un ruolo pubblico non basta chiedere scusa formalmente: serve consapevolezza. Serve capire perché certe parole siano sbagliate e perché continuino ad alimentare una cultura abilista che considera la disabilità come sinonimo di inferiorità o perdita di valore sociale. Ed è proprio qui che emerge il tema centrale del corretto uso del linguaggio. Chi fa giornalismo dovrebbe sapere che le parole non servono soltanto a descrivere la realtà: contribuiscono a crearla. Ogni termine scelto in televisione, sui giornali o nei social produce effetti culturali. Il linguaggio può includere oppure escludere. Può dare dignità oppure rafforzare stereotipi. Può educare al rispetto oppure normalizzare la discriminazione. Per questo le parole vanno pensate e pesate. Nel racconto pubblico della disabilità esiste ancora troppo spesso un linguaggio che oscilla tra pietismo e svilimento: da una parte la retorica dell’“eroe” che supera i limiti, dall’altra la rappresentazione della persona disabile come peso, fragilità o simbolo di sconfitta. In entrambi i casi si perde di vista la normalità delle persone, la loro complessità, la loro piena cittadinanza. Ma c’è un elemento di questa vicenda che colpisce quasi quanto le parole pronunciate: il silenzio dello studio televisivo. In quel momento né il conduttore né gli altri ospiti sono intervenuti immediatamente per prendere le distanze o correggere il tono di quelle affermazioni. Anzi, in studio è arrivato persino un applauso. Ed è forse proprio il silenzio del conduttore, degli ospiti presenti in studio e quell’applauso finale l’aspetto più inquietante dell’intera vicenda. Nessuno ha sentito il bisogno di intervenire immediatamente, di fermare quelle parole o di sottolinearne la gravità. Al contrario, la reazione dello studio è sembrata quasi legittimarle. Ed è questo il segnale culturale più preoccupante: quando un linguaggio che associa la disabilità all’inutilità o alla perdita di valore sociale non suscita indignazione ma consenso, significa che certi stereotipi sono ancora profondamente radicati e considerati accettabili nel dibattito pubblico. Perché dimostra quanto certi stereotipi siano ancora culturalmente tollerati e normalizzati. Se una frase che associa implicitamente la carrozzina all’inutilità sociale non provoca un’immediata reazione di disagio, significa che il problema non riguarda soltanto chi l’ha pronunciata, ma un clima culturale più ampio che ancora fatica a riconoscere la discriminazione quando passa attraverso il linguaggio. È qui che il giornalismo dovrebbe fare la differenza. Chi comunica ogni giorno al grande pubblico dovrebbe contribuire a costruire una società più consapevole, più rispettosa e più inclusiva, non alimentare immagini degradanti o semplificazioni offensive. La dignità di una persona non si misura dalla sua autonomia fisica, dalla velocità con cui cammina o dalla sua produttività. Nessuna vita può essere considerata “minore” o “inutile” perché vissuta in carrozzina. Le parole hanno un peso. Sempre. E quando vengono pronunciate da chi fa informazione, quel peso diventa una responsabilità pubblica che non può essere ignorata né banalizzata con un applauso o con delle scuse di circostanza.

Alex Zanardi: l’uomo che ha insegnato a non arrendersi mai!

Ho conosciuto Alex Zanardi tanti anni fa. Fin dal primo incontro ho avuto la netta percezione di trovarmi davanti a una persona fuori dal comune. Non per la notorietà, non per i successi già straordinari, ma per quel modo unico di stare al mondo: autentico, diretto, capace di mettere gli altri a proprio agio senza mai perdere profondità. Col tempo ho capito che quella sensazione iniziale era solo l’inizio di una scoperta più grande. Parlare di Alex significa inevitabilmente parlare di sport, di traguardi, di imprese che hanno segnato un’epoca. Ma fermarsi a questo sarebbe limitante. Le sue vittorie, pur straordinarie, rappresentano solo una parte di ciò che è stato. Ciò che davvero lo distingue è la capacità di aver trasformato ogni momento della sua vita, anche i più duri, in un’occasione per andare oltre, per riscrivere il significato stesso di limite. La sua esistenza è stata una testimonianza concreta di resilienza, ma anche di lucidità e consapevolezza. Alex non ha mai nascosto la fatica, non ha mai semplificato il dolore. Lo ha attraversato, lo ha guardato in faccia, scegliendo ogni volta di reagire con coraggio, con ironia e con una dignità che non è mai venuta meno. In un contesto in cui spesso si tende a raccontare solo il successo, lui ha insegnato il valore del percorso, della caduta, della capacità di rialzarsi senza perdere sé stessi. Le sue gesta, le sue imprese indimenticabili, resteranno vive ben oltre il tempo, impresse nella memoria collettiva come un patrimonio di valori prima ancora che di risultati sportivi. Alex Zanardi ha saputo trasformare ogni traguardo in un messaggio potente, capace di raggiungere soprattutto chi ogni giorno affronta la propria condizione di disabilità con sacrificio, determinazione e dignità. Le sue vittorie non sono mai state soltanto personali: sono diventate simboli condivisi, esempi concreti di ciò che è possibile costruire anche quando la vita impone ostacoli durissimi. In lui, tante persone hanno trovato forza e coraggio, non perché offrisse illusioni, ma perché dimostrava, con la sua esperienza, che si può guardare oltre le difficoltà senza negarle. Accanto al campione, però, c’era l’uomo. Ed è quell’uomo che porto con me con maggiore intensità. Ricordo i suoi sfottò, mai banali, sempre intelligenti, capaci di strappare un sorriso anche nelle giornate più pesanti. Ricordo le risate, vere, di quelle che nascono da una complicità sincera. Ricordo le telefonate, gli incontri, i momenti in cui riuscivamo a prenderci in giro con naturalezza, anche sulla nostra condizione di persone con disabilità. In quei momenti non c’era spazio per la retorica, né per il pietismo: c’era libertà, c’era rispetto, c’era una leggerezza che non sminuiva le difficoltà, ma le rendeva più affrontabili. In quella ironia condivisa c’era una forza straordinaria. Era il segno di un’amicizia semplice e pura, fatta di verità, di umanità, di un riconoscersi reciproco senza bisogno di spiegazioni. Sensazioni e sentimenti che hanno accompagnato il nostro percorso e che oggi rappresentano uno dei ricordi più preziosi che conservo. Alex ha lasciato un segno profondo non solo nello sport, ma nella società. Ha contribuito a cambiare lo sguardo sulla disabilità, a superare stereotipi, a costruire una cultura più inclusiva e consapevole. Lo ha fatto senza proclami, ma attraverso l’esempio, che resta sempre la forma più potente di comunicazione. Oggi il dolore per la sua assenza è forte, ma ancora più forte è la gratitudine per ciò che ha saputo essere. Perché alcune persone non si esauriscono nel tempo della loro vita: continuano a vivere nelle idee che hanno trasmesso, nei valori che hanno incarnato, nelle persone che hanno ispirato. Alex è una di queste e il suo esempio continuerà a camminare, ogni giorno, accanto a noi. Non è un addio, Alex, ma un grazie. Per quello che hai fatto, per quello che ci hai insegnato, per la forza che continui a trasmettere. Il tuo esempio resterà con noi, nei gesti di ogni giorno, nelle difficoltà affrontate con coraggio, nella voglia di non arrendersi. Continuerai a vivere così, semplicemente, dentro ognuno di noi. Sempre.

Oltre la Legge 68/1999: dall’obbligo all’innovazione nell’inclusione lavorativa

Nella Festa dei Lavoratori il tema dell’inclusione lavorativa delle persone con disabilità impone una riflessione che travalica la dimensione simbolica per collocarsi nel cuore dell’effettività delle tutele. In tale prospettiva, la Legge 68/1999 continua a rappresentare il perno del sistema italiano, fondato sul principio del collocamento mirato quale strumento di incontro tra capacità lavorative della persona e fabbisogni organizzativi dell’impresa. Le più recenti Relazioni al Parlamento sullo stato di attuazione della legge restituiscono un quadro che, pur segnato da alcuni avanzamenti, evidenzia persistenti criticità strutturali. I dati mostrano come il bacino degli iscritti al collocamento mirato resti ampio, con oltre 700.000 persone iscritte agli elenchi, a fronte di avviamenti al lavoro che si attestano intorno alle 300.000 unità annue. Permangono inoltre significative scoperture delle quote di riserva — stimate tra il 20% e il 30% — soprattutto nelle imprese di medie dimensioni, mentre continua a essere rilevante il ricorso agli strumenti di esonero, che trasformano un istituto eccezionale in una prassi diffusa. A ciò si aggiunge una marcata disomogeneità territoriale: nelle regioni del Nord si registrano livelli più elevati di inserimento e una maggiore efficienza dei servizi per l’impiego, mentre nel Mezzogiorno persistono difficoltà strutturali che incidono sull’effettività del diritto al lavoro. Sul versante delle politiche attive, gli incentivi alle assunzioni — che possono coprire fino al 70% del costo salariale nei casi più complessi — mostrano un impatto positivo sull’ingresso nel mercato del lavoro, ma non sempre garantiscono stabilità occupazionale. In questo scenario, la qualità dei servizi di accompagnamento (orientamento, mediazione, tutoraggio) emerge come fattore decisivo per il successo degli inserimenti. Alla luce di queste evidenze, si impone tuttavia una riflessione più radicale: occorre superare l’impianto della Legge 68/1999, non nel senso di abbandonarne i principi, ma di evolverli. Il modello fondato prevalentemente su obblighi quantitativi e quote di riserva mostra oggi limiti evidenti di fronte a un mercato del lavoro profondamente trasformato. È necessario passare da una logica vincolistica a un sistema realmente generativo, capace di integrare politiche attive, formazione continua, innovazione organizzativa e valutazione dell’impatto. Superare la legge, in questa prospettiva, significa rafforzarne la finalità sostanziale: garantire non solo l’accesso al lavoro, ma percorsi occupazionali qualificati, sostenibili e coerenti con le competenze delle persone. L’analisi complessiva suggerisce infatti che l’inclusione lavorativa non possa essere ridotta a una logica meramente quantitativa. Il rispetto delle quote di riserva, pur fondamentale, non esaurisce la portata del diritto al lavoro delle persone con disabilità. Le esperienze più virtuose dimostrano che l’inclusione diventa realmente efficace quando si inserisce in una strategia organizzativa più ampia, capace di integrare adattamenti ragionevoli, formazione continua e valorizzazione delle competenze individuali. In questa prospettiva, l’inclusione si configura sempre più come una leva di innovazione e competitività. Le imprese che investono in modelli inclusivi registrano benefici non solo in termini reputazionali, ma anche in termini di produttività, clima organizzativo e capacità di adattamento ai cambiamenti, in linea con le più recenti evoluzioni del diritto del lavoro europeo. L’inclusione lavorativa delle persone con disabilità si conferma così un banco di prova decisivo per l’effettività del diritto del lavoro contemporaneo. Il passaggio da vincolo normativo a opportunità concreta è ancora incompiuto, ma i dati indicano con chiarezza la direzione: trasformare il collocamento mirato in un autentico motore di innovazione sostenibile, capace di generare valore concreto, misurabile e condiviso per l’intero sistema economico e sociale.

Oltre le medaglie: l’eredità umana e sportiva delle Paralimpiadi

Le Paralimpiadi sono concluse, ma lasciano un’eredità che va ben oltre lo sport: coraggio, resilienza e inclusione. I record e le medaglie raccontano imprese straordinarie e suscitano orgoglio nazionale, ma ciò che resta nel cuore di tutti è il messaggio universale che ogni limite può essere superato e che la determinazione trasforma l’impossibile in ispirazione. Il vero significato di questa grande manifestazione non si esaurisce nei risultati o nelle classifiche: le medaglie conquistate, gli inni nazionali che risuonano e le imprese memorabili rappresentano certamente momenti di emozione, ma il valore autentico dei Giochi Paralimpici risiede nella capacità delle persone di esprimere talento, competenza e forza di volontà, indipendentemente dalla condizione fisica. Gli atleti paralimpici dimostrano che la performance non è definita dai limiti, ma dalla preparazione, dalla dedizione e dalla passione per competere. In questo senso, lo sport diventa un linguaggio universale che racconta possibilità, autonomia e dignità, lasciando un messaggio di speranza e ispirazione per tutti. Ogni edizione dei giochi paralimpici, quindi,  lascia in eredità non solo un medagliere ricco e storie straordinarie, ma anche una riflessione profonda sul modo in cui le società guardano alla disabilità. Un aspetto particolarmente significativo riguarda il modo in cui gli atleti paralimpici affrontano la competizione. Gli atleti con disabilità competono partendo dalla propria condizione fisica, ma questa non diventa il fulcro della loro identità sportiva né il parametro principale con cui valutare le loro prestazioni. La disabilità rappresenta piuttosto il contesto in cui si sviluppa la pratica sportiva, non l’elemento che definisce il valore dell’atleta. In questo senso, l’attenzione si sposta dalle limitazioni alla competenza, dalla condizione di disabilità alla performance. Ciò che viene messo in evidenza è l’impegno, la preparazione tecnica, la disciplina e la capacità di competere ai massimi livelli, esattamente come accade in qualsiasi altro ambito sportivo. La prestazione dell’atleta non è quindi interpretata attraverso una lente pietistica o esclusivamente inclusiva, ma viene riconosciuta per il suo reale valore agonistico. Questo approccio contribuisce a superare una visione riduttiva della disabilità, che rischia di trasformare l’atleta in un simbolo o in un esempio morale più che in un protagonista dello sport. Al contrario, gli sportivi con disabilità vengono considerati prima di tutto atleti: persone che si allenano, gareggiano, vincono o perdono sulla base delle proprie capacità, della strategia e della preparazione.   In questo modo lo sport diventa uno spazio di autentica competizione e di riconoscimento del merito, in cui la disabilità non scompare, ma smette di essere l’unica chiave di lettura dell’esperienza sportiva e dell’identità dell’atleta. La disabilità non viene negata né nascosta: è parte della loro esperienza, ma non è ciò che determina la qualità della gara. Gli atleti competono, prima di tutto, come sportivi. Allenamento, strategia, tecnica, preparazione mentale e spirito agonistico sono gli elementi che decidono il risultato, esattamente come accade in qualsiasi altra competizione. In questo senso lo sport paralimpico compie un passo ulteriore: va oltre la condizione, dimostrando che ciò che conta davvero è la capacità di esprimere il proprio talento e di misurarsi con gli altri su un terreno di pari dignità sportiva. Proprio per questo, il primo pensiero non può che andare agli atleti e alle atlete che hanno rappresentato il nostro Paese con impegno, passione e straordinaria determinazione. A loro va un sincero ringraziamento per aver portato in alto i colori dell’Italia, conquistando medaglie che hanno un valore che va ben oltre il risultato sportivo. Ogni podio raggiunto è il frutto di anni di allenamento, sacrifici, rinunce e dedizione, ma è anche un motivo di orgoglio per l’intera comunità nazionale. Quelle medaglie rappresentano storie di talento e di lavoro, ma soprattutto testimoniano la forza di uno sport capace di unire il Paese, di emozionare milioni di persone e di offrire modelli positivi alle nuove generazioni. Questa prospettiva rappresenta anche una potente metafora della vita quotidiana. Nella società, milioni di persone con disabilità studiano, lavorano, costruiscono relazioni e progettano il proprio futuro. Vogliono vivere in modo autonomo e partecipare pienamente alla vita della comunità, esattamente come gli atleti che scendono in pista, in piscina o in campo. Perché questo accada, tuttavia, non basta la forza individuale. Servono politiche pubbliche, servizi adeguati, sostegni concreti e un’organizzazione sociale capace di rimuovere gli ostacoli. L’autonomia non è solo una questione personale: è il risultato di un sistema che offre opportunità reali. In questo senso, il nostro Paese è chiamato a una sfida importante nei prossimi mesi con l’attuazione del Decreto legislativo 62/2024 sulla disabilità, uno dei pilastri della riforma italiana in materia. Il provvedimento introduce un nuovo modello di valutazione della condizione di disabilità e punta a costruire percorsi personalizzati basati sui bisogni della persona, superando logiche puramente assistenziali. Metaforicamente, possiamo immaginare questo percorso come una vera e propria Paralimpiade della vita quotidiana. Ogni persona, come un atleta paralimpico, parte dal proprio “stato di partenza”, con le proprie capacità, aspirazioni e sfide. Il decreto funge da arbitro, stabilendo regole chiare e uniformi che garantiscono equità e trasparenza. Le amministrazioni pubbliche diventano invece gli allenatori, chiamati a pianificare percorsi individualizzati, fornire strumenti e supporti concreti, accompagnare la persona nella preparazione e rimuovere gli ostacoli che potrebbero impedirne la partecipazione piena alla vita sociale.   I servizi territoriali, le risorse adeguate e il personale formato rappresentano le infrastrutture essenziali di questa “gara”: le piste, le piscine, le carrozzine sportive e le protesi di ultima generazione che permettono agli atleti di esprimere talento e determinazione. Senza di essi, anche il più forte degli atleti rischierebbe di non raggiungere il proprio potenziale; allo stesso modo, senza un sistema sociale efficiente, le persone con disabilità non possono trasformare capacità e volontà in risultati concreti. Così come nelle Paralimpiadi il successo non è misurato solo dal podio, ma dal percorso compiuto, anche in questa “gara sociale” il vero traguardo è garantire autonomia, inclusione e pari opportunità a ogni persona. L’obiettivo non è limitarsi a valutare  la condizione di disabilità, ma permettere a ciascuno di esprimere il proprio potenziale, affrontare le sfide quotidiane e conquistare, passo dopo passo, la propria vittoria

3 marzo 2009, quando l’Italia ha scelto di collocare la disabilità nel perimetro dei diritti umani

Oggi è il 3 marzo e il 3 marzo 2009 ha segnato una tappa fondamentale nel percorso dei diritti civili in Italia. Con la Legge 18/09, infatti, approvata in quel giorno, il nostro Paese ha ratificato e reso pienamente esecutiva la Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità, adottata dall’ONU nel 2006. E non si è trattato di un mero adempimento formale, ma dell’assunzione di un impegno culturale e giuridico: riconoscere le persone con disabilità come titolari di diritti umani pienamente esigibili e orientare l’intero sistema normativo verso il principio dell’inclusione. La Convenzione ONU ha introdotto un cambio di paradigma decisivo, superando l’approccio esclusivamente sanitario e assistenziale e affermando una visione fondata sui diritti, sull’autonomia e sulla piena partecipazione alla vita sociale. La disabilità viene quindi letta come il risultato dell’interazione tra condizioni personali e barriere ambientali e culturali; in altre parole, non è la persona a doversi adattare alla società, ma è la società che deve rimuovere gli ostacoli che limitano l’uguaglianza sostanziale. A partire dalla ratifica della Convenzione ONU, il “Sistema Italia” ha progressivamente tradotto i princìpi dell’inclusione, dell’autodeterminazione e della piena partecipazione sociale in interventi normativi concreti e strutturati. Un passaggio significativo è rappresentato ad esempio dalla Legge 112/16 (nota anche come “Legge sul Dopo di Noi”), che ha promosso percorsi di vita indipendente e soluzioni innovative per le persone con disabilità grave prive del sostegno familiare, favorendo processi di deistituzionalizzazione e modelli abitativi inclusivi radicati nel territorio. Sul piano lavorativo, il cosiddetto Jobs Act e le modifiche introdotte dal Decreto Legislativo 151/15 hanno rafforzato le misure di conciliazione tra attività professionale e responsabilità di cura, incidendo concretamente sulla qualità della vita di molte famiglie e riconoscendo il valore sociale dell’assistenza. E ancora, in àmbito scolastico, il Decreto Legislativo 66/17 ha consolidato il modello italiano di inclusione, rafforzando il Piano Educativo Individualizzato (PEI) e promuovendo una maggiore corresponsabilità tra scuola, famiglie, servizi e territorio, in un’ottica sistemica e partecipata. Più recentemente, la Legge Delega 227/21 ha avviato una riforma organica della disciplina in materia di disabilità, con l’obiettivo di semplificare e rendere più omogenei i processi di accertamento, uniformare i criteri valutativi e costruire un Progetto di Vita personalizzato che integri dimensione sociale, sanitaria e lavorativa. Parallelamente, è cresciuta l’attenzione normativa verso il riconoscimento e il sostegno del caregiver familiare, figura centrale nel sistema di welfare. Ebbene, nonostante questi importanti progressi sul piano legislativo, resta ancora molto da fare sul versante culturale e comunitario. Le norme, da sole, non bastano: è necessario, infatti, investire in percorsi educativi, sensibilizzazione e partecipazione attiva affinché stereotipi e pregiudizi siano definitivamente superati e l’inclusione diventi pratica quotidiana nelle comunità di appartenenza. Solo attraverso un cambiamento culturale profondo, sostenuto da politiche coerenti e da una responsabilità condivisa, sarà possibile realizzare pienamente i princìpi sanciti dalla Convenzione ONU. Su un altro versante, anche il movimento associativo ha vissuto una profonda trasformazione. Le organizzazioni rappresentative delle persone con disabilità e delle loro famiglie hanno progressivamente abbandonato una postura prevalentemente rivendicativa o settoriale per assumere un ruolo più strutturato e autorevole nei processi decisionali. La Convenzione ONU, con il suo richiamo esplicito alla partecipazione attiva delle persone con disabilità nelle politiche che le riguardano, ha rafforzato la legittimazione del mondo associativo come interlocutore istituzionale stabile. Le Associazioni non si sono limitate a denunciare criticità, ma hanno contribuito alla co-progettazione delle riforme, partecipando ai tavoli tecnici, incidendo nei percorsi legislativi e costruendo reti territoriali capaci di dialogare con enti locali e Governo. In questo modo, il tema della disabilità è entrato in modo più strutturato nell’agenda politica nazionale e territoriale, non più come questione marginale o emergenziale, ma come àmbito strategico delle politiche pubbliche. Il 3 marzo 2009 resta dunque una data simbolica e sostanziale: il momento in cui l’Italia ha scelto di collocare definitivamente la disabilità nel perimetro dei diritti umani, avviando un percorso di evoluzione normativa, istituzionale e culturale che coinvolge lo Stato, i territori e la società civile nel suo insieme.  

Ileana Argentin, una vita di impegno per i diritti delle persone con disabilità

Deputata per due Legislature dal 2008 al 2018, già impegnata in precedenza nel mondo dell’associazionismo come presidente, tra l’altro, della UILDM di Roma (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare), e anche docente all’Università Unicusano, è scomparsa a 62 anni Ileana Argentin, donna con atrofia muscolare spinale. Come è stato scritto, «il suo è stato un impegno instancabile per i diritti delle persone con disabilità, un’attività a tutti i livelli, dall’associazionismo e dal volontariato fino al Parlamento, passando per Consigli Comunali o di Circoscrizione nella Capitale». Ileana Argentin non è stata solo una donna con disabilità, ma una figura centrale e autorevole nella lunga e difficile battaglia per il riconoscimento dei diritti delle persone con disabilità in Italia. La sua vita è stata un esempio di impegno civile profondo, nato dall’esperienza personale e trasformato in azione politica concreta, sempre orientata alla giustizia sociale e all’uguaglianza sostanziale. Conosceva direttamente le barriere fisiche, culturali e istituzionali che ostacolano l’autonomia e la piena partecipazione delle persone con disabilità. Per questo ha scelto di non accettare l’emarginazione come destino, ma di contrastarla con determinazione e competenza. Ileana ha sempre affermato che le persone con disabilità non devono essere oggetto di assistenza passiva, ma soggetti di diritto, cittadini e cittadine a pieno titolo, protagonisti della propria vita. Durante la sua permanenza in Parlamento, uno dei risultati più significativi del suo impegno è stata la cosiddetta “Legge sul Dopo di Noi” [Legge 112 del 2016, “Disposizioni in materia di assistenza in favore delle persone con disabilità grave prive del sostegno familiare”, N.d.R.], da lei fortemente voluta e sostenuta, una norma che ha rappresentato una svolta culturale e politica fondamentale, affrontando una delle paure più profonde delle famiglie delle persone con disabilità: il futuro dei propri figli quando i genitori non ci saranno più. Ileana ha lottato affinché lo Stato si assumesse la responsabilità di garantire continuità di cura, autonomia abitativa, inclusione sociale e rispetto della dignità della persona, superando una visione puramente assistenzialistica. Il “Dopo di Noi” non è stato per lei solo un provvedimento normativo, ma un atto di civiltà, che riconosce il diritto a una vita dignitosa anche oltre la protezione familiare. Nel suo impegno pubblico, Argentin ha lavorato perché l’accessibilità fosse riconosciuta come un diritto fondamentale e non come una concessione, e perché l’inclusione diventasse una pratica reale nelle scuole, nel lavoro, nei servizi e negli spazi della vita quotidiana. Ha denunciato con chiarezza ogni forma di discriminazione, ricordando che una società che esclude le persone con disabilità è una società ingiusta e incompleta. Nel suo percorso politico e civile, ha sempre attribuito grande valore al confronto con il mondo associativo, e in particolare con la FISH. Il rapporto con tale Federazione è stato caratterizzato da un dialogo costante, talvolta anche da dibattiti intensi e critici, ma sempre fondati su un obiettivo comune: l’affermazione dei diritti delle persone con disabilità. Ileana non ha mai temuto il confronto, neppure quando le posizioni erano diverse, perché riteneva che il dissenso argomentato fosse una risorsa e non un ostacolo. Nei dibattiti con la FISH ha difeso con forza la centralità delle persone con disabilità nelle scelte politiche, riconoscendo al movimento associativo un ruolo fondamentale di stimolo, controllo e proposta nei confronti delle istituzioni. Questo dialogo, a volte serrato ma sempre leale, ha contribuito a rafforzare politiche più consapevoli e aderenti ai bisogni reali, dimostrando come il cambiamento nasca dall’ascolto reciproco e dalla collaborazione tra rappresentanza politica e società civile organizzata. Ileana Argentin ci lascia un’eredità politica e morale di grande valore. Ci ha insegnato che i diritti non sono mai acquisiti una volta per tutte, ma vanno difesi e ampliati; che la disabilità non è un limite individuale, bensì il risultato di un contesto che non sa accogliere le differenze; che la dignità della persona non può essere subordinata a logiche economiche o burocratiche. La sua scomparsa rappresenta una perdita profonda, ma anche una chiamata alla responsabilità collettiva. Ricordarla significa continuare la sua battaglia, dare forza alle sue idee e lavorare ogni giorno per una società davvero inclusiva, in cui nessuna persona con disabilità venga lasciata sola.